Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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L'età influisce assai a modificare la natura del piacere. V'è taluno che nella giovinezza è avido di apprendere con insaziabile ansia, e poi nell'età adulta, più calmo osservatore, preferisce di riconoscere pochi oggetti, ma di registrarli con tutte le regole dell'arte protocollare. I piaceri dell'osservazione e dell'acquisto delle cognizioni costituiscono la parte integrante fondamentale delle gioie dello studio, il quale è sempre un lavoro intellettuale molto complesso. Esso è nel senso più vasto l'applicazione della mente alla ricerca del vero, del bello e del buono; per cui abbraccia tre mondi che hanno il proprio cielo, i propri pianeti e satelliti. La smania di imparare è un'ottima cosa, ma può andar unita anche a facoltà intellettuali mediocri. In alcuni casi essa si riduce a un furore di divorare, a una vera fame morbosa che fa inghiottire ogni cosa a rischio di averne poi una indigestione. Alcune volte si accumula per poi classificare e distillare; e in questi casi, per quanto sia insaziabile la fame di cognizioni, non è mai ridicola. Per imparare bisogna sempre esser discepolo, bisogna riconoscere davanti ai libri o agli uomini la propria ignoranza. Alcuni, incapaci di questo sacrificio, non potranno mai arrivare ad una gioia purissima; altri non la raggiungono perchè la fatica dell'imparare, essendo troppo sproporzionata alla debolezza delle loro facoltà mentali, non viene ricompensata abbastanza dal piacer di sapere. Chi arriva sulla cima del monte stanco e sfibrato non può godere del sublime spettacolo che di là si contempla, perchè il piacere ch'egli prova viene soverchiato dalla sua sofferenza; così lo scolaro, che zoppica, e suda, e piange sul sentiero della scienza, non può amarla, e la maledice come una delle tristi necessità della vita. I piaceri dell'imparare variano in una scala infinita secondo la natura delle cognizioni. Chi presta un culto speciale alle matematiche può sbadigliare sur un libro di storia; un altro linguista, può rimanere indifferente alla lezione più interessante di chimica, e così via. Inoltre altre condizioni fuori e dentro di noi possono modificare i piaceri che si hanno dall'acquisto di cognizioni; ma l'elemento onnipossente che misura quasi sempre il piacere, è la fede nella scienza umana. Il bisogno di imparare può accompagnarci con tutta la sua passione fino all'estrema età, conservandosi sempre giovane; mentre lo spirito di osservazione è sempre adulto, spesso anche vecchio. Se il primo può andar compagno della mente meno evoluta, il secondo invece è sempre indizio sicuro di certa superiorità. Le gioie in quest'ultimo caso sono più calme, delicate, direi quasi sottili, e sembrano irradiarsi in tutto campo del pensiero. Nell'atto di osservare, tutta la mente pende intenta sopra un oggetto, aspettando di elaborare le scoperte che essa va facendo ad ogni istante. Il piacere di osservare, si può benissimo confrontare alla compiacenza che prova l'operaio nel disporre in bell'ordine i suoi strumenti e nel contemplare il lavoro che sta per cominciare. In generale si adopera la parola osservazione per indicare l'attenzione che la mente presta alle impressioni che arrivano ad essa per mezzo della vista; ma nel senso più vasto si può osservare anche un fenomeno interno. I piaceri che si provano nell'acquisto delle cognizioni o nell'osservare, esercitano quasi sempre un'azione benefica sulle facoltà intellettuali. L'amore del sapere da solo è una facoltà affatto neutra; ma siccome è sodisfatto dalla scienza, ne viene che chi prova le sue gioie diventa sempre più avido di gustarle, e trascurando i piaceri meno nobili o più pericolosi, acquista la vera passione dello studio. Studio e osservazione sperimentale sono i due mezzi per arricchire la mente: col primo si approfitta della esperienza e del sapere accumulato per secoli dalla umanità; con la seconda si acquistano direttamente le cognizioni con la esperienza propria e con l'applicazione personale delle nostre facoltà. Le gioie dell'osservazione sono più intense e rendono acuto lo sguardo della mente, avvezzato alla riflessione calma e riposata; e sebbene da sole non insegnino ancora a pensare, pure esercitano la mente ad uno dei più preziosi esercizi e preparano i buoni materiali d'opera per rendere più facile e fruttuoso il lavoro. Coltivando questi piaceri con affetto, si può accrescere la temperanza e la prudenza del pensare; o farle nascere quando mancano. L'osservazione è il miglior freno che possa contenere l'impetuoso destriero della fantasia; è il precettore più severo che educa e castiga i capricci puerili e le strane bizzarrie della mente; è il miglior compagno di viaggio che si possa dare alla poesia nel suo cammino verso la verità. Tutte queste gioie sono meglio coltivate dall'uomo che dalla donna. La civiltà le diffonde con l'educazione a un maggior numero di individui, ma ciò che le misura con diversa proporzione è il sistema cerebrale.
Tutti nella loro vita provano in qualche momento il piacere di imparare, ma non tutti provano il piacere di osservare. Vi sono cognizioni così facili che, entrando spontanee nella nostra mente per mezzo dei sensi, non costano la minima fatica; per cui esse possono esercitare piacevolmente i cervelli anche i più deboli e infermi. Ma l'osservazione esige sempre una tensione particolare che stanca e non diverte le menti piccine. Tutti possono guardare e osservare, ma per render fissa e immobile per un momento la pupilla, devono tendere con tale forza i poveri muscoli dell'occhio, ch'esso ne può lacrimare e rimanere. poi stupito e spossato. Queste gioie si cominciano a gustare molto deboli nei primi tempi della vita, nei quali predominano in modo straordinario quelle che derivano dall'acquisto delle cognizioni. Anche il fanciullo che non sa leggere e che non ha ricevuto ancora il minimo aiuto da una mano educatrice, impara però ad ogni istante moltissime cose, e ne prova quasi sempre un piacere che la debolezza dell'attenzione non gli permette di gustare che in modo debole e fugace. I piaceri dell'amor della scienza sono in generale più vivi nella giovinezza, ma in alcuni individui crescono sempre coll'avanzar dell'età, e la fame rabbiosa delle cognizioni non si rallenta alquanto che nella vecchiaia. Le calme gioie dell'osservazione sono invece più vive nell'età matura, e ben pochi hanno il privilegio di saper osservare fin dalla prima adolescenza. Per questi la noia è quasi sempre un male sconosciuto, e il mondo che li circonda è una miniera inesauribile di esperienze e di gioie. Nel piacere di conoscere e di imparare la fisonomia può esprimersi in un modo molto diverso; ora può esser calma e impassibile, ed ora può espandersi a un muto sorriso di compiacenza. Nella gioia di osservare l'occhio esprime quasi sempre da solo le delizie che prova la mente nel pendere intenta al prediletto lavoro: esso sorride e parla, sta quasi sempre fisso, ma cambia di lucidezza e di vita ad ogni istante. Spesso vi si legge dipinta una gioia calma e fredda, in cui però scorrono di quando in quando alcune scintille prodotte dalle piccole scoperte che si vanno facendo, le quali nella loro essenza non sono che cognizioni nuove, che noi abbiamo il merito di leggere nel libro della natura. Vari sono gli aspetti della fisonomia: così un uomo che gode interessandosi ad un nuovo insetto, deve avere una fisonomia diversa dall'altro che si compiace di studiare la filosofia di Leibnitz. Chi osserva estatico in un microscopio non può esprimere la stessa gioia dell'altro che contempla il moto delle stelle. Nell'analisi dei piaceri intellettuali non si possono tracciare che confini molto estesi e figure grossolane, perchè, quando si discendesse ad un'analisi più minuta, si entrerebbe, senza volerlo, nel campo della gioia dei sensi o del cuore. La patologia dei piaceri della mente è quasi sempre data dal sentimento che indirizza il lavoro della mente a uno scopo colpevole. Nel dominio della morale l'intelletto è servo del cuore, ed è uno strumento che per se stesso non ha la minima responsabilità, potendo servire a coltivare il campo del sentimento come a farlo isterilire. Il merito del lavoro mentale è sempre misurato dall'affetto che lo ispira, e per se stesso non può meritare nè premio nè pena. Questo in faccia alla morale. Per il filosofo il piacere dell'intelletto può essere morboso anche senza essere colpevole, quando, cioè, è prodotto da una facoltà difettosa nella proporzione o nella natura e quando esso offende il vero ed il bello. Tra i piaceri morbosi della mente insomma alcuni sono ammalati e colpevoli, altri possono essere ammalati ma innocenti. Infatti, si può godere nell'acquistare una cognizione pericolosa alla morale, come si può osservare con vera voluttà un'azione colpevole; ma in ambedue i casi la malattia del piacere è data dal sentimento. In altro caso si può essere divorati da una vera mania di sapere e di osservare cose piccole e di nessuna importanza; si può essere, in una parola curiosi, e allora il piacere che si prova non è colpevole, ma morboso. La curiosità può essere una leggera malattia della mente, quando lo spirito di osservazione e il bisogno di imparare degenerano in una velleità capricciosa e convulsiva di sapere le cose le più indifferenti e scipite, in un vero prurito invincibile di stuzzicare ad ogni momento il proprio intelletto colle notizie le più insulse del mondo. È questa una passioncina che non esce mai dalle proporzioni dei pigmei, ma che è esigente come un fanciullo ostinato, irragionevole come una donna indispettita, insistente e incorreggibile come una mosca. Le donne ne peccano più di noi, ma anche nel nostro sesso i curiosi non mancano sicuramente. Del resto questa malattia della mente è così leggera, che, quando non conduce a indiscrezioni e a brutali sfregi della delicatezza, si perdona facilmente.
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