Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Fra i lineamenti fisici e le espressioni morali del piacere stanno alcune espressioni miste, come le esclamazioni ed il canto. Nei gradi massimi del piacere le esclamazioni non mancano quasi mai, ed esse esprimono il turbamento della mente, la quale sembra attonita per l'intensità della sensazione, e servono a definire lo stato in cui ci troviamo. L'intelletto non può avere la necessaria calma per analizzare il piacere che ci innonda, e non potendo nello stesso tempo rimanere inattivo, mostra, con una formula ardita o con parole tronche, ch'egli vive e vede. È per questo che, senza volerlo, si ricorre alle idee più grandi, e si nominano il cielo e l'ente supremo, oppure si compongono all'istante alcune parole che, per la loro forma bizzarra o per l'energia con la quale sono pronunciate, ci scaricano in parte della tensione in cui si trova tutto il sistema nervoso. In generale, le esclamazioni servono ad esprimere i piaceri improvvisi a corte parabole, e la natura dell'idea rappresentata dall'esclamazione entra in piccolissima parte nel valore dell'espressione, la quale trae la sua natura intima dalla forma. Difatti le parole «mio Dio!» servono ad esprimere le voluttà più sensuali o i dolori più strazianti, e la diversità dell'espressione consiste nel modo di pronunciarle. I piaceri il più delle volte si manifestano col canto, che è un'espressione più ordinata ed armonica delle esclamazioni. Essa forma il passaggio naturalissimo dalla parola più incomposta posta e confusa alle espressioni più perfette della poesia e della musica. La mente non è così sconvolta e sorpresa come nell'esclamazione, ma non arriva ancora a formulare in un pensiero lo stato della coscienza, per cui ricorre al linguaggio indeterminato della musica, che nella sua armonia esprime perfettamente lo stato piacevole, ma indefinito, nel quale si trova il nostro animo. Il canto disarmonico e bizzarro rappresenta la confusione delle facoltà mentali o il predominio della sensazione, e talvolta è tanto sfrenato che sembra un delirio, e indica così perfettamente la burrasca del cuore. Quando invece le onde si calmano e lo specchio della coscienza riflette più pura l'immagine del piacere, allora il canto diviene spiegato e armonioso. Il volgo, esprimendo la gioia col linguaggio della musica, ricorre alla memoria, mentre gli artisti creano nuove forme di armonia. Più d'una volta, quando essi sono presi dalla gioia, corrono al pianoforte o allo strumento ch'essi preferiscono, oppure dànno di piglio alla penna e mettono in musica i sublimi concenti, che desteranno il piacere in chi li udrà. Partendo dalla esclamazione, siamo arrivati alle creazioni della musica, e quindi ci troviamo già nel campo dell'espressione morale del piacere, in cui entra la mente. La parte più semplice che prende l'intelletto nella fisonomia morale della gioia, consiste nel pensiero formulato dalla parola. Più volte, provando un piacere, noi parliamo anche da soli, perchè l'idea riflessa nella coscienza non ci basta, e sentiamo il bisogno di una seconda riflessione, che vien fatta per mezzo dell'orecchio. Ma quasi sempre la parola non basta, e ricorriamo alla penna, per rendere meno fugace l'espressione morale della gioia, e per serbare un ricordo delle gioie per averle presenti nei dì del dolore. Non di rado però siamo trascinati a descrivere il nostro piacere dalla prepotenza della sensazione che ci ispira, e l'estro corre veloce esprimendo in forma elevata e poetica, in tutta la sua verità, la gioia che ci commove. La poesia, per l'altezza del concetto, rappresenta lo spirito analitico della mente che studia se stessa, mentre, con fa pompa della forma e con la veste dell'armonia, esprime la nostra sensibilità. La mente può formulare il piacere in infiniti altri modi, fissandolo sulla tela o sul marmo. Noi possiamo in tal guisa aver comunanza di sensi con un artista che dorme da secoli nel silenzio della tomba. L'invenzione di nuovi giuochi e di nuovi divertimenti può essere un'altra formula con cui si trasmettano ai posteri le nostre gioie. Sotto questo aspetto si potrebbe dire che il piacere ha la propria storia geologica e la propria paleontologia, e, si potrebbe, scherzando, aggiungere che nelle nostre biblioteche e nelle nostre gallerie noi troviamo veri piaceri fossili nelle poesie del Berni e nelle fantasie del Correggio e del Doré.
La gioia tende a scaricarsi per tulle le vie fisiche e morali che trova aperte, e rinviene nel sentimento sociale una delle gioie più naturali e più larghe, per le quali può versar tutta la pienezza di vita che tiene in sè latente. Comunicando ad altri il nostro piacere, veniamo a scaricarci dell'eccesso di sensazione che non possiamo sopportare, e, contemplando la gioia che si sviluppa negli altri, la riceviamo ancora in noi per riflesso. In questo caso, due esseri che si rallegrano insieme sono due corpi che si mettono in equilibrio. Uno di essi manda all'altro una corrente di gioia che ridesta in lui lo stesso fenomeno; per cui, alla sua volta, chi ha ricevuto si fa benefattore, e i doni si scambiano reciprocamente e senza posa. Ma v'ha di più: il piacere che noi diamo ad un altro ritorna a noi più perfetto e più caldo di vita, ed ogni volta che il raggio di gioia si riflette in noi o fuori di noi, esso è più terso e più caldo. Il piacere semplice e primitivo si è combinato colla sodisfazione di un sentimento benevolo, e mentre prima non godeva in noi che I'uomo-individuo, ora palpita di gioia l'uomo-sociale, l'uomo-completo. Il bisogno di comunicare agli altri la nostra gioia è così imperioso che, molte volte, noi ci rivolgiamo anche agli oggetti inanimati, parlando e ridendo coi muri, colle piante, coi sassi. Altre volte raccontiamo le nostre più o meno fortunate vicende agli uccelli, ai cani, ai cavalli. In qualche non raro caso l'uomo si mette davanti allo specchio e ride colla propria immagine, con la quale si scarica del piacere che lo innonda. Ma, quando siamo pieni di gioia, cerchiamo avidamente un uomo che si rallegri con noi: allora possiamo precipitarci nelle braccia della prima persona in cui ci imbattiamo, quand'anche sia a noi sconosciuta. Se questa rimane sorpresa e non può dividere all'istante con noi una gioia a lui ignota, espressa in modo così brusco e bizzarro, noi corriamo nelle braccia di un altro, e baciamo e stringiamo fervidamente tutti quelli che incontriamo per via. Più d'una volta si esprime in questo modo il giubilo popolare prodotto dall'improvviso arrivo di una lieta notizia. Il piacere cresce poi a dismisura, quando la persona che si rallegra con noi occupa già un posto distinto nel nostro cuore. Allora la gioia arriva ad una vera frenesia, e senza bisogno di parlare ci gettiamo fra le braccia dell'amico o del fratello, ridendo e piangendo di gioia. Per quanto bella sia l'espressione di un piacere condiviso fra due persone che si amano, pure il sentimento sociale, esaltato al massimo grado dalle forze del piacere, non se ne accontenta, e prova il bisogno di effondersi in più largo campo, per far sentire praticamente la sua benefica influenza. Allora la ragione, rischiarata da nobili sentimenti, ci mostra come sia una pretesa egoistica il volere che gli altri godano di una gioia esclusivamente nostra. Queste generose espressioni della gioia, però, variano assai secondo la misura del sentimento che vi è collegato. Quasi tutti si sentono meglio disposti a fare il bene quando sono felici; e ognuno può ricordarsi di aver fatto un'elemosina straordinaria, dopo essere uscito da un ritrovo col cuore gonfio di gioia; oppure di avere concesso un generoso perdono con lo slancio il più spontaneo dopo aver ricevuto una fausta notizia. Infelice l'uomo che non possiede di queste gemme fra le sue reminiscenze!
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