Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Nelle singole fasi del lavoro intellettuale, si possono provare diversi piaceri, i quali crescono quasi sempre in proporzione delle difficoltà dell'opera. La elaborazione delle idee e dei giudizi è così semplice, che procura pochissimi piaceri. Il piacere più vivo incomincia, però, quando i giudizi si addentellano tra loro col raziocinio per trarre fuori nuove idee e nuovi giudizi. Là la vera fabbrica comincia, e se non si crea, la trasformazione delle materie prime è così meravigliosa, che appena si possono distinguere le une dalle altre. Dalle nuove idee di second'ordine, che sono vere idee di idee, si giunge a nuovi giudizi, che, associandosi con nuovi raziocini, formano idee elevatissime, vera quintessenza della mente. Alcune menti si arrestano alle idee di primo ordine, alle quali arrivano con lungo e stentato lavoro; mentre altre attivissime prendono per materia prima le idee di quarto o quint'ordine, e facendo così un salto enorme, arrivano ad essenze tanto eteree e trascendentali, che appena si possono distinguere dai più. In ogni modo, con le idee e coi raziocinii fra loro combinati e legati col cemento logico si fanno poi mosaici più o men belli che si mettono in commercio. Sono le opere di poesia, di letteratura, di filosofia, di scienza; sono i prodotti della mente umana. Questi prodotti si vendono sul mercato dell'opinione pubblica, e si comprano a buon patto coi metalli nobili, colle foglie d'alloro e coi nastrini a variati colori. Alcuni lavorano, se non per ricavare un utile, almeno per propria sodisfazione e per l'onore della firma, mentre altri vendono i loro prodotti ad altre case più accreditate. Il moto complessivo che anima la mente si chiama pensiero, e il piacere che l'accompagna è costituito dalle piccole gioie speciali di accozzare idee e concetti, giudizi e raziocini. Tutti gli uomini pensano, ma non tutti godono ugualmente di questo lavoro. Ora devono esercitare troppa fatica, ed ora l'andamento loro è così disordinato che non possono assolutamente compiacersene. Altri, quantunque abbiano le migliori disposizioni, sono troppo agitati e turbinosi per arrestarsi a contemplare con piacere l'incessante moto del misterioso lavorio mentale, e godono soltanto delle grandi gioie delle scoperte, o dello scopo che raggiungono per mezzo del lavoro della mente. Essi godono dell'intelletto soltanto perchè li guida alla ricchezza o alla gloria, ma non si deliziano delle gioie del pensiero. Eppure vi ha tanta voluttà nel lavoro della mente, da allietare tutta la esistenza o da consolarci di tutte le miserie grandi e piccole che ci assillano sul nostro cammino: il piacere di pensare, anche indipendentemente da qualunque scopo, da qualunque premio, è uno dei più grandi della vita. Le sensazioni ci arrivano da ogni parte, e appena giunte in noi sono trasformate in idee. Qui un'idea, entrando nel campo della memoria, suscita per analogia un'altra idea; là una combinazione di giudizi fa scaturire uno sprazzo di luce o una scintilla. La luce che illumina a un tratto è tinta dei colori dell'iride che si riflettono su tutto. È la fantasia che, agitando il suo caleidoscopio, o abbandonandosi ad uno dei suoi giuochi di ottica, crea una nuova combinazione di colori. Ora è il rumore assordante dell'officina che tutta intera suda per generare una sola idea: ora è il silenzio più perfetto che arresta a un tratto l'attivo tempestar dei martelli e il rabbioso stridere delle ruote: la riflessione ha intercettata la luce, ha sospeso il lavoro; e gli operai, arrestati a un tratto e sospesi, rimangono silenziosi in mezzo alle tenebre non interrotte che dai sottili raggi e dalle scintille che escono dalle fenditure di un ardente fornello, dove forse si sta distillando una grande verità. Tutti questi mille accidenti si riflettono nello specchio della coscienza, dove l'io guarda e sorride. Non tutti quelli che pensano con voluttà esprimono nello stesso modo il piacere che pensano, ma tutti sentono che è una gioia indefinibile, che non si esaurisce mai e sempre si rinnova; gioia forse fredda e calma, ma che si può amare come una gioia del cuore. La massima differenza di questi piaceri è costituita dal grado di sensibilità e dalla forza del volere, più ancora che dal grado dell'intelligenza. Molti uomini di ingegno e fors'anche di genio sono trascinati dal pensiero, e, mirando alla meta, non guardano forse mai il sentiero che percorrono. Altre volte, impazienti e intolleranti delle piccole gioie, rimangono assorti nelle più sublimi speculazioni. Per godere del piacere primitivo del lavoro intellettuale bisogna arrivare alla pazienza di osservare quello che si compie, bisogna essere padroni e non servi del proprio pensiero; bisogna esser capaci della difficile impresa di mantenersi calmi in mezzo al movimento, tranquilli nel lavoro. Tra tutti gli intellettuali, quelli che in generale godono più degli altri del piacere di pensare, sono i filosofi e i letterati, quelli che ne godono meno, gli eruditi, che però sono quasi sempre rivenditori dei prodotti altrui e non dei propri. L'influenza di queste gioie è assai benefica. Esse ci rendono felici, o ci fanno capaci di aspirare alla felicità, ed elevandoci al disopra degli altri uomini, ci rendono quasi sempre degni dei piaceri caldi della gloria e dell'ambizione. Chi arriva a provare in vera voluttà del pensare, trova insipido e pallido ogni altro piacere intellettuale, e spesso trascura anche le gioie più o meno pericolose del sentimento. Quando si gode del piacere puro e semplice del pensare, si può esprimerlo col brillar degli occhi e con una maggiore animazione del volto: ma si può anche assorbirlo a poco a poco senza lasciarne trapelare una sola stilla.
Dei piaceri che provengono dall'esercizio della parola.
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