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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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CAPITOLO VII.

Nell'esercizio della volontà non si prova sempre piacere. Il più delle volte essa non costituisce che un atto necessario e un lavoro intellettuale complesso, e il piacere che la può accompagnare è così debole, che non riesce avvertito, o si confonde con la gioia unica che deriva dall'esercizio della mente. Così, quando ci decidiamo a passeggiare o a studiare, a fare il bene o ad assecondare la passione, esercitiamo sempre la volontà, ma non ce ne accorgiamo: il sentimento o il lavoro intellettuale che domina, assorbe l'esercizio del volere, il quale non è che un momento necessario di un fenomeno complesso. È soltanto quando la volontà deve esercitare una determinata forza per vincere una qualche resistenza, che l'uomo può compiacersi di volere, e, fermando l'attenzione sul momento fuggitivo di quest'atto mentale, può provarne una gioia. Siccome, in ogni caso, un atto qualunque di volontà è posto fra una forza e una resistenza, fra un desiderio ed uno scopo, così è rarissimo che la gioia della volontà sia assolutamente pura e isolata, mentre quasi sempre trae con sè in simpatia di sensazione l'elemento che la precede, o quello che la segue, o entrambi assieme. Così, ad esempio, noi siamo destati al mattino dalla sveglia, che ci chiama al lavoro prefissoci fin dalla sera precedente. Quel suono stridulo e petulante ci rompe a un tratto il sonno, e, facendoci sentire per un momento la beata compiacenza del riposo, ci spinge più che mai a richiudere le palpebre. L'amor del lavoro però ci richiama, il dovere ci tien desti. Posti tra due forze contrarie, restiamo incerti per qualche tempo, finchè balziamo vittoriosi dal letto. Può darsi che in questo caso il massimo piacere derivi dall'esercizio della volontà, ma è quasi impossibile che ad esso non si unisca una sodisfazione dell'amor proprio, o una gioia data dall'amore al dovere. I piaceri della volontà sono tenacemente cementati con altri elementi, e si tengono sul punto centrico che riunisce i tre regni dell'uomo morale: intellettuali per se stessi, possono estendersi sul terreno dei sensi e del sentimento. L'amor della lotta e l'amor proprio, sotto tutte le forme, sono gli elementi inseparabili nella gioia che nasce dall'esercizio della volontà. In qualunque atto energico si ha sempre una lotta e una probabile vittoria; non può quindi mancar quasi mai il piacere che accompagna il cozzo di due forze e la compiacenza del premio. Negli atti del volere esercitati sopra noi stessi e l'amor proprio che ci incorona; quando invece dirigiamo la volontà sopra gli altri, chi ci ricompensa è l'ambizione. Il piacere di comandare a se stessi consta dell'esercizio della volontà e della approvazione che ci decretiamo, mentre le gioie del comando si riducono quasi tutte all'esercizio del volere e dell'ambizione. Tutti i sentimenti buoni e cattivi possono poi pagare il loro tributo a queste gioie, senz'essere però strettamente necessari. Si può comandare a se stessi con vera voluttà un'azione indifferente dal lato morale, come si può compiacerci infinitamente di essere ubbiditi da altri, senza che questo ci procuri ricchezza e onori. In tutti i casi la compiacenza più pura del volere è una vera gioia: indirizzata al bene, essa ci rende capaci delle più grandi gesta, perchè cresce coll'esercizio e diventa avida sempre più di sforzi maggiori. Oggi abbiamo dato un giro alla manovella che serra le nostre passioni, domani ne daremo due, poi tre, poi quattro; si arriverà in certi casi a una vera rabbia convulsa di volere tutto ciò che è difficile, di sentirci padroni di tutte le nostre facoltà. Vi sono momenti per gli uomini di ferrea volontà nei quali essi si sentono sovrani dispotici di se stessi e, quasi serrassero in pugno il cuore e il cervello, godono di un vero spasimo, pensando che con uno stringere o un allentare di palme possono soffocare il cuore o lasciarlo palpitare gonfio di vita, possono far tacere il pensiero o abbandonarlo alla più spontanea e tumultuosa attività. Difficilissimo però è il non abusare della volontà, quando essa ci è concessa dalla natura robusta e prepotente. Si può cominciare con la più innocente ostinazione, o coi giuochi più comuni del volere, e si può finire colla tirannia più feroce esercitata sopra sè o sopra gli altri. In questi casi si diventa adoratori maniaci della propria forza, e, dimenticando che essa non è che uno strumento accordatoci per pervenire al bello, al buono e al vero, si rende la volontà scopo a se stessa. Si immaginano gli sforzi più straordinari, si tentano le prove più ardite di ginnastica morale, e si arriva a comandare a se stessi l'amore o l'odio, il riposo o il lavoro, la virtù o il vizio. Questi atleti della volontà, quando dànno una direzione unica alla forza che si sviluppa in essi, possono arrivare ad una straordinaria altezza, sia nel vizio come nella virtù. Il governo della loro mente si riduce a un principio che domina sovrano e che comanda a tutte le facoltà soggette per mezzo della volontà. Tutti i sentimenti, dai più generosi ai più vili, tutti i poteri intellettuali non possono agire per propria ispirazione. Una delle forme morbose più frequenti della volontà è l'ostinazione. In questa malattia l'uomo esercita un grande sforzo di volontà per un'azione che non lo merita, e continua a volere anche quando la ragione o il dovere dovrebbero persuaderlo a mutar d'avviso. Nei piaceri ch'egli prova entra quasi sempre l'esercizio di una lotta, o una sodisfazione colpevole dell'amor proprio. In ogni caso l'ostinazione è sempre un aborto o una forma mostruosa di una potenza nobile e generosa, e va quasi sempre unita, all'ignoranza o alla vanità. In alcune forme di capricci, che riescono tanto cari ai fanciulli e alle donne, entra sempre, come elemento principale un abuso della volontà, e la fisonomia di queste gioie, a differenza delle altre che spettano alla stessa famiglia, presenta un carattere meschino nel quale entrano sempre un dispetto e un piacere. I piaceri fisiologici della volontà sono meglio gustati dall'uomo, giovane o adulto. Credo che nei paesi del nord questa facoltà abbia una tempera più robusta. La massima differenza però è segnata dall'organismo individuale. Alcuni non hanno mai provato una sola gioia pura del volere, mentre altri coltivano questi piaceri con una sollecitudine speciale, e se ne regalano ogni giorno una certa dose. Si può esser grandi anche senza aver mai provato la ferrea gioia del volere; ma non si può possedere questa forza, a un dato grado di potenza, senz'avere una certa superiorità nel bene o nel male.

PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO