Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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XIII. - Il piacere nel tempo è segnato sempre da una parabola. XIV. - Non vi hanno due piaceri uguali. XV. - Non vi hanno due momenti successivi uguali in uno stesso piacere. XVI. - Il piacere quanto più è intenso, tanto più presto precipita dal massimo al minimo. XVII. - I piaceri calmi scendono lentissimamente dal punto culminante della parabola all'indifferenza. XVIII. - Gli elementi che concorrono ad accrescere il piacere sono la sensibilità squisita, la novità della sensazione, la prepotenza del bisogno, il tempo massimo del desiderio, l'alto sviluppo intellettuale e l'attenzione. XIX. - L'aforismo precedente vale per i piaceri in generale. Ognuno di essi ha i propri stimolanti e i propri deprimenti. XX. - Gli elementi che diminuiscono il piacere sono l'ottusità del sentire, il poco o nessun desiderio, la stupidità della mente e la poca attenzione. XXI. - L'abitudine è uno dei fattori più potenti nella genesi del piacere. In generale, aumenta i piaceri deboli e indebolisce i potenti. Da sola può improntare del carattere piacevole la sensazione più indifferente. XXII. - Vi ha una sensibilità per il piacere diversa dalla generale, e che non è sempre misurata dalla capacità di sentire profondamente il dolore. Io la chiamo sensibilità elettiva per il piacere. XXII. - Questa facoltà è quella che concorre più d'ogni altra a centuplicare il piacere e a far felice la vita dell'uomo. XXIII. - La nazione francese è quella che la possiede in più alto grado. XXIV. - I piaceri possono elidersi, sovrapporsi, modificarsi e incrociarsi. XXV. - Esistono piaceri nuovi affatto ignoti all'uomo, e che esso proverà lungo lo splendido cammino della civiltà. XXVI. - Le fonti principali d'ogni piacere sono due: 1.ª L'attuazione di un fine ineluttabile intimamente collegato all'ordine cosmico. 2.ª L'accidente, o il risultato secondario della facoltà preesistenti a fondamentali. XVIII. - Piaceri che derivano dalla prima fonte sono quelli che nascono dalla sodisfazione di un bisogno essenziale alla vita fisica e civile dell'uomo; quelli del mangiare e del bere, dell'amare e dell'odiare, dell'ambizione, ecc. XXIX. - Piaceri che scaturiscono dalla seconda fonte sono quelli del solletico, del ridicolo, della musica, ecc. XXX. - A distinguere nettamente i piaceri di fonte primaria e secondaria valga questo esempio. Un meccanico costruisce un apparecchio e, vedendolo in azione corrispondere al fine per cui è stato eseguito, ne gode. Un momento dopo s'accorge che il rumore prodotto dal lavorio delle molle e delle ruote produce un suono piacevole, e ne gode. L'apparecchio non era stato fatto per produrre rumore, nè perchè riuscisse aggradevole. - Il primo piacere è primario, l'altro secondario. XXXI. - Il piacere si moltiplica quasi sempre nel rivestirsi con le parole e nel riflettersi nello specchio di molte coscienze. XXXII. - Ogni essere capace di sentire può godere. XXXIII. - L'animale trova il piacere, l'uomo lo cerca a lo trova. XXXIV. - I piaceri facili e alla portata di tutti si esauriscono coll'abuso e fiaccano l'anima e il corpo. XXXV. - I piaceri difficili e rari esaltano ed educano la facoltà di chi li gode. XXXVI. - La morale è l'arte del piacere rettamente applicata al benessere di tutti. XXXVII. - L'immoralità è l'abuso di quest'arte a beneficio di un individuo e a scapito della società. XXXVIII. - La religione è la santificazione dell'arte del piacere. Soffrire il labile giorno della vita per godere eternamente, è pagare un tributo al presente per assicurare l'avvenire. XXXIX. - La morale e la religione consacrano dunque l'arte e la scienza del piacere colla loro approvazione. XL. - Tanto più nobili sono i piaceri che cerchiamo, e tanto meglio ci facciamo atti a goderne di maggiori. XLI. - I piaceri della virtù e del sacrificio sono cambiali per l'eternità. XLII. - I piaceri ignobili sono suicidi del piacere. XLIII. - La colpa del piacere è misurata con regolo esatto dal pentimento che lo segue. XLIV. - L'occuparsi esclusivamente del piacere è cinismo o raffinata libidine; il cercarlo nelle alte regioni della morale e dell'intelligenza è trovare il cammino più breve e più sicuro per la felicità. XLV. - Un trattato di edonologia e un libro di morale dovrebbero essere sinonimi. XLVI. - Godere senza offendere gli altri non è sempre morale, perchè noi, appartenendo all'umana famiglia, non possiamo a nostro solo vantaggio scindere o ruinare il capitale sociale col diminuire il valore del nostro individuo. XLVII. - Le forme della civiltà sono più variate dei vestiti di un attore; ma lo scheletro di tutte le civiltà passate, presenti e future si riduce a questa formula: Godere e far godere. XLVIII. - Gli speculatori dell'imbecillità umana rovesciano sul nostro cammino cumuli di paroloni per arrestarci nella nostra corsa verso la felicità. XLIX. - Con Cristo e la coscienza bisogna rovesciare le barricate della ignoranza e dell'impostura, e spazzare la via perchè l'umanità intera possa correre verso il piacere morale, primo ed ultimo scopo per cui fu creato l'uomo. L. - Il tipo ideale dell'umana perfezione consiste nel cancellare il dolore dalle sensazioni e nel diffondere a tutti gli uomini il maggior numero di piaceri. Tutto il resto è il sogno di un'ombra.
Siamo alla fine. Dall'analisi minuziosa e particolareggiata, a cui abbiamo fatto seguire la sintesi relativa, risalta evidente che il piacere non è altro che uno stato di sodisfazione, di compiacimento ed anche di godimento, procuratoci da una impressione esterna o da un eccitamento interiore. Abbiamo visto che il piacere non è da considerare soltanto quale prodotto della sensibilità fisica, e abbiamo potuto constatare che i godimenti più intensi e più nobili esulano dall'animalità pura e semplice, per assurgere al campo spirituale, in cui primeggiano il sentimento e l'intelligenza. Pertanto, la dignità umana e la stessa nostra natura complessa, che ci fanno superiori agli altri esseri viventi; il grado di civiltà da noi raggiunto, e la raffinatezza e nobiltà del nostro sentire, non possono che elevarci dal campo della sensualità, procurarci i maggiori piaceri interessando direttamente e più intensamente il cuore e la mente. Non è il caso, però, di macerare il corpo e assoggettarlo alle più severe astinenze, per darsi alle pratiche ascetiche, nell'aspirazione dello spirito alle beatitudini di una vita puritana o di quella ultraterrena. E ciò perchè non è consigliabile nè possibile scindere e separare i tre aspetti della sensibilità umana: senso, sentimento e intelletto; e soprattutto perchè non si può troncare la piena coordinazione e associazione fra le sensazioni derivanti da impressioni materiali, e quelle di origine intellettuale e morale. Come l'individuo è unico per costituzione fisica dell'organismo, così lo è pel suo sistema nervoso, e un piacere non potrà mai essere esclusivamente fisico, senza interessare, più o meno direttamente, anche gli altri due rami della nostra sensibilità. Perciò, dicendo di elevarsi dal dominio dei sensi, non significa affatto rinunciare ai piaceri che essi possono procurarci; e ciò tanto più, in quanto la natura stessa ce li ha elargiti largamente, per la preservazione e la riproduzione della specie. Ma poichè i piaceri fisici sono comuni a tutti gli esseri, sino ai bruti e ai tipi primordiali monocellulari, non si vorrà che l'uomo, posto dalla natura al sommo della scala dei viventi, si abbrutisca lasciandosi vincere dai piaceri dei sensi, quando può trovare le più gradevoli e le più vive sodisfazioni coltivando i sentimenti sgorganti dal cuore, ed elaborando i tesori che la mente raccoglie con lo studio e la osservazione. È da ritenere pertanto che i piaceri fisici non possono, nè debbono essere trascurati, perchè essi rappresentano lo stimolo al lavorio dei sensi, che reggono in pieno l'organismo, provvedono alla conservazione della specie, procurano materiale all'intelletto, dànno alimento alle passioni; ma essi debbono essere opportunamente moderati, perchè ogni loro eccesso debilita il nostro corpo, affievolisce la nostra resistenza, demoralizza il nostro spirito. Un giusto e saggio equilibrio fra i piaceri dei sensi, dell'intelletto e del sentimento farà l'uomo sempre più disposto a godere quello stato di benessere morale, che potrà portarlo verso la felicità, per quanto essa possa essere più o meno intensa, più o meno prolungata, secondo le varie vicende e vicissitudini della vita.
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