Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Più ci allontaniamo, nel fare l'analisi dell'uomo morale, dalla semplice sensazione per arrivare alle più sublimi creazioni della mente, tanto più ci troviamo davanti un orizzonte nebuloso e indeterminato, nel quale gli oggetti si delineano con confini vaghi, che spesso la debolezza della vista non consente di discernere donde vengano o dove s'indirizzino, e non sa nemmeno determinarne l'individualità. Nel regno dei sensi abbiamo molti misteri, ma penetriamo l'andamento generale dei fenomeni: abbiamo un corpo che ci tocca colle sue molecole, colla luce, o col suono; un oggetto insomma che ci manda qualche cosa, della quale noi ci accorgiamo. Nel regno del sentimento invece i misteri crescono, le ombre discendono sull'orizzonte delle nostre ricerche, ma ci intendiamo ancora: sono forze che partono da noi e si dirigono verso un punto fisico o morale; sono emanazioni calde e vaporose colle quali l'io risponde alla natura. Ma quando noi passiamo dal sentimento il più complesso alla più semplice azione intellettuale, ci sentiamo in un altro mondo e sotto un cielo meno trasparente. Qui la coscienza, per quanto ci avverta dei fenomeni della mente, non sa guidarci a studiarli nè a riconoscerne l'origine o la ragione. Prima noi ci siamo serviti della mente per studiare qualche cosa che, quantunque ad essa legata, era pur sempre fuori di essa; mentre ora è la mente che deve studiare se stessa; è l'io che, dopo aver contemplato l'edifizio nel quale ha sede, e dopo essersi compiaciuto di studiarne accuratamente ogni parte, si trova faccia a faccia con se stesso, e guardandosi nello specchio della coscienza, rimane a un tratto sorpreso di potervisi riconoscere, senza però discernere i propri lineamenti in modo netto e preciso. Vi sono molti uomini che non possono intendere questo fatto, perchè non sono mai capaci di isolarsi per un solo istante dal mondo esterno, di togliersi dall'ambito dei sensi e del sentimento; e guardandosi nello specchio della propria coscienza, non hanno potuto mai vedere e sentire il loro io nudo, isolato, sospeso davanti al triplice regno della natura umana. Certamente l'uomo e con la pazienza e coll'attenzione, può contemplare ad una ad una le faccette del proprio poliedro morale, e analizzare i singoli lineamenti della propria mente, può studiare la memoria, la ragione, la fantasia; in questo caso però studia ancora gli strumenti, gli organi e le parti, ma non vede ancora l'assieme del meccanismo, non distingue l'unità umana. Solo per il lampo di un secondo si può con una robusta volontà sospendere quasi il moto della vita morale, e senza ricordare, nè pensare, nè creare, si può avere la coscienza dell'io pura e semplice, e contemplare davanti a se stesso quel punto misterioso formato dall'incrociamento di tulle le forze fisiche e morali. Più in là non si può andare. Quel punto è indivisibile e noi non possiamo averlo davanti alla nostra coscienza che come il guizzar di un lampo. Nello studio della nostra mente, si sarebbe fatto un gran passo, se si fosse potuto isolarla nettamente dagli altri due regni della natura umana, o se almeno un abisso avesse separato il sentimento dall'intelletto; ma, sgraziatamente, non è così. La voragine non esiste, e una comune vegetazione, crescendo sui confini dei due mondi, non ci permette nettamente di determinarli. Quando noi siamo nel giardino fiorito dell'affetto e ci sentiamo voluttuosamente illanguiditi dall'aria tiepida che vi si respira, possiamo dire con sicurezza che ci troviamo nella regione del sentimento; ma se cerchiamo il muro di cinta del delizioso giardino, non lo possiamo trovare; e, quando intenti alla differenza della temperatura e della vegetazione, camminiamo in linea retta dal centro alla periferia per trovare dove finisce il cuore e dove comincia la mente, facciamo la figura di quei bracchi che, avendo perduto la traccia della lepre, abbaiano, corrono a dritta ed a manca, fiutando l'odore che li ha guidati fino allora. Qui fa troppo freddo, dobbiamo trovarci già nel regno della mente; ma questi fiori non crescono però che nelle regioni calde... Qui fa troppo caldo, siamo ancora nei giardini del cuore; ma è impossibile: non vedete i larici e gli abeti? Pur troppo è così: i sentimenti ideali, quelli che nascono cioè da un'idea o ad essa si indirizzano, formano un anello che congiunge i palpiti del cuore colle aspirazioni del cervello. La verità è un'idea; la storia de' suoi piaceri va dunque inserita in quella delle gioie intellettuali; ma la verità si sente, e l'amore del vero è un sentimento.
L'intelletto prende una grandissima parte a tutti i piaceri, ai quali concorre con molti elementi variabili e con la condizione costante ed indispensabile dell'attenzione. Di rado però esso ci arreca gioie primitive e semplici, e alle quali concorra da solo. È desso un severo operaio che lavora indefessamente senza sorridere, ma quando è allegro, dove quasi sempre la sua gioia alla coppa di qualche sentimento che lo inebria. Perchè una facoltà intellettuale possa da sola, senza il concorso del senso e del sentimento, produrre una gioia, bisogna che sia sviluppata oltre l'ordinario. In tutti gli altri casi l'eccesso del lavoro o della forza necessaria a produrre l'eretismo indispensabile a tutti i piaceri, invece di generare la gioia, fa nascere il dolore, non foss'altro che sotto la forma di stanchezza. Molti studiano con piacere; ma questo deriva quasi sempre dalla sodisfazione di un sentimento che può essere nobile o ignobile, elevato o volgare. Può essere l'amor di gloria o la vanità, l'interesse o il dovere. Pochissimi amano lo studio per lo studio e sono capaci di provare un piacere puramente intellettuale. Ora non vi meraviglierete più se questa terza parte del mondo dei piaceri è assai limitata. Le gioie intellettuali pure, o appena colorite da una leggera linea di affetto, possono però arrivare al massimo grado di forza e bastare a far felice un'esistenza. Esse conservano nei loro preziosi tesori le gioie più calme e le più tempestose, le fiamme più tiepide che rischiarano di un debole chiarore una vita intera, e i fulmini che squarciano per un istante con un solco di luce l'orizzonte di un'esistenza. Esse hanno per carattere speciale di essere quasi del tutto scompagnate dai dolori, e di preservare anzi molte volte dalla sventura. Hanno il privilegio di esser nostre due volte e di non essere colpevoli d'egoismo; e serbandosi pronte ad ogni nostro comando nel santuario della mente, si conservano poi fedeli in tutte le età, inconcusse contro i mutamenti politici e i fallimenti del cuore, e spesso anche contro le devastazioni del tempo. Indirizzate ad uno scopo nobile e generoso e intiepidite dal fiato di qualche sentimento delicato, esse possono dare una delle forme di felicità che più si avvicina all'ideale della perfezione. Le gioie dell'intelletto devono essere soltanto intiepidite dal sentimento, perchè se la temperatura di questo arrivasse appena al caldo, non farebbe che guastare la lucida purezza dei piaceri mentali. In tutta la loro perfezione questi non si mostrano che sulle rovine degli affetti e dei sensi, e il martire del pensiero si fa perdonare con la creazione quasi sempre la soppressione del cuore. Egli uccide in sè l'amante, il padre, il cittadino, fors'anche il figlio e l'amico; ma egli trova la verità, e illuminando le generazioni contemporanee o future, viene a pagare ad usura il tributo ch'egli deve all'umanità. Più d'una volta, strappandosi il cuore, egli distrugge con esso la sorgente delle gioie più soavi, degli affetti più ardenti, ma non per questo egli cessa di essere uomo onesto e leale. Egli mira ad una meta superiore che deve ad ogni costo raggiungere; egli pende sopra un lavoro così delicato e pericoloso, che la più lieve distrazione potrebbe distruggere. Purchè il suo cervello distilli dalla penna pensieri sopra pensieri, egli getterebbe se stesso nella preziosa fornace che riscalda il suo alambicco. Questo però non vale che per il genio. L'uomo volgare, che sopprimesse uno solo dei palpiti del cuore, commetterebbe un sacrilegio. Diventi Goethe o Bacone, e noi potremo essere indulgenti per il suo egoismo o per le sue manchevolezze.
PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO
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