Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Alcuni filosofi, che creano l'uomo a modo loro, pretendono che il sentimento della proprietà non sia naturale in noi; ma sia bensì una delle tristi conseguenze della civiltà, che ha tolto l'uomo alla beata foresta ed alla carne cruda per portarlo nei nidi di corruzione e nei pandemoni delle nostre città. Malgrado tale opinione è tanto vero che in tutte le lingue del mondo sussistono le parole mio e tuo, che lo scriverne la fisiologia sarebbe fare la storia dell'umanità. Il bambino, che appena conosce una dozzina di parole, afferra con trasporto la chicca che gli è stata regalata, e difendendola con tutta la forza delle sue manine da chi fa l'atto di volergliela togliere, piangendo grida: È mia. Il re, che comanda milioni di uomini, e che si vede tolto da un sovrano vicino un palmo di terreno, alza il grido di guerra, e, riconquistando con un mare di sangue i propri diritti, esclama in aria di trionfo: È mio. Fra il bambino e il re stanno tutti gli uomini, i quali vogliono estendere al maggior numero possibile di oggetti la parola mio; stanno i tribunali che condannano alla perdita della libertà chi commette un errore materiale nell'uso dei pronomi possessivi; infine stanno i misteri infiniti che nasconde nella propria coniugazione il formidabile verbo avere. Si sopprima la proprietà, ed il legame sociale verrà spezzato; si tenti di attuare l'utopia del comunismo, e gli uomini che si amano e si rispettano, diventeranno branchi di lupi che si contenderanno una preda sanguinosa. Per buona fortuna, i delirii dei filosofi possono far vaneggiare una minima parte di popolo, ma non possono infrangere le leggi della natura, nè arrestar di un sol passo il moto del mondo morale. Se alcuni selvaggi non conoscono la differenza che passa tra il prendere ed il rubare, se essi vanno errando nei boschi, senza case e senza campi propri, essi però si difendono dal brutale compagno che vuole rapire loro la preda che hanno uccisa in caccia, essi conoscono le parole mio e tuo; sono quindi dotati del sentimento della proprietà. Forse anche il gallo, che difende il suo serraglio dalle pretese di un rivale, non sente il mio ed il tuo, sebbene non ne manifesti l'idea? ll sentimento della proprietà ci spinge a cercare, e ci consola delle nostre fatiche coll'avere. L'affetto fisiologico però non viene soddisfatto che quando abbiamo il diritto di possedere, e possiamo, in faccia a tutti, considerare nostro un oggetto qualunque. Allora noi mentalmente improntiamo sull'oggetto un suggello invisibile, che lo rende caro e interessante ai nostri occhi. Pare che si marchi un carattere del nostro individuo sulla cosa che è nostra. Noi possiamo benissimo entro di noi confrontare la sensazione che ci produce la vista di un oggetto che non è nostro, con quella di uno che ci appartiene. Nel primo caso vediamo, guardiamo e desideriamo, mentre nel secondo caso contempliamo e amiamo, e la sensazione è quasi tiepida, essendo complicata da un affetto che l'accompagna. Il piacere più semplice che ci è dato da questo sentimento consiste nel porre attenzione agli oggetti che noi possedevamo già per diritto di eredità, forse ancor prima che sorgesse in noi quest'affetto. Le gioie cha si hanno in questo caso sono le più pallide, perchè non sono state precedute da un desiderio, e noi eravamo possessori prima ancora di essere uomini. I maggiori piaceri che ci offre il verbo avere sono quelli che, seguendo l'ordine più naturale e primitivo delle cose, hanno per necessaria introduzione il verbo cercare; e il loro grado è sempre in ragione diretta della intensità del desiderio, e non già del valore della cosa. Il bibliomane che, dopo lunghi anni di impazienti ricerche, diventa possessore di un raro libricciattolo, che mancava alla sua biblioteca, prova certamente una gioia assai più grande del ricco proprietario che riceve la notizia di un abbondante raccolto. Altre volte le compiacenze dell'amor proprio si associano ai piaceri di questo sentimento, e noi godiamo assai nel mostrare ai conoscenti le nostre proprietà terriere, le nostre preziose raccolte. Tutti gli oggetti che sono nostri ci possono procurare alcuni piaceri, che differiscono di poco fra loro. In generale, il piacere più completo del possesso si gusta nel contemplare un piccolo oggetto che noi possiamo tenere fra mani e che possiamo custodire in minuscolo ripostiglio. In questo caso pare che il pronome possessivo salga di un grado, e che il sentimento della proprietà venga sodisfatto nella maniera più conforme alla sua intima natura morale. Quando un oggetto è troppo grande perchè noi possiamo muoverlo e trasportarlo, può esser nostro finchè si vuole, ma sentiamo che può facilmente cambiare di padrone; mentre il piccolo oggetto fa parte di noi stessi, ed è proprio nostro. Il ricco fanciullo che riceve in dono da suo padre un vasto campo da tennis, si rallegra, ma esprime in modo calmo la sua gioia; mentre, se è regalato di un elegante nonnulla minuscolo, ride e salta festoso, e dopo averlo maneggiato in tutti i versi, se lo intasca lietamente, o corre a riporlo assieme alle sue cose. Così i beni mobili sono molto più nostri dei beni immobili, perchè quando questi possono dare un piacere maggiore, esso non deriva dal puro sentimento della proprietà, ma dalla speranza di godere nell'avvenire altri piaceri di possesso che essi ci frutteranno. Chi non intendesse la differenza, si immagini di possedere un cammeo e una vigna, e confronti le due varietà di piacere.
PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO
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