Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Un pugno d'uomini della stessa razza, di identica vigoria, d'un'uguale intelligenza, sparsi sulla superficie della terra, in climi diversi e sotto diverso cielo, presenterebbe dopo alcuni secoli una molteplicità di nazioni, varie d'indole e di natura. V'ha chi pone sopra ogni influenza trasformatrice delle masse umane la natura del ceppo, e v'ha invece chi la crede secondaria affatto all'influsso lento e costante dell'ambiente. Per noi basta in questo caso ammettere che, debole o forte, quest'influsso si imprime sull'uomo e si eredita come ogni altra cosa. Se il caldo e il freddo, se le pianure e i monti possono modificare il modo di sentire e di pensare dei popoli, anche il piacere deve risentirne un'influenza ben marcata, come fenomeno delicato che risulta dall'unione di molti elementi diversi. Nei paesi del nord il freddo ravvicina gli individui, e l'inclemenza del cielo li obbliga a tenersi chiusi a lungo nelle loro case, per cui le gioie più pacate della famiglia e la calma della meditazione vi si possono godere assai meglio che nelle regioni meridionali. Là soltanto si trova una classe interna di persone che dedica la vita alle gioie pallide e tenui degli studi, mentre nei paesi illuminati da un sole fervido, sotto un cielo sempre sereno, il genio soltanto arriva in pochi individui alla sublime capacità della pazienza, consumando un sacrificio, il cui valore può appena essere immaginato dagli abitanti del nord. Al sud le arti belle e la poesia ricoprono d'uno splendido manto i piaceri dei sensi, che vi brillano in tutta Ia loro rigogliosa giovinezza. In tutte le zone si trovano piaceri che spettano al regno dei sensi, del cuore e dell'intelletto; ma essi non prosperano in tutta la loro pienezza di vita che in un dato clima. Le gioie eteree della metafisica, e dei sentimenti calmi e affettuosi non salgono alla loro maggiore altezza e non portano semi che dove i pini si flettono sotto il peso della neve cristallina; mentre trapiantati sotto un cielo più mite, intristiscono e si alterano. I tripudi burrascosi dei sensi e le ardenti gioie delle grandi passioni non dànno fiori che nella zona torrida dei piaceri; trasportati nel nord, si riducono alle meschine proporzioni che presentano le piante dei tropici nelle nostre serre. In generale si può dire che nei paesi freddi predomina l'estensione del piacere alla sua intensità, mentre si osserva un rapporto inverso nei paesi caldi. In quelli la gioia è una fiamma calma e lucente che dura a lungo, descrivendo nella sua vita la formula di una lunga parabola; qui invece il piacere si gusta a scintille e a razzi fulminei. È l'eterna legge che regola tutti i fenomeni fisici e morali. L'età adulta, la prudenza, la calma, il sesso, l'intelletto, l'egoismo e infiniti altri elementi buoni o cattivi vivono verso i poli; mentre la giovinezza, la generosità, la passione, il sesso gentile e il cuore non prosperano che sotto i tropici. Là predominano l'estensione e il tempo, qui l'intensità e la vita. L'umidità del suolo, l'elevatezza sul livello del mare, la natura piana o montuosa del paese concorrono pure a modificare il piacere. La ricerca più feconda per lo studio fisiologico dell'uomo è la distribuzione dei piaceri nei diversi raggruppamenti in cui si scinde la schiatta umana. Fare la storia dei piaceri nelle diverse razze sarebbe farne tutta quanta la fisiologia fisica e morale, dacchè essi si modellano sull'organizzazione con la stessa esattezza con cui le carni rivestono lo scheletro del nostro corpo. Nel presentare in un sol quadro una distribuzione grossolana dei piaceri nelle razze umane, scelgo quelle che, ne' miei lunghi viaggi, ho avuto occasione di studiare più da vicino. La razze sono creazioni della mente umana, le specie sono proposte eterodosse; ma sulla terra noi non abbiamo nè razze, nè specie, ma famiglie; e queste per molti caratteri comuni formano gruppi naturali, nei quali le forme esterne, il cranio, e, più d'ogni altra cosa, il diverso sviluppo delle forze intellettuali e morali devono servire di base alla distribuzione naturale. I piaceri differiscono assai nelle diverse razze, non solo nel grado in cui sono goduti, ma anche per il diverso modo con cui ne viene espresso il godimento. Le razze americane esprimono le loro gioie con pochissimi segni, e riesce all'europeo assai difficile il leggere su quei volti impassibili i lineamenti del piacere e del dolore. All'estremo opposto, i negri hanno una mobilità grandissima di fisonomia, e ad esprimere i piaceri fisici e le gioie del cuore si servono delle loro estremità come di telegrafi aerei, corrugando e contorcendo in mille modi i muscoli della loro faccia lucida e oleosa. Il loro riso è un vero schiamazzo fragoroso che arriva qualche volta ad un grido selvaggio. La coscienza fisica di esistere è in queste razze nel massimo grado di intensità, e il loro vivacissimo sghignazzare rammenta le scimmie, che sotto fra le più allegre creature del regno animale; e tanto più lo sono, quanto meno intelligenti. Triste mistero! Gli animali che più si avvicinano all'uomo sembrano farsi più tristi; mentre l'uomo ride del riso più giocondo e rumoroso quanto più si avvicina alle bestie. Le razze di alto sviluppo intellettuale, dimostrano i loro piaceri con una fisonomia ricchissima, ma meno vivace o meno espansiva. I muscoli prendono poca parte alla fisonomia, ma il difetto è ricompensato ad usura dall'intelletto. Ho veduto l'ubriachezza in molte nazioni d'Europa, negli Indiani Payaguas dell'America meridionale e in molte tribù negre dell'Africa, e ho sempre osservato il fatto costante, che l'espressione del piacere è più vivace e più rumorosa quanto più debole è lo sviluppo della intelligenza.
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