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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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Se la donna è maestra nelle gioie della vanità, anche l'uomo molte volte è degno di starle alla pari, con la differenza che il grado della colpa è in lui molto maggiore. Più d'una volta l'uomo, che ha picchiato alla porta d'un appartamento, si accomoda i mustacchi, si aggiusta la cravatta o consulta furtivamente un piccolo specchio per vedere se la chioma conserva ancora l'artistica piega che deve dargli un'aria ispirata. Altre volte anche l'uomo ride più del bisogno per mostrare che i suoi denti sono di una spiccata bianchezza, o abbandona in mostra con artificiosa indifferenza la sua mano, perchè affilata ed elegante. Anche l'uomo, che ha libato le gioie della gloria, non dimentica sempre le umili compiacenze della vanità, e, abbandonandosi ad un cinismo esagerato nel modo di vestire e di camminare, ride di cuore nel vedersi osservato e mostrato a dito. Più d'una volta anche i grandi uomini si pongono a studiare davanti allo specchio il disordine dei capelli e il ridicolo nodo della cravatta, e a bella posta sbagliano l'ordine dei bottoni nell'allacciare la giubba. La vanità morale è meno definibile della precedente, ma non è meno ricca di gioie e di colpe. Nei gradi minori l'uomo non fa che compiacersi in modo esagerato delle lodi che vengono tributate alle doti del suo cuore; mentre nei gradi massimi egli esagera il merito delle sue buone azioni, oppure le compie per il solo scopo della lode, arrivando ad una vera ipocrisia del sentimento. Ogni affetto buono o cattivo può avere le proprie vanità; e sebbene in questo campo le gradazioni per le quali si passa dal bene al male siano infinite, pure sappiamo benissimo determinare i confini che separano la fisiologia dalla patologia. L'uomo che al caffè getta con studiata indifferenza una carta moneta al povero che gli chiede l'elemosina, e si compiace della meraviglia che desta negli altri questa non comune liberalità, prova un piacere patologico. Così pure l'altro che tiene sul proprio tavolo le lettere che ha ricevute da forse un mese, per far credere che le ha tutte ricevute nella giornata, è colpevole dello stesso peccato del primo. Così l'uomo che fugge con orrore dall'innocente uccisione di un pollo, destinato forse a comparire sulla sua tavola, e l'altro che non vuol esser chiamato conte, e, quasi per dispregio, fa mostra del proprio blasone nel luogo più ignobile della sua casa.

Le forme più frequenti della vanità morale sono tre. La prima comprende tutti gli abiti mostruosi e meschini del sentimento della propria dignità e dell'onore, spesso derivanti dall'impedito sviluppo dell'ambizione; la seconda forma costituisce tutte le ipocrisie della beneficenza e dei sentimenti generosi; mentre l'ultima abbraccia il sentimento in genere, e ci fa godere della compiacenza di essere creduti delicati e sentimentali. Quest'ultima vanità è più frequente nelle donne e in una classe ridicola di uomini, che si credono dotati di alto sentire; perchè non possono tollerare l'odore del tabacco e perchè sono pallidi e sparuti. Sotto qualunque forma, la vanità morale però è la più riprovevole e la più ridicola. Essa è sempre bassa e meschina; e non si può facilmente compatire, perchè prostituisce il sentimento, facendolo servire a bassissimo scopo. La vanità fisica ci fa ridere molte volte con le sue goffe ingenuità, o ci interessa con la perfezione de' suoi artifizi. In ogni modo è una passione piccina che non usurpa mai lo scettro o la corona da re, e che presenta sempre un'armonia fra la meschinità dello scopo e la povertà dei mezzi. La vanità morale invece non ci può far ridere quasi mai di un riso franco ed espansivo, perchè essa ha sempre una forma anormale, ed è una vera profanazione del cuore, che offende in noi il sentimento della umana dignità. Anche la mente ha la propria vanità, e qualunque lode sproporzionata ai nostri meriti intellettuali può destare in noi una gioia colpevole. Quando arriviamo con artificio a procurarci l'adulazione, noi siamo ipocriti per la mente, come primo lo eravamo pel cuore. Questi piaceri spregevoli sono molto analoghi a quelli della vanità morale; e sono più freddi, ma non meno meschini. Il senso comune giudica a prima vista la meschinità di queste compiacenze, chiamandole superbiuzze, ambizioncelle, velleità dell'amor proprio. L'uomo che sa scrivere una serie di righe accentuate e rimate, e che, credendosi per questo poeta, porta sempre in tasca i propri sfoghi intellettuali, pronto ad annoiare il primo paio di orecchie cortesi che si prestino alla sua sete di gloria, prova sicuramente piaceri morbosi. L'autore che lascia sul suo tavolo sepolto sotto una catasta di libri suo ultimo opuscolo, che, quasi a caso, non presenta che il nome dell'autore, prova pure un piacere colpevole quando alcuno riesce a scoprire il prezioso lavoro, che pareva nascondersi con tanta ingenua umiltà. Lo studioso che ingombra la propria camera di libri tedeschi, inglesi, greci o spagnuoli, vuol far sapere a tutti che egli li sa leggere. Altre volte egli dimentica ancora a mezzogiorno la lampadina sul proprio scrittoio per far supporre a chi viene a trovarlo che ha vegliato nella notte e ha sudato le lunghe ore sopra una catasta di libri, che stanno tutti aperti l'uno sull'altro, e che hanno intercalate nelle loro pagine infinite liste di carte d'ogni colore e d'ogni grandezza. Gli autori di tutte le gradazioni mi perdonino, se ho svelato alcuno dei misteri della loro politica vanitosa, perchè la natura del mio libro esigeva la citazione di qualche esempio; e se essi consultano la propria coscienza, troveranno che ho avuto il merito della moderazione e che non ho svelato le più ridicole e le più incredibili fra le loro vanità. Io intanto perdono ad essi di buon cuore tutti i loro piaceri patologici, purchè riscattino le loro colpe con un tantino di sale. Tutti i piaceri della vanità, che abbiamo divisi artificialmente in tre classi, non differiscono che nella loro origine, e provengono tutti dalla sodisfazione dell'approbatività degenerata, o portata ad un grado morboso. Per lo più si combinano fra loro in diversi modi in uno stesso individuo, il quale non si abbandona alla coltura di un ramo speciale, se non quando spera una raccolta maggiore di frutti. Allora egli arriva qualche volta a sagrificare germogli minori della stessa pianta, onde la gemma prediletta abbia a crescere più rigogliosa. La nostra coscienza e l'opinione pubblica ci fanno decidere nella difficile scelta. La pianta della vanità, essendo perenne e molto vivace, pullula sempre teneri rampolli anche nei tronchi recisi; per cui, quand'anche possa presentarsi un sol tronco ben alto e diritto, esso è circondato presso a terra da una famiglia di polloni che gli fanno corona. Così la donna che, dopo aver consultato se stessa, ha trovato che il suo cuore e la sue mente promettono assai poco, si dedica in modo speciale alla vanità fisica; tanto più che la bellezza è nel suo sesso più apprezzata, ed ella si è già persuasa che la turba che applaude o fischia sarà più pronta a ricompensarla di un voluttuoso piegar dei fianchi, o della studiata posa di una gamba accavallata sull'altra, che per i tesori più preziosi della mente o del cuore. La vanità in tutte le sue forme è sempre fatale alla vita del cuore, il quale intisichisce e muore. La donna che vuol piacere a tutti non può amare alcuno, e quando l'uomo le domanda il cuore, ella non sa trovarlo, perchè l'ha tagliuzzato, e ne ha dato un briciolo a tutti i suoi adoratori. Più di una volta essa si accorge del vuoto, e pone in luogo del prezioso viscere che ha sperperato, un cuore artificiale di cartapesta o di gomma elastica, che giunge talvolta ad ingannare gli uomini di corta vista. Questi cuori, se non altro, hanno il vantaggio di saper resistere alle intemperie e di non invecchiare mai. Che il cielo pietoso ce ne tenga lontani! Queste gioie sono di tutte le età, ma la vanità fisica naturalmente non può brillare che nella giovinezza, senza correre il rischio di farsi deridere anche dai fanciulli. La altre due varietà invece si sanno coltivare meglio nell'età adulta. La civiltà è molto favorevole a queste passioncelle, le quali, essendo bizzarre e capricciose, trovano nei magazzini della moda sempre nuovi abiti per mascherare un fantoccio che è continuamente lo stesso. Le gioie della vanità si nascondono con tale artificio, che la loro fisonomia è poco conosciuta. Qualche volta però brillano di tanta luce, che gli occhi si fanno scintillanti, e tutta la fisonomia ne è raggiante. Spesso l'espansione del piacere è irrefrenabile, e l'uomo vano, tornando nella propria camera, si soffrega le mani, ride col proprio specchio, e si abbandona alla più sfrenata allegria, sghignazzando, saltando, gesticolando, parlando o canticchiando.

PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO