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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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L'immagine intellettuale di noi stessi, riflessa nello specchio della nostra coscienza, desta per tutta la vita uno dei sentimenti più formidabili e più multiformi: l'amor proprio. La dignità di noi stessi non può mai essere colpevole, anche ne' suoi gradi maggiori; mentre la compiacenza che si desta in noi nel considerare la nostra mente, non è innocente che nei suoi gradi minori. Nel regno del cuore il merito della vittoria è sempre reale, e il nostro libero arbitrio ci rende responsabili delle nostre azioni; ma nei lavori della mente la fortuna prevale sulla virtù, e noi non possiamo usurparci un certo grado di merito senza peccare di superbia. Una differenza capitale passa tra la riflessione della nostra immagine morale e quella della nostra figura intellettuale: la prima non può che riflettersi intera, la seconda può presentarci ad una ad una, o combinate in mille modi diversi, le facce del suo poliedro. Così la menoma scalfittura fatta al nostro onore guasta completamente tutta la fisonomia della nostra dignità, la quale è una ed indivisibile; mentre noi possiamo compiacerci di essere musici eccellenti, quand'anche nel resto la nostra coscienza rifletta l'immagine della più crassa ignoranza. I piaceri della nostra dignità sono poi molto più sensitivi di quelli dell'amor proprio, perchè quelli sono prodotti dall'immagine del cuore riflessa ancora in lui; questi, invece, arrivano al cuore dalle fredde regioni della mente. Chi non avverte a prima vista questa differenza, può confrontare i due piaceri che si provano nel sentirsi onesti e nel ritenersi intelligenti. La prima gioia è tiepida ed armoniosa, è tutta del cuore; la seconda invece è più fredda e più ideale, perchè mista di sentimento e di intelletto. Pertanto il sentimento della nostra dignità si può considerare come una forza primitiva che ci spinge a fare il bene; al contrario l'amor proprio ci guida alla ricerca del bello e del vero, ed è da ritenere la forza motrice nella macchina della civiltà. Tutti sono artefici dell'edifizio sociale per varie ragioni, fra cui primissima quella della soddisfazione dell'amor proprio. Si supponga per un istante l'umanità intera destituita dell'amor proprio, ed essa sarebbe ancora un branco di bruti vaganti per le foreste. La natura ha legato i suoi fini più elevati ad un immenso piacere; e, come alla funzione del sesso concedeva l'ampia coppa della voluttà del tatto, alla funzione necessaria ed ineluttabile dell'umana civiltà legava le infinite sodisfazioni dell'amor proprio. Il piacere che provò il primo uomo nel vincere una difficoltà, lo compensò ad usura della fatica sostenuta, ed egli imparò a conoscere una nuova fonte di gioia; così la natura, economa e generosa nel tempo istesso, compartiva il piacere e la fatica colla stessa misura, onde il moto della civiltà fosse continuo e progressivo. Senza questo artificio l'uomo si sarebbe accontentato delle facili gioie dei sensi, e non avrebbe mai impiegato le forze di cui è fornito, e delle quali non può servirsi senza fatica. Il piacere più semplice dell'amor proprio consiste nella sodisfazione di questo sentimento, che da noi parte e in noi finisce. Questa gioia elementare si ha in quasi tutte le nostre occupazioni, dalle più facili alle più difficili. Il bambino, che steso al suolo incomincia colle mani e coi piedi a tentare i primi movimenti per arrivare ad un oggetto che desidera, e dopo lunghi sforzi lo afferra, prova il primo e il più semplice di tutti i piaceri dell'amor proprio, quello di esser riuscito a fare ciò che voleva. Tutti i lavori più elementari necessari all'esercizio della vita ci procurano una sodisfazione dell'amor proprio nella prima età, quantunque noi non possiamo sicuramente rammentarci l'aria di trionfo con cui per la prima volta abbiamo da soli portato il cucchiaio fino alla bocca, o la sovrana beatitudine con cui, posti isolati addossati ad una parete, abbiamo potuto con infinito studio percorrere lo spazio di pochi passi per precipitarci fra le ginocchia della mamma, che ci stringeva sorridendo fra le braccia. Il camminare era allora per noi un lavoro di alta meccanica ed era difficile: il riuscirvi lusingava quindi il nostro amor proprio, il quale non può essere soddisfatto che dalla vittoria su una difficoltà. Come è naturale, il piacere riesce tanto maggiore quanto più difficile l'esercizio; e il fanciullo, che batte colla sua bacchetta il cerchio, prova un piacere dell'amor proprio, come l'autore che scrive la beata parola fine ad un'opera che gli è costata lunghi anni di fatica, e ciò sebbene non godano nel medesimo grado della stessa gioia.

Questi piaceri individuali, quantunque infiniti, non formano che un solo emisfero nel mondo dell'amor proprio, il quale non è sodisfatto completamente che dal riflesso dell'approvazione altrui. L'amor proprio riflesso fuori di noi forma un vero sentimento secondario, il quale ne' suoi gradi fisiologici può chiamarsi col nome di approbatività o di emulazione. Esso ha un margine assai ristretto, passato il quale degenera in vanità o in ambizione. L'uomo può nascondere in sè la più petulante superbia senza incontrare riprovazione; ma diventa ridicolo appena ne lascia trapelare un raggio sotto forma di vanità, dacchè nel primo caso nessuno soffre, mentre nel secondo l'amor proprio degli altri comincia ad essere offeso. La misura dell'approbatività non è segnata tanto dal merito dell'azione e dal grado della facoltà che si è vinta, quanto dal numero di quelli che ci approvano, e più ancora dal valore della lode. Noi non possiamo compiacerci di un'azione indifferente e facile, mentre siamo trascinati senza volerlo a bere sino in fondo il calice della lode anche se sproporzionata ai nostri meriti. In questo caso, anche quando la ragione in sulle prime si rifiuta a ricevere la lode che rasenta l'adulazione, noi facciamo sforzi per dimostrare a noi stessi che possiamo, senza saperlo, meritarci l'elogio, che si presenta sempre in maniera così cortese e tanto benevola. È costui un contrabbandiere così scaltro, che saprebbe sedurre anche un Catone. L'amor proprio è forse il sentimento più suscettibile di ogni altro, per cui rarissime volte gode di una perfetta salute, e quasi sempre passa la vita nella convalescenza di leggere malattie intercorrenti. Siccome però tutti gli uomini ne vanno soggetti, così essi si perdonano a vicenda questa infermità morale, considerandola come una triste necessità, a un dipresso come il raffreddore nell'inverno. Le gioie dell'amor proprio si fondano sul prezzo corrente del merito, una fra le derrate che cambiano di valore ad ogni soffiare di vento, come se seguisse le oscillazioni della banca più squilibrata del mondo. Anche nell'approvazione che noi concediamo alle nostre opere, ci atteniamo quasi sempre al valore, che può essere loro attribuito sulla pubblica piazza dell'opinione; perciò il più delle volte pigliamo grossi granchi, che sono quasi tutti errori di esagerazione. Quando poi dobbiamo godere delle lodi altrui, se sul mercato non si trovano che merci scadenti, i nostri prodotti, quantunque assai mediocri, possono avere un alto valore; mentre, quando eccellono gli altri, i nostri lavori devono essere ben superiori onde fermare per un momento sguardo incerto della massa che compera e vende la lode. Questa ragione spiega un'infinità dei misteri piccoli e grandi della vita degli individui e delle nazioni. Si intende, ad esempio, perchè un grande uomo, per semplice ipertrofia di una facoltà intellettuale di secondo ordine, sia tanto petulante. Si capisce perchè un uomo di mediocre ingegno si isoli dal mondo simulando un filosofico stoicismo, oppure si pavoneggi in mezzo ad un circolo di uomini nulli. Si capisce finalmente perchè un lumicino comparso in un secolo di oscurità possa essere creduto un sole. Vi sono però alcuni astri che sanno brillare in mezzo ad un mare di luce. Le gioie fisiologiche dell'amor proprio e dell'approbatività sono gustate meglio dall'uomo che dalla donna, meglio nell'età adulta che nella giovinezza e nella vecchiaia. Del resto prosperano rigogliose in tutti i climi, in tutti i paesi, in tutti i tempi. Esse rallegrano la vita degli individui, e, figurando come primo fattore nella civiltà delle nazioni, servono a preparare nuove fonti di piaceri ai nostri posteri. La fisonomia di questi piaceri ha pochi lineamenti, perchè essi sono abbastanza calmi per scaricarsi a poco a poco entro di noi. Il più delle volte gli occhi esprimono la gioia brillando in un modo insolito, mentre le labbra si atteggiano ad un muto sorriso. Qualche volta il giuoco della fisonomia è accompagnato da fregatine di mano, da salti, da esclamazioni di gioia o da alcuni moti bizzarri. Ognuno può consultare la propria memoria e ricordarsi qualche caso personale.

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