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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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CAPITOLO IX.

Tutte le volte che contempliamo con soverchia compiacenza noi stessi nella nostra coscienza, noi proviamo un piacere colpevole e diventiamo superbi. Questo nuovo sentimento ne' suoi infimi gradi si confonde coll'amor proprio, per cui può ancora esser messo tra i nobili affetti, quando se ne determini la natura fisiologica con un buon aggettivo, oppure lo si chiami fierezza; parola che vale meglio ad indicare la reazione massima del sentimento della propria dignità. L'uomo superbo si compiace di se stesso e delle opere sue oltre il giusto, e facendosi proprio giudice, si crede grande, generoso, sublime. Ora egli contempla intera la propria immagine morale, e si giudica un uomo superiore; ora non si arresta che sopra una faccetta del poliedro, e si dichiara eccellente artista, ottimo parlatore o poeta divino. La gioia ch'egli prova può arrivare agli estremi gradi, ed essa non è patologica che moralmente, perchè offende il sentimento del vero e l'umanità intera. La superbia è sempre ridicola e goffa, perchè unisce lo sforzo dello stento alla grandezza del desiderio, associando in un'orribile caricatura morale il vero al falso, il grande al piccolo. Essa produce in noi la sensazione di un nano che cammina sui trampoli, di un tiranno da commedia che vuol essere chiamato col titolo di maestà anche fuor delle scene. Se questa caricatura fosse uno scherzo ci potrebbe far rider di cuore, ma il nostro amor proprio, offeso da una superiorità usurpata, le si rivolta contro e ne soffre. Gli uomini superiori però riescono qualche volta a ridere della superbia. Le gioie della superbia non possono essere gustate che da una mente piegata in sessantaquattresimo, come avrebbe detto un nostro celebre Italiano, perchè esse partono da un errore dell'intelletto. II superbo ha sempre a' suoi occhi un cannocchiale quando giudica di sè e degli altri, colla sola differenza che nel primo caso lo tiene, come al solito, coll'oculare applicato all'occhio, per cui vede la propria immagine ingrandita parecchie volte; mentre, nel secondo caso, senza porvi mente, capovolge lo strumento, applica all'occhio l'obiettivo, e vede ogni cosa piccina. Quest'uomo beato non si inganna mai, e nessuno può mai persuaderlo ch'egli vede le cose a rovescio. Egli difende con tutta l'ostinazione dell'ignoranza il proprio errore, perchè l'idea di vedere grandi gli altri e piccino se stesso gli è insopportabile, e continua a godere del brillantissimo giuoco di ottica che lo diverte. Beato lui, che può cogliere senza fatica gli allori che coltiva nel proprio giardino e che egli decreta a se stesso. Nell'imperturbata sua compiacenza non valgono a distrarlo le risa ed i fischi della moltitudine: lo scherno e il disprezzo sono per lui armi avventate contro il suo colosso dall'invidia dei mediocri, e osando porsi con sacrilega profanazione fra i geni incompresi, si avvolge maestosamente nel manto di un generoso perdono, o, almeno, di una filosofica rassegnazione. La superbia però appare di rado in questa favolosa grandezza, e il più delle volte essa è meschina e gretta. Allora la verità fa sentire di quando in quando la sua voce, e le pallide e solitarie compiacenze si alternano di continuo col dispetto e col disappunto. Ma l'uomo superbo, curvato fino a terra dalla sferza della verità, sopraffatto dalle risate di una turba di popolo, non si dà mai del tutto vinto, e, rientrando in se stesso, riesce sempre a dire: «lo sono un uomo!» Le gioie della superbia hanno tutte una fisonomia molto ridicola, e non possono degnamente essere rappresentate che dal pennello di un caricaturista. Il superbo soddisfatto ha sempre ne' suoi lineamenti dello stentato e dell'ampolloso: egli si allunga con uno sforzo muscolare straordinario per non guadagnare che poche linee di altezza e perdere un palmo di grandezza. La fisonomia di queste gioie è talmente caratteristica, ch'io non mi fermerò a descriverla: basterà osservare gli esemplari viventi che passeggiano, o più spesso percorrono in auto le vie delle nostre città. Questi piaceri sono di tutte le età, di tutti i paesi, di tutti i tempi. Crescono però più rigogliosi nel sesso maschile, nell'età adulta e nelle nazioni incivilite. L'influenza di queste gioie meschine è molto malefica, e si fa sentire su tutte le facoltà della mente e del cuore. Essa, non potendo esistere senza l'ignoranza, che è loro madre legittima, odiano la scienza e obbligano entro limiti molto ristretti il nostro perfezionamento.

PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO