Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Le gradazioni per le quali l'amor proprio arriva alla superbia, e l'approbatività alla frenesia della lode, sono infinite, e noi passiamo per esse dal mondo del bene a quello del male, senza quasi avvedercene. In mezzo a tante forme campeggiano però due figure che per la loro imponente grandezza arrivano a farsi ammirare, quantunque spesso il piedestallo che le sostiene poggi in parte nel campo della patologia morale. Esse si chiamano amor di gloria ed ambizione, e talvolta, dominando il cuore di un uomo, possono sconvolgere i destini dell'umanità intera. La gloria, che è forse una delle più grandi parole e delle più piccole cose, è il punto culminante al quale può arrivare l'approbatività, e dove questo sentimento, toccando il grado massimo, trova la più completa sodisfazione. L'uomo assetato di gloria getta lo sguardo avido e penetrante sulla molteplice rete di strade che guidano l'ingegno umano, e, facendo un rapido esame di coscienza, misura la propria forza all'altezza dello scopo, e si traccia una via che lo guidi all'immortalità. Pochissimi fortunati con un solo colpo d'occhio misurano il secolo in cui vivono e la distanza che devono percorrere; e, gettandosi a corpo perduto nella strada che pare la natura abbia fatta per essi, corrono rapidamente alla loro meta. Quasi tutti coloro però che avrebbero diritto di aspirare alla gloria, messi nel centro che da sè dirama come tanti raggi le vie della scienza, corrono forsennati qua e là, senza sapere dove inoltrare il passo. Con lo sguardo vanno osservando tutte le strade, e nella baldanza del loro giovane cuore vorrebbero gettarsi in tutte ad un tempo, o percorrerle successivamente. Più d'una volta s'inoltrano di alcuni passi in un sentiero, e, impazienti di trovarlo troppo angusto o soverchiamente lungo, ritornano insodisfatti al centro donde sono partiti, maledicendo nel loro insano furore la natura che non concede ad essi una vita di secoli. Ma, infine, spossati dalle inutili aspirazioni e dalla lunga lotta, gettando un ultimo sguardo di desiderio alle regioni che non potranno percorrere, entrano rassegnati e tranquilli in una qualunque delle vie e vi si adattano per la vita. L'amor della gloria non può essere consentito che al genio, e pei mediocri è una profanazione o una bestemmia. La grandezza di questa passione proporzionata all'altezza della mente che la guida, ed anche quando arriva al fanatismo, essa arde e divora l'uomo che la sente, ed illumina l'umanità. Più d'una volta il genio si è offerto vittima spontanea sull'altare dell'umana civiltà, e ardendo se stesso è brillato in mezzo alle tenebre e si è spento. Egli ha acceso il proprio rogo, ma l'umanità, rischiarata da quel raggio, ha fatto un passo avanti in attesa di una nuova vittima e di un nuovo lampo di luce. Le turbe che formano l'umana famiglia sono mandre di ciechi che brancolano nelle tenebre e dirigono i loro passi nei sentieri determinati dallo spazio e dal tempo. Ma un solo genio compare, e gli occhi attoniti delle moltitudini a lui si rivolgono cercando luce e calore. Ed egli illumina i loro passi, e colla sferza della sua volontà obbliga a correre per un istante, onde guadagnare il tempo perduto; e finchè egli brilla, gli uomini gli corrono dietro, e a fuoco spento, quando l'astro è tramontato, l'umanità riprende il cammino per le sue vie. Le gioie della gloria brillano come soli, ma si acquistano a caro prezzo. Appena il genio si inoltra nella via che si è tracciata, mille nemici gli muovono contro cercando di arrestarlo nel suo ardito viaggio. I pregiudizi, l'invidia, l'odio, l'ignoranza, gli fanno inciampo ad ogni passo, ma egli lotta coraggiosamente per vincere e tirare innanzi. Nè questo basta: egli aspira con furore agli applausi, alle corone d'alloro, ai trionfi; ma invece più d'una volta percorre lunghissima via senza che un solo applauso ne rianimi gli spiriti affranti, senza che una mano pietosa lo sostenga nell'aspra lotta, o gli additi all'estremo orizzonte il premio che lo aspetta. Egli cammina solo e muto, per cui spesso teme di avere sbagliato la via, o di parlare in una lingua che gli altri non possono intendere. Allora si arresta esitando, e domanda a se stesso se veglia o sogna, se pensa o delira; finchè, confortato dalla propria coscienza, che riflette la sua mente in tutta la sua grandezza, prende coraggio e va innanzi. Spesso la gloria non è raggiunta che presso la fine del lungo viaggio; qualche volta ancora essa non depone la sua corona che sopra un cadavere, o sul freddo sepolcro manomesso dagli archeologi. Una vita consacrata alla gloria si può quasi sempre rappresentare con un fondo radioso di speranza, trapunto qua e là con foglie avvizzite di alloro. Il lampo di un momento di gloria sfavilla però di tanta luce, che basta ad illuminare l'oscurità di lunghi anni di fatiche e di miseria. Il delirio il più sfrenato non basta in quell'istante ad esprimere la pienezza della gioia che trabocca da ogni parte e non trova nei poveri mezzi del nostro organismo segni che bastino a rappresentarla. Eppure il genio, quando non spregia la gloria con fervido senso di superiorità, non si accontenta quasi mai dell'apoteosi più sublime, e, guidato dalla sfrenata fantasia, sogna glorie maggiori e più splendidi trionfi, e numera, con l'avidità dell'usuraio, i capitali della mente per vedere se può trarne ancora un interesse maggiore.
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