Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento
Alcuni filosofi distinguono l'amore agli uomini dal sentimento della benevolenza; ma queste non sono in realtà che due forme di uno stesso affetto, che può venire soddisfatto in due modi diversi, e che può esistere in potenza e in azione. Quando noi proviamo il piacere di trovarci in mezzo ad altri uomini, il sentimento sociale gode delle emanazioni che partono dal cuore di ognuno, le riceve e riposa. Appena però l'affetto arriva ad un certo grado, noi proviamo un vero bisogno di aprire agli altri i tesori del nostro cuore, mostrando le disposizioni nostre a sodisfare i loro bisogni e a procurar loro in qualche modo un piacere. Questo bisogno forma da solo tutta la filosofia delle espressioni cortesi, colle quali cerchiamo di dimostrare agli altri l'affetto che abbiamo per essi. Qui stanno i saluti, le carezze, i baci, e tutto l'immenso apparato delle dimostrazioni della cortesia e della gentilezza, con tutta l'infinita varietà di forme fisiologiche e patologiche. Il primo atto di sorpresa piacevole che fece un uomo incontrando nella foresta un altro uomo, fu il primo saluto; nello stesso modo che la stretta di mano deve essere antica come l'umanità. Se i due uomini che si incontrarono proseguirono insieme il loro cammino, e uno di essi, vedendo ingombra la strada da una pianta spinosa, la spezzò e allontanò perchè il compagno potesse passare senza ferirsi, e questi per l'atto cortese lo ringraziò con un sorriso: fu questo il primo e il più semplice scambio di una cortesia fra due uomini: all'uno procurò il piacere di sodisfare praticamente l'affetto sociale, e all'altro concesse la gioia di dimostrare la propria gratitudine. L'ospitalità è una maniera complessa di sodisfare il sentimento sociale: essa dovette nascere coll'uomo appena egli si unì in famiglia. L'ospitalità ci fa accogliere sotto il nostro tetto il pellegrino sconosciuto, e ci fa prodigare a lui tutte le cure più sollecite che dimostrano l'affetto che pel nostro prossimo proviamo. È un servigio reso da uomo ad uomo, senza riguardo a sesso, a età o a legami di sangue; è per questo che l'ospitalità è primitiva e pura nei popoli selvaggi, i quali la sostituiscono alla beneficenza e a tutte le forme della filantropia, in cui poi si smembrò un unico sentimento presso i popoli più civili. Questa forma di esprimere praticamente l'affetto sociale si conservò ancora attraverso la civiltà di tanti secoli; e quando, trovandoci in una casa isolata della campagna, apriamo la nostra porta al viaggiatore sorpreso dal temporale, esercitiamo l'ospitalità nella sua primitiva forma, provando il piacere che dovettero gustare i nostri primi padri antichi. A questa ospitalità primitiva si deve la fondazione degli ospedali, dei ricoveri e di tutti gli istituti di beneficenza. L'ospitalità è una formula molto complessa, che merita di essere analizzata più da vicino, perchè in sè comprende infinite maniere di esprimere praticamente l'affetto che portiamo agli altri. Il saluto in tutte le sue forme più o meno cortesi è sempre un modo breve, col quale dimostriamo il piacere di vedere una persona. La forma più semplice di questa espressione di gioia è un segno fatto con qualunque parte del corpo, ma per lo più con la mano; e può nelle forme più complesse associarsi alle parole o agli abbracci più o meno espansivi. In ogni modo, quando è sincero, l'uomo che lo riceve ne valuta subito il valore morale. Il saluto si esprime anche tacitamente con un leggero chinare del capo e un increspare lieve del labbro al sorriso. Il togliersi dal capo il cappello, residuo di un uso cavalleresco del passato, è ora sostituito dal tendere deciso del braccio in alto, gesto che sostituisce pure la comune stretta di mano. Dopo il saluto l'uomo si fa vicino all'uomo e lo interroga sulle sue vicende, e seguendolo coll'occhio intento dell'affetto a vicenda con lui sorride e con lui piange. Quante volte due uomini, che pur non si videro mai, incontrandosi col cuore gonfio d'affetti, si diedero una formidabile stretta di mano e si intesero! Quante volte con una solo parola fusero insieme i loro cuori in un ineffabile delirio d'affetti; quasi due torrenti impetuosi che, correndo dapprima solitari nel loro letto irto di rupi, incontrandosi si calmarono, scorrendo lenti nel pacifico fondo di un lago! Quante volte quattr'occhi umani, che pur non si erano mai incontrati, rimasero a lungo fissi gli uni sugli altri, leggendo a vicenda in mezzo a un velo di lacrime la storia del cuore e rimandandosi torrenti d'affetto nell'estasi più soave! Talora uno dei due è oppresso dal dolore, e viene confortato dalle parole dell'altro: egli riceve un vero soccorso morale, un'elemosina di parole che viene chiamata consolazione. Le gioie che in questo caso si provano da chi esercita, consolando, il sentimento sociale, possono essere molto diverse di natura e di intensità. Un egoista che, senza soffrire col compagno, pronuncia a fior di labbra e per puro convenzionalismo una parola di conforto fredda e stentata, che non gli costa alcun sacrificio, non può provare che una gioia pallida, perchè egli non sodisfa alcun bisogno del cuore. L'uomo generoso, invece, che, commosso profondamente, stringe forte la mano al fratello che soffre, dicendogli con voce commossa, ma energica, una parola di sollievo, prova una profonda emozione. Più d'una volta una parola sola o una stretta di mano meglio alleviano un profondo dolore e rendono amici due uomini che non si erano mai conosciuti.
Se l'uomo, accolto sotto un tetto ospitale, narrando i propri casi, dimostra di essere oppresso da un dolore o da un bisogno, che vengono alleviati o sodisfatti dall'ospite benevolo questi esercita il proprio sentimento sociale nel modo il più completo soccorrendo e beneficando. L'uomo che estrae una spina dalle carni di un fratello ferito, che lo ha difeso dagli attacchi di una belva, o gli porge il cibo quando è affamato, esercita i primi atti della beneficenza, gustando, per la prima volta, le gioie più pure e più intense del sentimento sociale ridotto ad atto; o, con altre parole, prova il piacere della carità. Questa compiacenza è una delle più elevate e delle più generose, e si misura dalla gioia dell'uomo beneficato e dallo sforzo che noi dobbiamo esercitare a soccorrerlo. Nel modo diverso con cui si combinano questi due elementi, sta tutto il mistero del valore morale delle opere buone, il quale ha una scala di infiniti gradi. Allo zero di questo termometro del merito, che qui s'accorda col piacere, abbiamo l'egoista che accidentalmente con un atto semplicissimo produce un qualche beneficio di cui si rallegra, per la riconoscenza guadagnata a buon mercato e per passare da uomo benefico. Salendo sopra lo zero, troviamo tulle le gioie usuali e comuni della beneficenza, che si fanno col minimo sforzo e piccolo sacrifizio, e che si associano sempre a dosi più o meno grandi di amor proprio. Andando ancora più in alto, l'amor proprio impicciolisce, e il sentimento sociale si accontenta del premio della gratitudine; finchè nelle regioni più elevate della scala morale noi troviamo la gioia purissima, che si misura tutta dalla grandezza del sacrificio, e che nelle sue forme più ideali di perfezione non esige la più piccola ricompensa, fosse pur quella della sola nostra approvazione intima. A tanta altezza salgono pochissimi uomini; ma il loro sentimento spande intorno tanta pienezza di luce, che basta a rischiarare l'umanità intera, la quale si rallegra di avere in sè chi ne sublima la dignità avvilita da tanti egoismi e bassezze. L'uomo che si sacrifica al bene altrui prova sicuramente un immenso piacere, che non considera scopo del suo operare. Quand'egli sente palpitare il cuore al sentimento della compassione e sta per lanciarsi con sublime imprudenza nell'agone, si vede sbarrata la via dall'egoismo. Vacilla, si ferma e magari piange; sente l'umana debolezza e il pericolo della lotta, e spasimando forse di un dolore che non ha nome, supplica il cielo perchè voglia rinnovare il miracolo della vittoria di Davide contro Golia. Lotta aspra, dura e forte, ma, sopraffatto l'egoismo, quando egli stende la mano all'uomo che soffre, si asciuga prima il sudore della stanca fronte e stagna il sangue che stilla dalle ferite, onde non imporre al fratello il peso della gratitudine, nè ricompensare se stesso con un premio che lo abbasserebbe nella considerazione di se stesso. Se è vero che gli uomini generosi fanno il bene per procurarsi un piacere, si pongano tutti gli uomini a cercare queste gioie e noi avremo il paradiso in terra. I pochi eletti continuino intanto nelle loro lotte, perchè essi hanno la sublime missione di far brillare qualche gemma sul fango dell'umanità. I mediocri non si scoraggino, nè rinuncino a queste gioie, perchè vi sono sacrifizi di tutte le misure, che si adattano alle grandezze varie del cuore umano; e se essi non potranno sorridere al martirio della vita, potranno sempre arrivare a perdere un'ora di sonno o a far tacere per pochi istanti la voce dell'amor proprio a pro' di un fratello sventurato. Le gioie del sacrificio sono le più grandi fra i piaceri del sentimento. Esse sublimano tutti gli affetti più generosi, primo fra gli altri il sentimento della dignità, il quale esulta e s'innalza all'apoteosi più completa. Nel regno del cuore il sacrificio è la gioia più grande, o per lo meno una delle maggiori, che arriva in alcuni casi ad una tale altezza da potersi chiamare venerabile e santa. L'uomo che arriva a offrire se stesso in olocausto sull'altare di un sentimento, ci mostra lo spettacolo più imponente del mondo morale.
PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO
Carte d'autore online