Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Il piacere ha una terminologia molto ricca, con la quale può esprimere le modificazioni di grado e di natura di uno stesso fenomeno. Senza consultare i dizionari dei sinonimi e i testi di lingua, e attenendoci alla coscienza e al consenso universale che si rivelano nel linguaggio comune, vediamo le parole più frequentemente usate in tutti i tempi e in tutti i luoghi per esprimere le varietà del piacere. La parola piacere esprime nel modo più generale la sensazione che ha il carattere specifico che noi possiamo esprimere con una formula, ma che non possiamo definire. Essa non esprime alcun carattere speciale, e può essere adoperata in tutti i casi, determinandola più da vicino con altre parole. Siccome però l'uomo ha sentito bisogno di formare altri vocaboli per esprimere i gradi diversi e superiori di questa sensazione, ne viene che più d'una volta la parola piacere si adopera di preferenza a significare i gradi mediocri o minimi; la sensazione nelle sue varietà meno nobili; per cui si dice più volentieri i piaceri dei sensi, i piaceri della carne, ecc. In generale però questa parola è la formula più generale per esprimere le infinite varietà delle sensazioni. Il gusto è un piacere mediocre, vivace ed alquanto sensuale che, nel campo dei sensi, esprime i piaceri meno intellettuali, e nel dominio del sentimento le gioie che hanno qualche elemento più volgare. L'idea espressa con questa parola ha sempre in sè qualche cosa di plastico che ci rappresenta un contatto fisico, una vera sensazione tattile, fisica o morale. Essa serve anche, in senso traslato, ad esprimere alcune compiacenze colpevoli, e risplende in tutta la verità della sua essenza quando, ad esempio, vedendo smascherato un impostore, diciamo: «Ci ho proprio un gusto matto!» Ciò nondimeno, parlando del senso estetico, la espressione «buon gusto» ha un significato di raffinato sentimento del bello. Il godimento è una parola d'uso molto generale che, con maggiore o minor proprietà, si può adattare a tutte le sensazioni piacevoli: esprime un piacere calmo e prolungato, che è alquanto sensuale. Esso rappresenta di solito un concetto che raccoglie in sè tante sensazioni, e mal si adatta a significare un solo piacere. È una parola incerta e neutra per eccellenza. Il godimento di una cosa significa poterne disporre interamente secondo il proprio volere e il proprio interesse. Il diletto è una parola che esprime un solo elemento di una sensazione piacevole. Si adopera più spesso ad indicare i gradi mediocri dei piaceri dei sensi o del cuore, e ben di rado si trasporta nel campo intellettuale. Del resto questo vocabolo ha confini molto estesi, e si può difficilmente definire. La letizia è un piacere di una vivacità calma e prolungata, che serve piuttosto ad esprimere uno stato generale del cuore, e non ha il carattere di un'unica sensazione. È una parola riservata quasi soltanto ai piaceri dei sentimenti benevoli, e che il più delle volte esprime una gioia partecipata da molti individui. La compiacenza è una magnifica parola, che per se stessa offre colla sua struttura organica l'idea che rappresenta. Essa esprime nel suo più largo senso un piacere intimo, composto da una sensazione primitiva e da un riflesso della coscienza, la quale se ne rallegra. L'uomo che si compiace si divide quasi in due individui, dei quali l'uno gode e l'altro si congratula con lui, osservando con piacere. E perciò questa parola esprime meglio di ogni altra i piaceri dell'amor proprio, nei quali la nostra immagine morale, riflessa in noi, è la prima sorgente della gioia. Anche quando proviamo una compiacenza per il bene degli altri, noi ne godiamo ancora come di cosa nostra, trasportando in noi l'immagine di un'altra coscienza. La sodisfazione indica, meglio d'ogni altro vocabolo, il piacere che accompagna il raggiungimento di uno scopo e la cessazione di un desiderio. L'uomo sodisfatto deve aver desiderato a lungo, e si trova perciò contento di aver calmato un bisogno. La sua gioia è calma, perchè è nata dal ristabilimento di un equilibrio. Questa parola è nel suo posto più naturale quando serve ad esprimere i piaceri negativi dell'amor proprio offeso. Il conforto è un piacere che si prova in mezzo al dolore, e che serve a raddolcirlo senza distruggerlo. Esprime quasi sempre una gioia morale negativa, e ci rappresenta il conflitto di un piacere che lotta con un dolore, e ristabilisce in parte l'equilibrio. La consolazione è un conforto in dose maggiore, per cui il dolore viene tolto interamente o vien ridotto in uno stato di calma sopportabile. Essa spetta sempre al mondo dei sentimenti o delle idee, e ce la figuriamo in atto di asciugare una lacrima. Senza dolori non vi sarebbero nè conforti, nè consolazioni. Non si può consolare un dolore puramente fisico, ma curare e lenire con l'arte medica. La contentezza o il contento sono parole che esprimono uno stato generale del cuore, in cui noi proviamo un piacere prolungato e vivace, e segnano, in ordine naturale, un grado più elevato della sodisfazione. L'uomo contento comincia ad aspirare alla felicità, ma non vi arriva ancora. La allegria è una contentezza che si esprime con modi più vivaci e rumorosi, senza che molte volte sia più feconda di piacere. È uno stato generale in cui il cuore scintilla ed espande il piacere che lo innonda. È la contentezza nella sua età più giovane, vestita con una civetteria innocente. Essa non può durare che qualche tempo, e anche nei rari casi nei quali costituisce uno stato abituale, è formata da una serie di scariche, mentre la contentezza è una legge naturale che emana uniforme e calma da un vivo focolare. Il buon umore è il passaggio dalla contentezza all'allegria, e si può esprimere con una fiamma calma che è attraversata di quando in quando da qualche scintilla luminosa. Questa parola esprime uno stato abituale, o che dura per qualche tempo, non prodotto da piaceri intensi, ma che dispone a godere delle massime delizie. La gioia è il piacere vestito in abito da primavera che danza vivace in un prato di fiori. Si potrebbe dire che è la contentezza espressa in una forma ideale e più sfarzosa. Del resto è per se stessa brillante e fugace, e non costituisce che un punto luminoso, non mai un'emanazione continua di luce. È un fuoco rosso di bengala che non può brillare nella sua purezza che sul volto fresco e rubicondo delle prime età della vita. Le gioie della vecchiaia sono troppo pallide, e quando prendono questo nome lo usurpano quasi sempre, imbellettandosi artificiosamente. Il giubilo è una gioia ancora più rumorosa e che per lo più si diffonde sopra le moltitudini; è una contentezza ridotta a festa, e che non si può leggere che sul volto di molte persone. Si potrebbe rappresentare vestendo l'allegria in abito di baccante. Il gaudio è una parola universale salita a tale grado, che si avvicina per le sue perfezioni alle purissime regioni dei piaceri intellettuali. Questa parola esprime nella sua maggiore proprietà i piaceri del mondo trasportati nel regno dei cieli. Il tripudio è un giubilo tempestoso, disordinato e, direi quasi convulsivo, che investe le masse; è il piacere allo stato di ebbrezza. La delizia è un piacere molto complesso, che in sè comprende gli elementi sensuali della voluttà e le forme eteree delle gioie del sentimento. Oserei dire che è la forma più ideale e delicata di un piacere sensuale, o l'immagine più plastica e materiale delle gioie del sentimento. La voluttà è un piacere sensuale che fa spasimare la fibra sensibile agli estremi gradi possibili della sensazione, e che in senso traslato serve anche ad esprimere le gioie purissime della mente e del cuore, quando salgono ai massimi gradi di intensità. Questa parola però, trasportata fuori del suo posto naturale, non è che una formula ardita per esprimere una cosa indefinibile, una parabola brevissima per manifestare in tutta la loro verità i piaceri sensuali. La felicità è uno stato d'animo che fa palpitare il cuore di tutti gli uomini, che da secoli si arrabattono per poterla praticamente definire. Fisiologicamente parlando essa esprime il grado massimo della contentezza continuativa, l'armonia più deliziosa che produce il piacere nel diffondersi per tutto l'organismo. L'uomo, che il più delle volte non arriva neppure a mettersi sull'infimo gradino della sodisfazione, teoricamente però vuole salire anche più in là della felicità, creando la metafisica parola di beatitudine. In questo stato egli si raffigura assorto in una vera estasi di delizie senza forma, e nella quale la pienezza della gioia che lo innonda lo tiene quasi sospeso in una regione eterea dove appena può sostenersi, e dove mancano parole e segni per esprimere l'immensità del piacere. La beatitudine non si adopera nel nostro basso mondo che per iperbole o per ischerzo, ed essa è riservata unicamente alle gioie eteree del cielo. Il solletico, il rapimento, il trasporto, l'ebbrezza, il delirio, sono altrettante parole che servono ad esprimere alcuni stati particolari del piacere, rappresentandone con immagini sensibili alcuni caratteri esterni.
Tutte le parole fin qui definite si possono dividere in due classi, secondo che esprimono una condizione passeggera della nostra sensibilità, o un vero stato permanente. I primi piaceri sono scintille, e, in ordine di grado, comprendono il conforto, la consolazione, il gusto, il godimento, il diletto, la delizia, l'allegria, la gioia, il giubilo, il gaudio, il tripudio e la voluttà. I secondi sono fiamme, come la compiacenza, la sodisfazione, in contentezza, il buon umore, l'allegria, la felicità e la beatitudine. Tutte queste scintille e queste fiamme, che costituiscono un vero apparato di pirotecnica morale, hanno un comune elemento che le riscalda e le illumina: il piacere, essenza misteriosa e primitiva intorno a cui si può scrutare, ma nella quale non si può far penetrare di una linea il bisturi dell'analisi.
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