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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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Fra tutte le forme complesse di gioie che può presentare il sentimento della proprietà, una delle più comuni e delle meglio definite è quella che si prova nel raccogliere; e può essere tanto intensa da arrivare ad una vera passione. In alcuni animali noi troviamo, quasi sotto forma di istinto embrionale, il sentimento della proprietà e il piacere del raccogliere. Tutti sanno come le gazze raccolgano e nascondano molti oggetti non commestibili: or bene, in alcuni uomini l'amore di far raccolta si trova precisamente allo stato embrionale delle gazze, ed essi accumulano sui loro tavoli o nei loro cassetti ogni genere di cose, senza essersi prefissi uno scopo speciale nelle loro laboriose raccolte. Nè questo istinto è proprio soltanto dei cervelli piccini, perchè vi sono persone di distinto ingegno che lo posseggono. Questa tendenza si sviluppa fino dalla prima fanciullezza, e non cambia che nel genere degli oggetti. Io, ad esempio, nella primissima età feci vero trasporto una raccolta di ciottolini, senz'esser mineralista; poi riunii in tante scatole un'infinita di insetti senz'essere entomologo; poi passai alle piante, che intercalai fra le pagine de' miei calepini. Più tardi feci raccolta di monete antiche, di conchiglie e di sostanze chimiche. Ora sono diventato bibliomane e spero di rimanerlo ancora per molto tempo. Intanto confesso che, pochi anni or sono, fui così frivolo da raccogliere fagiuoli di diverso colore e da compiacermi assai nel contemplarli. Quando l'amore delle raccolte è vera passione, la natura degli oggetti non influisce affatto sul piacere che si prova nel riunire l'una dopo l'altra una serie di unità: la gioia massima sta nel soddisfare un vero bisogno morale. Il piacere di raccogliere però è quasi sempre complicato dall'affetto particolare che si porta agli oggetti delle nostre ricerche e dei nostri studii, ciò che si osserva nei malacologi, nei botanici, nei numismatici, nei bibliofili e in tutta l'immensa turba dei più instancabili specialisti. Il piacere della raccolta comincia la sua vita interminabile dal primo oggetto che serve di unità fondamentale, e consiste nella compiacenza del trovare. La prima moneta messa in un vuoto armadio incomincia a dargli vita, come il primo libro che spazia solitario in un'ampia libreria ne sta attendendo con impazienza altri che gli tengano compagnia. Fin qui però il piacere non è che in prospettiva, e si riduce a grandi speranze. La gioia specifica della raccolta non compare se non quando all'unità fondamentale se n'è aggiunta una seconda. Da quel momento la serie aumenta e il raccoglitore, ogni volta che depone nella sua collezione un nuovo oggetto, è scosso da una scintilla di piacere. A poco a poco il numero delle unità cresce all'infinito, ed egli è costretto alla dolce necessità di classificare, di numerizzare, di far cataloghi, caselle, scatolini. Così gusta un mondo di delizie, e prendendo in mano ogni cosa con venerazione, la guarda e la riguarda, la ripulisce e l'accarezza, e riponendola al posto stabilito dalla natura eminentemente casellare del suo cervello, sorride d'ineffabile compiacenza. Lontano dai rumori del mondo, egli vede rappresentato nelle sue raccolte il frutto prezioso delle sue lunghe ricerche. I suoi studi sono incarnati in esse, ed ogni oggetto è per lui un amico che gli parla, senza l'aiuto della voce, una lingua misteriosa ch'egli solo sa intendere. Rispettate quest'uomo, perchè egli è innocente e felice. Tutti gli oggetti possono essere raccolti, senza che l'instancabile raccoglitore si renda ridicolo. Molti fra i nostri ricchi più frivoli raccolgono nelle loro case un vero arsenale di ninnoli e di giocattoli, quasi a farle rassomigliare a magazzini di chincaglieria; o accolgono nelle loro serre le piante più goffe del mondo, sol perchè vengono dalla China e dall'Australia, perchè costano assai, e perchè il giardiniere ha detto che un signore di alta sfera non può farne senza. Queste frivole passioncelle però favoriscono l'industria e il commercio, e non fanno male ad alcuno.

La patologia dello spirito di raccolta è formata sempre da un unico oggetto, che non si può accumulare senza colpa, e senza che il passionato specialista venga accusato dall'opinione pubblica, che per lui ha creato la parola particolar di avaro. Le monete si possono raccogliere senza colpa dal numismatico, quando appartengono alla scienza. L'avaro invece predilige le monete moderne, e misura il valore morale delle sue raccolte coi listini correnti della Borsa. Egli preferisce sempre l'oro all'argento, e nasconde il suo tesoro numismatico agli occhi dei profani, mostrandosi contrario in ciò a tutti gli altri raccoglitori. Egli però non ha in questo un gran torto, perchè nessun'altra collezione può pretendere a un numero così grande di dilettanti. Si può anzi dire che i suoi oggetti formano una specialità universale, e che tutti si compiacciono di una raccolta d'oro e d'argento coniato. L'unica differenza consiste in ciò: che l'avaro arresta ne' suoi scrigni il corso del danaro, ch'egli ama contemplare in calma; mentre tutti gli altri si compiacciono di metterlo in circolazione, con tutti i benefici che ne derivano. La vita morale dell'oro si può rappresentare nel suo complesso con uno spettacolo di fantasmagoria. Dapprima incerta e piccina, la smania di possedere diventa grande, grandissima, gigantesca; palpiamo amorosamente la moneta per un istante, ma essa si allontana, e ci abbandona per correre in altre tasche, che l'attendono impazienti, ma dalle quali spiccherà presto un altro volo. Non è che l'avaro il quale arresta il corso dell'elemento il più volubile e il più mobile, e chiudendolo nei suoi robusti scrigni, lo castiga dei lunghi viaggi. Nè l'immagine è iperbolica o falsa, perchè l'avaro, nella sua gioia di possedere, sente una vera compiacenza nell'arrestare il movimento delle monete. Per lui il denaro è vivo, e tiene con esso lunghi e misteriosi colloqui, perchè egli lo ama con trasporto e con delicatezza, come un amico, come un amante, e lo adora come dio della forza e della potenza. L'avaro è generalmente sempre vecchio; e s'egli ha i capelli neri e la pelle ancor fresca, è un mostro rarissimo, nato senza affetti. Egli ha già veduto tramontare l'uno dopo l'altro i soli della giovinezza, e le pallide gioie che risplendono ancora d'una luce fioca nel suo oscuro orizzonte non gli bastano. È allora che diventa avaro, e, raccogliendo i frammenti sparsi delle sue rovine morali, li appoggia sopra un sostegno ancor caldo, che comunica loro vita e calore. È il sentimento della proprietà, portato al delirio e sostenuto dall'onda del sagrifizio e dalla veemenza dell'affetto. La rabbiosa tenacità della vecchiaia, che non lascia mai cadere dai suoi artigli di ferro ciò che una volta ha afferrato, si accompagna coll'impeto della passione e coll'ardore del desiderio giovanile. Questo astro è l'ultimo sole che illumina i giorni estremi della vita, e tramonta con essa, brillando sempre d'una luce tanto più viva quanto più è vicina a spegnersi. L'uomo che aveva veduto fino allora nel suo cielo tanti astri, non vede altro che un unico sole; e se prima, nel culto de' suoi piaceri, era stato politeista, diventa ora deista puro e semplice. Le gioie dell'avarizia sono, in generale, più coltivate dall'uomo che dalla donna. Non saprei dire se gli antichi avessero un numero maggiore o minore di avari. L'abitudine al commercio predispose a godere di questi piaceri morbosi, e si può dire con sicurezza che gli Ebrei, i quali da lunghi secoli dovettero attenersi all'unica professione del traffico, devono a questa circostanza l'accusa tradizionale e verissima, salvo onorevoli eccezioni, di una continuata ed esosa avarizia. L'influenza di questi piaceri è pessima, e i sentimenti più nobili muoiono nel clima polare nel quale cresce prosperosa l'avarizia, che è la pianta più nordica che si conosca, eccettuando forse l'egoismo, del quale è degna sorella. La sua fisonomia è calma, e si esprime con sorrisi glaciali o con uno sghignazzare stridente. La mimica dell'avaro si concentra, del resto, quasi tutta nell'occhio che si bea de' raggi dorati, e nella mano che palpa intenta i dischi metallici.

PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO