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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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CAPITOLO XIV.

L'affetto alle cose è un sentimento di prima persona che incomincia ad avvicinarsi a quelli del tu, formando un passaggio molto naturale dall'egoismo all'altruismo. L'amore che noi portiamo agli oggetti inanimati deriva sempre dal loro valore morale, e quindi dalla sodisfazione più o meno diretta di un sentimento o di una facoltà della mente. Un corpo, più interessante per i suoi caratteri fisici, può occupare i nostri sensi sino a che si vuole, ma non possiamo amarlo finchè non ci ha commosso e finchè la sensazione non ha tratto in simpatia d'azione qualche facoltà superiore dell'intelletto e del cuore. Se noi possiamo desiderare vivamente un oggetto e proviamo un'immensa gioia nel possederlo, possiamo pure essere disposti ad amarlo, se non lo amiamo ancora, e il piacere che ne deriva non è che la sodisfazione del sentimento della proprietà. Il fanciullo difende con energia i suoi balocchi e i suoi dolci dalle pretese d'un fratellino, ma non per questo li ama sempre. Le gioie che provengono dal sentimento della proprietà e dall'affetto delle cose si rassomigliano assai, ma non sono uguali, e una minuta osservazione può facilmente farci accorti della leggera differenza. Basta confrontare a questo proposito il piacere che si prova nel far passare fra mani una moneta d'oro che ci è stata regalata, e nel contemplare un umile soldo che ha appartenuto ad una persona cara e che noi custodiamo come un affettuoso ricordo. Nel primo caso, l'intensità del piacere è misurata dal valore della moneta e dallo stato finanziario del nostro borsellino; mentre, nel secondo, il valore dell'oggetto è tutto morale, e il povero soldino è per noi un vero tesoro, perchè riflette nel nostro cuore l'immagine della persona che amiamo. Del resto poi questi due piaceri possono confondersi insieme, e noi possiamo amare un oggetto perchè è nostro e perchè ci ridesta una cara memoria. Il più delle volte, contemplando un oggetto, noi non ci fermiamo sui suoi caratteri fisici, ma bensì sull'immagine morale che li rappresenta; per cui, se questa ci è cara, veniamo ad amare indirettamente l'oggetto che è causa della gioia. Una delle cause più semplici che ci rende caro un oggetto è l'averlo sempre veduto e l'averlo avuto vicino per molto tempo. In questo caso, senza volerlo, esso ci rammenta indistintamente il nostro passato, quasi che i nostri piaceri, i nostri dolori, le nostre passioni, riflettendosi continuamente in esso, vi avessero improntata la loro immagine. Difatti, noi amiamo la nostra casa, le nostre sedie, il nostro tavolo, perchè sono stati compagni inseparabili della nostra vita. Così ci siamo seduti per più anni sopra la stessa sedia, senza che in essa noi avessimo veduto altro che del legno, della pelle e della stoppa. Se invece per qualunque accidente noi dobbiamo privarcene, troviamo a un tratto di amarla, e commossi quasi fino alle lagrime, rammentiamo tutta la storia morale della povera sedia. Se possiamo ancora conservarla nostra, da corpo inerte diventa vivo; e sedendoci in essa, la accarezziamo, sorridendo e rammentando le antiche memorie. Da quel momento la sedia diventa un amico, che amiamo sempre più, quanto più pensiamo ad essa. Se nel corso di lunghi anni noi abbiamo sempre veduto un oggetto vicino a noi, senza che esso ci ridestasse una sol volta un'immagine morale, possiamo privarcene senza dolore, mentre in un'ora sola un'inezia qualsiasi può ispirarci il più vivo affetto e diventarci carissima. In generale, perchè un oggetto mantenga l'impronta di un sentimento, conviene che l'immagine morale sia molto viva, o che vi si rifletta molte volte. Fra i mobili della casa, il letto è quello sul quale si dovrebbe leggere la storia più interessante. Là si nasce, si muore, e si tramanda ai posteri l'eredità della vita: là si soffre e si gode, si medita e si ama; là si passa per lo meno un terzo dei nostri giorni: eppure il letto è uno degli oggetti più prosaici, e sul quale si legge poco o nulla. Questo fatto misterioso però si spiega subito, quando si pensi che nel letto pochissima è l'attenzione, e la massima parte del tempo che vi si passa, spetta all'assopimento temporaneo della nostra coscienza, per cui le immagini morali possono bensì mandarci un raggio di luce vivissima, ma è subito spento nell'oscurità più profonda. Una seconda maniera con la quale noi amiamo gli oggetti, è la contemplazione dell'immagine altrui che in essi si riflette. A questo affetto si riferiscono i piaceri infiniti che ci procurano le così dette memorie. Le ciocche di capelli, le lettere, i nastri, un fiore appassito, ci richiamano i palpiti dell'amore; frammenti di marmo o di mattoni ci ridestano l'ammirazione per qualche uomo illustre; i ritratti ci rappresentano, insieme all'immagine morale, anche i lineamenti di chi ci fu caro. Tutti i sentimenti possono, in una parola, proiettare la loro immagine sugli oggetti, e l'affetto può, in questi casi, salire ad un grado straordinario, procurandoci le gioie più intense. Anche le immagini del dolore, riflesse negli oggetti, possono renderceli cari e procurarci piacere. Un pugno di terra preso dal campo del cimitero, dove dorme la nostra madre, può essere per noi una vera reliquia, come si può amare con intensità un fazzoletto bagnato di sangue prezioso. Anche la mente può improntare immagini sugli oggetti; ma il raggio di luce che essa emana deve sempre essere riscaldato, passando prima nel tiepido nido del cuore. L'erudito adora i suoi libri, il numismatico ama con trasporto le sue monete, il malacologo non saprebbe distaccarsi senza dolore dalle sue conchiglie; ma i libri, le monete e le conchiglie riflettono, insieme al raggio della mente che si compiace del lavoro, l'affetto alla scienza, il quale è un vero sentimento. In una parola, si può dire che tutti gli oggetti che si amano sono animati da un sentimento che vi si nasconde, quasi fosse un calorico latente che noi possiamo sprigionare e render sensibile colla nostra volontà. Gli oggetti cari sono veri segni materiali, che si adattano all'imperfezione della nostra mente e del nostro cuore; sono incarnazioni del sentimento nella materia, dalle quali possiamo sprigionare l'affetto e il piacere. Così il prigioniero, rinchiuso per lunghi anni nel suo carcere, effonde i suoi affetti nelle cose che lo circondano, sicchè i muri, i mattoni, le travi, acquistano qualcosa che non può essere sentita che dal povero solitario, il quale ama con trasporto quelle cose che sole gli sanno rispondere coll'eco delle sue parole. L'affetto delle cose è d'ordinario così calmo e delicato, che è sentito meglio dalla donna e dal vecchio. La prima emana una luce più calda d'affetto, che facilmente si fissa sopra ogni cosa, mentre il secondo può leggere sugli oggetti una storia più lunga e più interessante. Nei paesi freddi e presso i popoli inciviliti queste gioie devono essere più squisite. L'esercizio moderato di questi piaceri rende l'uomo disposto all'analisi e alla calma degli affetti soavi e delicati. L'abuso dell'affetto alle cose fa nascere l'egoismo, o lo perfeziona. La patologia di queste gioie consiste, per la massima parte, nella loro esagerazione, che è sempre sintomo sicuro di egoismo. L'uomo egoista si riduce ad amare gli oggetti, perchè questi riflettono benissimo la sua immagine, perchè non tradiscono e non abbandonano, e perchè non elevano mai pretesa alcuna di gratitudine, nè domandano mai da noi il menomo sacrifizio. Il vecchio, che per natura è sempre alquanto egoista, ama spesso le cose più che gli uomini.

PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO