Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Dopo il sesso, ciò che più d'ogni altra cosa modifica la misura delle gioie della nostra vita è l'organizzazione fisica e morale che riceviamo assieme alla vita. La sensibilità generale, diversa nei diversi individui, li rende atti a raggiungere gradi maggiori o minori di piacere in una medesima sensazione, come la prepotenza di alcune facoltà sopra le altre determina una prevalenza di certi bisogni, e quindi di corrispondenti piaceri. Molti uomini sono, a questo riguardo, monomaniaci, o poco meno. L'esercizio di una data facoltà e dei relativi piaceri tende a perfezionarli sempre più in questi, per cui spesso diventano insensibili ad altri piaceri, che hanno trascurati per abbandonarsi alle gioie predilette. Qualche volta la monomania cresce a tal segno da far loro avere in odio alcuni piaceri, che pur sono innocentissimi, ma che hanno l'unico torto di non essere i loro prediletti. La maggior parte degli uomini però è dotata in proporzione mediocre di tutte le facoltà, e nessuna predomina in modo prevalente, per cui anche i piaceri si riducono a una media proporzionale che si può adattare a quasi tutta la massa delle generazioni di ogni tempo e di ogni paese. Molti individui non si dànno la briga di cercare una formula di piacere che si adatti ai propri bisogni. Alcuni arrivano perfino alla ridicola enormità di voler godere secondo un celebre autore. Queste però sono eccezioni mostruose, e, in generale, l'opinione pubblica, facendo da cerretano, vende a buon patto, a quasi tutti gli uomini volgari, alcune formule di piacere che si adattano ai tempi che corrono.
Anche quando la misura approssimativa dei nostri piaceri è già tracciata dal sesso e dall'organizzazione fisica e morale che abbiamo ricevuto nascendo, essa subisce infinite modificazioni, attraverso il corso della vita, descrivendo la famosa parabola comune a tutte le cose umane e fors'anche non umane. Si comincia a godere nei primissimi tempi della vita dei piaceri dei sensi; ma l'attenzione essendo molto debole, non ci concede che gioie molto languide. La nostra memoria non ci ricorda alcuna sensazione di quei tempi, ma è indubitato che anche allora si gode e si esprime la gioia. Anche prima che il bambino sappia ridere, esprime il piacere di poppare e di sentirsi bene con una tranquilla compostezza dei tratti del volto, che le madri sanno benissimo interpretare. Man mano ,che l'uomo-bambino avanza nel sentiero della vita, egli gode sempre più, quantunque non abbia idea del piacere. Egli allora è allo stesso livello dei bruti, i quali possono spasimare di gioia, ma non possono sicuramente formarsi l'idea di una sensazione piacevole. Nella fanciullezza la verginità della sensazione supplisce alla imperfezione delle facoltà superiori, per cui le impressioni più indifferenti nell'età adulta possono allora fornire una sorgente di piacere. In quest'età, d'altronde, il meccanismo della vita è nell'uomo sano così attivo, e il moto della nutrizione così continuo e vivace, che soltanto la coscienza di esser vivo costituisce un fondo di gioia, che spande la sua allegra tinta su tutti i giorni di quell'età. Tutte le volte che il sistema nervoso si trova in uno stato di grande benessere e di leggero eretismo, la minima sensazione basta a produrre piacere. È per questo che il fanciullo sano è quasi sempre allegro. Del resto, in quest'età il piacere spetta quasi sempre ai sensi, e specialmente al senso del tatto esercitato dai muscoli ai sentimenti minori e alle facoltà intellettuali di second'ordine. Ben di rado in questa età i lavori mentali riescono piacevoli, perchè la debolezza delle facoltà dell'intelletto esige ancora un soverchio sforzo nel loro esercizio, perchè ne possa nascere un piacere. Si studia soltanto per dovere, e se si studia con gioia, è perchè si accontenta l'amor proprio e si soddisfano i parenti e i maestri. Il giovane gode in generale più d'ogni altro le gioie più fulgide della prima età assieme ai piaceri più severi dell'età matura, salvo le eccezioni. Il giovane diventa qualche volta suicida, spesso maledice la vita, chiama meretrice la speranza; ma egli è sempre un ricco che muore soffocato dalle dovizie, è uno, scialacquatore che, dopo aver abusato di tutto e consumato immensi capitali, grida alla miseria e alla disperazione. Quando tutto gli sorride, quando è padrone del mondo dei piaceri, quando la natura intera sembra vezzeggiarlo, quando le simpatie di tutti lo elevano al cielo, egli osa sbadigliare e sorridere di sprezzo e di cinismo, e in mezzo alla felicità osa, con un vero sacrilegio di ingratitudine, rassegnarsi alla vita. La giovinezza, in generale, è l'età delle più grandi gioie, e chi maledice nell'atto di goderne abusa della vita, e rimpiange poi inutilmente nell'età matura il tempo sprecato e le forze consunte. Nella giovinezza si comincia ad imparare nuovi piaceri, forse si gustano tutti; ben di rado si arriva a farsi un'arte o una scienza della gioia. Si corre a dritta e a manca, si vola e si sprofonda senza misurare gli abissi, nè le proprie forze. Purchè ci sia da lottare e da vincere, da percuotere o da esser percossi; purchè, insomma, si possa delirare nel fuoco di un rogo o nel gelo d'un ghiaccio, si vive e si gode. Il primo bisogno è quello di scatenare la forza che ci divora, e purchè si sprigioni per qualche valvola, non c'importa del resto. Ora essa si spegne nelle contrazioni dei muscoli, ora si svapora in un diluvio di progetti impossibili, ora fischia rabbiosa e concitata dalla valvola delle passioni più violenti, ed ora si rintuzza in lunghi e pericolosi studi. L'uomo che a vent'anni non può fare scialacquo, nè essere prodigo, non è giovane e non lo sarà mai. In mezzo a tante gioie però il giovane non si arresta quasi mai ad analizzarle. Impetuoso e violento, non ha appena fiutato un fiore, non ha appena sfogliato un libro, che getta il fiore, trascura il libro, e corre innanzi in mezzo al turbine del mondo, urtando, urlando e agitando le mani avide di cogliere, di afferrare e di rompere. Quante sublimi imprudenze, quante generose utopie, quante bestemmie e quante benedizioni segnano il corso fulmineo di quel pazzo fisiologico! La natura però segna certi confini alla prodigalità dell'uomo, e quando il sangue gli scorre meno concitato nelle vene e la stanchezza della lunga e rapida corsa gli fa rallentare il passo, egli ha il tempo di asciugarsi il sudore della fronte e di guardarsi attorno. L'uomo in quel momento diventa adulto. Gli anni e il vigore del corpo possono tracciare i confini delle età fisiche, ma non delle età morali. Queste si corrispondono spesso, ma non sempre. L'adolescente può in alcuni casi abusare di una precoce intelligenza, e a diciotto anni può fermarsi davanti all'arena della giovinezza, può guardarsi attorno prima di iniziare la corsa, può tracciarsi il sentiero della vita. Allora quest'uomo diventa adulto senza essere stato giovane. Egli ha preveduto i pericoli di una corsa disordinata e folle, ha misurato le proprie forze e non le ha trovate bastevoli per permettersi le feste della giovinezza; vi rinuncia spontaneamente, e si rassegna a prendere a vent'anni l'andatura posata dell'uomo adulto. In ogni modo, sia che l'uomo diventi adulto a vent'anni o a quaranta, le sue gioie cambiano di natura o almeno di forma, e mentre prima i capitali de' suoi piaceri consistevano quasi tutti in beni mobili, ora si sono cambiati in beni immobili. Nella giovinezza si preferisce il convulso alternar della Borsa, e purchè si abbia un interesse molto alto, si va incontro senza paura al fallimento e alla rovina. Oggi milionario, domani senza un soldo. In questa terribile altalena vi ha movimento, vita, delirio; il giovane ne è contento. L'adulto, invece, si accontenta dell'interesse del quattro o del tre per cento, ma lo vuol sicuro e ipotecato. Impiega i suoi capitali in case o in terre, ma diventa sempre tributario di tutte le case di assicurazione, da quella degli incendi a quella per la grandine e per i vetri della casa. I beni immobili che fruttano i piaceri dell'adulto sono i sentimenti della famiglia, le calme aspirazioni della gloria, lo studio, la considerazione di se stesso, il concetto di possesso, ed altri capitali consimili. Quando l'adulto diventa vecchio, egli si trova povero di gioie, poichè, ad onta delle sue economie e delle sue previdenti sollecitudini, il tempo inesorabile lo ha spogliato, ed egli diventa avaro. Allora toglie i suoi fondi dalle mani degli affittaiuoli, e diventa egli stesso amministratore e cassiere. S'egli potesse maneggiare la zappa diventerebbe ben volentieri anche coltivatore. Diffida di tutti e vuole da solo vedere e misurare, e, concentrando tutto intorno a sè, cerca di allontanare tutti quelli che hanno l'aria di parassiti; ei non ha torto; i capitali dei suoi piaceri, de' quali ha fatto tanto abuso nella giovinezza, si sono ridotti ai minimi termini. L'economia dell'età adulta ha riordinato alquanto le sue finanze ma il tempo, contro il quale non vi ha assicurazione, gli ha rovinato le case, gli ha isteriliti i campi. Non gli restano più che alcune care memorie, e le pallide gioie che ha conservate nelle proprie serre riscaldate artificialmente. S'egli è sano di mente e di corpo, non è infelice, e, quantunque vacilli e sorrida di rado, ama la vita con trasporto, fors'anche con vero furore; e checchè si dica, quando l'uomo ama la vita, è perchè essa gli dà più piaceri che dolori.
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