Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Nella serie delle gioie impartite dal sentimento, ci siamo imbattuti in molti piaceri colpevoli e morbosi; ma il loro carattere patologico non era primitivo, e derivava soltanto da un errore di quantità o di forma. L'affetto era buono nella sua essenza, ma deforme nella sua attuazione. Così abbiamo veduto il nobile sentimento dell'ambizione, mostrarci nella vanità una forma meschina. Altre volte l'affetto è colpito da una fatale malattia che lo altera in tal modo da farlo tralignare. Vedemmo difatti la gioia legittima del possesso degenerare nella compiacenza del furto. In ogni modo però sotto le forme morbose più bizzarre e le deformità più ripugnanti, l'occhio paziente e acuto dell'osservatore poteva indovinare la natura della alterazione e provvedere. Sgraziatamente le malattie del cuore non finiscono qui, e moltissime derivano dallo sviluppo di un elemento morboso d'indole specifica, o da un sentimento colpevole primitivo. L'odio è uno dei sentimenti colpevoli più semplici nella sua essenza, ma che, disponendo di un immenso arsenale di abiti e di costumi, riveste le forme più bizzarre, sicchè molte volte riesce difficile in sulle prime di riconoscerne l'identitità. Il suo carattere specifico è quello di essere sodisfatto del male altrui. Così alcune offese particolari fatte all'amor proprio suscitano l'invidia, la quale non è altro che odio per la superiorità altrui. Ciò che modifica però più d'ogni altra cosa la natura dell'odio, è la misura del sentimento colpevole proprio ad ogni individuo. La stessa offesa, che arrecata ad un tale non lo porta che ad un momento di collera innocente, accende in un altro la fiamma di un odio implacabile e profondo, o lo ispira alla più crudele vendetta. La stessa umiliazione può farci piangere di dispetto, o impallidire di rabbia, o infiammar di furore. In ogni caso, l'odio eccitato da una causa qualunque ha i propri bisogni, e questi producono piacere quando vengono sodisfatti. La collera, che non è altro che una scintilla di odio, quando venga ridestata in un uomo onesto non lo spinge che a battere i piedi, a bestemmiare, o a rompere quello che gli capita fra mani. Altre volte l'odio viene eliminato in parte dai nobili affetti, e non essendo forte abbastanza da eccitare all'offesa, sorride però di compiacenza all'altrui sventura. Nei gradi massimi l'azione è veramente necessaria a spegnere la forza straordinaria accumulata in un cuore che si consuma nell'odio più veemente, e i delitti sono le barbare gioie che sodisfano questo crudele sentimento. Più d'una volta fu visto l'uomo sorridere alla fatale sventura di una calunnia creduta vera, e contemplare con feroce smania gli ultimi aneliti di una vittima colpita a morte. Misurate lo spazio immenso che separa il fanciullo che gode nel tormentare un povero insetto, e l'assassino che prova un'atroce voluttà nel sentire sotto la sua mano le viscere palpitanti della vittima che spira domandando pietà: voi avrete un'idea del numero infinito di gioie più o meno morbose, che coltiva il sentimento dell'odio. Forse, meno pochissimi eletti, tutti gli uomini hanno nel cuore un germe di odio, che, atrofizzato e isterilito dai nobili affetti che da ogni parte rigogliosi lo circondano, dà quando in quando deboli segni di vita, oppure, con una subitanea esplosione, erutta lave ardenti che non offendono alcuno. Le forme più innocenti con le quali l'odio si sviluppa in questi casi, sono gli accessi di collera, gli irrefrenati scatti d'ira e atti di avversione, e moltissimi individui mediocri, in cui l'odio non dà mai scintilla o fiamma, senza commettere positivamente un'azione colpevole, sono sempre indispettiti e col muso ingrugnito, pronti ad aggredire astiosi.
Fra tutte le forme che presenta l'odio una delle più innocenti e più comuni, e che è larga dispensatrice di gioie colpevoli, è quella di far dispetti. Nei gradi minimi la smania di far dispetti si esercita sugli animali, e si vedono allora i passionati dilettanti delle piccole gioie dell'odio tirar gli orecchi e la coda ai cani, punzecchiare i cavalli e i buoi, scottare coll'acqua calda i gatti, ecc. Procedendo d'un grado verso la colpa, i dispettomani attaccano l'uomo e lo tormentano con mille scherzi più o meno leciti, ma sempre frivoli e importuni. Quando però i dispetti non oltrepassano una certa misura di decente moderazione, bisogna tollerarli, e perdonare ai loro autori, perchè essi provano un vero stimolo insopprimibile, un bisogno invincibile di abbandonarsi a questi innocenti piaceri. Per quanto innocente, il dispetto è un'azione immorale, ci procura un piacere che derive da un dispiacere altrui. Se la nostra vittima non s'accorge del nostro dispetto, o non dà segno di avvedersene e di soffrirne, noi godiamo poco o nulla; è la gioia invece tanto più viva, quanto più doloroso è lo stupore, e ridicola la posizione del nostro avversario; non si può quindi negare che questa gioia sia colpevole. Si comprende sotto il concetto di odio un'infinità di elementi diversi, dei quali alcuni spettano ai delitti, ed altri agli affetti che confinano coi sentimenti più nobili e generosi. Vi sono odii grandi e quasi perdonabili, come vi sono odii così piccoli che si compatiscono e ci fanno ridere. A questi spettano le compiacenze del far dispetti. Un'altra gioia meno innocente consiste nella smania della distruttività, che si svela sotto la forma più innocente nel bisogno di rompere, di tagliare, di demolire. L'uomo che ne è affetto, e che può essere il primo galantuomo del mondo, si arresta nel suo cammino per rompere un coccio di argilla, per mozzare alle pianticelle dei prati i fiori più belli, o sfrondare con rabbiosa compiacenza i rami d'un arbusto. Se la distruttività cresce di un grado, gli esseri inanimati non ci bastano, e allora schiacciamo con piacere i poveri insetti che il caso invia sotto i nostri passi, o godiamo nello strappare ad una ad una le ali di una farfalla. In qualche caso la manìa di distruggere o di uccidere si accresce con furore. Se ne ha un esempio in un giovane di delicato sentire e di miti costumi, obbligato dal caso a svenare una mezza dozzina di polli. Egli si accinse a questa operazione senza ripugnanza, ma con tutta calma e tutta indifferenza. Non abituato a tale macello, fece soffrire innocentemente una lunga agonia alla prima vittima, e gli aneliti del pollo incominciarono a turbarlo. Si accinse alla seconda esecuzione colla mano tremante; e involontariamente si soffermò a contemplare le vicende dell'agonia, e la mano intenta sentì le scosse della vita che sfuggiva e l'umidore del sangue. Ammazzò il terzo con crudeltà e con gioia; e fuori di sè, tutto tremante si gettò sulle ultime vittime da furibondo, tagliando e sbranando, sicchè una di esse fu fatta a pezzi. Lo sgozzatore, in mezzo ai cadaveri e ai moribondi, con le mani palpava avidamente le viscere ancora calde. Egli godè una crudele gioia, ed io che lo vidi ne ebbi paura. L'innocente sanguinario mi confessò che il sangue sparso lo aveva eccitato; e che egli avrebbe ucciso altre centinaia di vittime con voluttà. Aggiunse ancora che in mezzo a quel furore era stato assalito da un accesso di libidine. Questo fatto ha una grande importanza, perchè fa prevedere che l'istinto dell'assassinio e la facoltà di generare, devono aver nel cervello un rapporto anatomico o fisiologico. La storia, d'altronde, ci mostra come fra gli orrori del saccheggio, la crudeltà si associ sempre alla più sfrenata libidine, e come dal sangue delle vittime sorgano fumi che accecano la mente, cambiando l'uomo in un bruto che fa paura e ribrezzo.
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