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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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CAPITOLO III.

Il piacere, come abbiamo già visto, è un fenomeno nel quale si produce una forza che diffondendosi lungo le fibre sensibili dal punto in cui si sviluppa primitivamente, trae in azione gli apparati ai quali si distribuisce. È in questo modo che abbiamo coscienza dei piaceri che noi stessi godiamo, e possiamo leggere sul volto dei nostri fratelli, e anche degli animali, il piacere che essi provano. I segni sensibili, coi quali si esprime il piacere, formano i suoi lineamenti o lo scheletro anatomico della sua fisonomia; mentre la parte che prendono le facoltà morali nell'espressione del fenomeno costituiscono la fisonomia viva, che si dipinge sopra il fondo invariabile e fisso dei lineamenti anatomici. Gli elementi anatomici di qualunque espressione del piacere sono i nervi e i muscoli, i quali vengono mossi in vario modo secondo la natura delle correnti che arrivano ad essi a mezzo dei nervi motori dei centri nervosi. Nessun movimento però è caratteristico delle sensazioni piacevoli, e la natura specifica non risulta che dal modo di concorrere e di accordarsi dei vari elementi. Il piacere può esprimersi col riso o col pianto, coll'elevarsi degli angoli della bocca o colla perfetta immobilità delle labbra, col moto il più diffuso e il più sfrenato, o colla calma più completa. Noi però sappiamo distinguere con un semplice sguardo le infinite gradazioni di un sorriso, e possiamo a prima vista sorprendere un raggio di luce che brilla in un velo di lacrime. La serie infinita dei piaceri può quasi tutta esprimersi col semplice brillare e muovere dell'occhio. Le gioie vivaci e intellettuali, in generale, lo rendono lucidissimo, più aperto e più mobile; mentre le voluttà più intense dei sensi lo fanno languido, incerto o anche fisso, finchè nei gradi maggiori lo nascondono interamente sotto il velo delle palpebre. Gli affetti più delicati si esprimono tutti con innumerevoli gradazioni di movimenti in basso, in alto, a destra, a sinistra; e qui è veramente meraviglioso l'osservare come nello spazio da poche linee possa contenersi tutta l'immensa varietà delle passioni umane dall'odio all'amore, dall'invidia al perdono, dal fuoco più ardente della passione al tepore più freddo dell'indifferenza. L'occhio nel lampo di un secondo esprime un'immagine che l'artista deve impiegare lunghe ore a rappresentare, e che il filosofo deve studiare lungo tempo per poterla incompletamente analizzare. L'occhio concorre ad esprimere il piacere anche con la secrezione delle lacrime, le quali non mancano mai nei gradi maggiori delle gioie del sentimento. La lacrima che scende sulla guancia di una madre commossa nell'abbracciare il figlio restituito alla salute da una pericolosa malattia, ha la stessa composizione chimica di quella che spunta nell'occhio di un cuoco che taglia una cipolla: è secreta dalla stessa ghiandola, ha la stessa forma, lo stesso colore; ma la prima brilla di una luce morale misteriosa che, riflessa nella nostra coscienza, ci commuove ad una purissima gioia, e forse ci ispira a un soave pianto. Quest'espressione di gioia è una delle più soavi. Forse il misterioso fatto di un fenomeno che serve ad esprimere a un tempo la gioia e il dolore, ci sorprende e ci trasporta, senza che ce ne accorgiamo, in quelle purissime regioni del mondo ideale, dove gli estremi opposti si riuniscono in una armonia meravigliosa. Tutti i muscoli della faccia concorrono ad esprimere il piacere con infiniti movimenti. Il naso, nella sua stoica impassibilità, rimane fedele alle sue abitudini e sta immobile; ma la bocca si muove più d'ogni altra parte, piegando i suoi angoli al sorriso, uno dei modi più semplici con cui si rappresenta il piacere. Dopo quelli della faccia, i muscoli che nel piacere si risentono più spesso sono quelli del collo e del tronco; seguono quelli delle braccia e delle mani, e gli ultimi a entrare in azione sono quelli delle estremità inferiori. Si intende sempre che questo vale in regola generale, e che le eccezioni sono numerose. Una delle fisonomie muscolari più elementari è quella costituita dal battere delle mani, che con l'applauso manifestano un consenso piacevole, e dal fregarsi le mani l'una contro l'altra, il che forma un segno quasi caratteristico del buon amore e dell'allegria. I moti più complicati sono il salto, la corsa, il ballo, e infiniti altri atti più bizzarri e più rari. Tutti ricordano che quando il Davy scoprì il potassio, ne provò tanto piacere che si mise a ballare in mezzo al laboratorio. Una delle fisonomie più caratteristiche del piacere è il riso, costituito da una espressione prolungata, interrotta e rumorosa, nella quale il diaframma è preso da una vera convulsione. A questo fatto fondamentale si associano poi nei diversi casi il brillar degli occhi, il muoversi dei muscoli della faccia e l'agitarsi di tutta la persona. Il riso più modesto è formato da un sorriso, e cioè dall'elevarsi lieve degli angoli della bocca, dall'aprirsi alquanto delle labbra, dal mostrarsi dei denti e da una sola espirazione prolungata. Se questo si ripete e gli angoli della bocca si alzano e si abbassano convulsivamente, il riso cresce di intensità, finchè la lieta convulsione diventa tanto forte che il respiro è interrotto, l'espirazione riesce difficile, e i poveri visceri del venire; agitati continuamente dalle scosse rabbiose che loro comunica il diaframma, recano disturbo e la mano pietosa corre a proteggerli da tanto eccesso di moto. La circolazione viene pure disturbata, e il volto si fa rubicondo, mentre gli occhi divengono lacrimosi per puro fenomeno meccanico; talvolta si prova un forte dolore all'occipite. Il riso ne' suoi massimi gradi può riuscire pericoloso. Il minimo male che può produrre è quello di farci bagnare con la nostra orina, o di far nascere un dolore di ventre passeggero, mentre può arrivare a produrre la morte coll'apoplessia cerebrale, collo scoppio di un'aneurisma, o con la rottura di qualche viscere. Il riso ridotto ad una formula elementare è una vera scarica nervosa che, per il modo improvviso con cui scocca, trae in convulsione il diaframma ed altri muscoli secondari; è una valvola di sicurezza, con la quale si dà sfogo all'eccesso di forza che non può essere rattenuta. Quando il piacere dura a lungo, e sale a poco a poco di grado, può arrivare alla massima intensità senza produrre il riso, mentre un piacere di minimo grado può far uscire ad un tratto nello scoppio più fragoroso. La natura però del piacere esercita a questo riguardo un'influenza molto maggiore della sua intensità, e il riso è l'espressione più naturale di una classe particolare di piaceri intellettuali che, come abbiamo già veduto, spettano al mondo bizzarro del ridicolo. Lo spasimo più voluttuoso di un amplesso ci fa appena sorridere, mentre la vista di una caricatura ci può fare scompigliar dalle risa. Il singolare si è che vi sono alcune sensazioni, mancanti affatto di elementi intellettuali superiori, che ci trascinano con prepotenza al riso; ciò che si osserva nel solletico. Pare che in questo caso il fenomeno si riduca ad un moto riflesso prodotto da una irritazione di indole specifica.

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