Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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L'egoismo è una delle malattie morali più diffuse e che, a guisa di epidemia, attacca le generazioni di tutti i paesi e di tutti i tempi. L'egoismo è uno smodato desiderio che tutto, cose, ricchezze, onori, sia rivolto a sodisfare i propri bisogni e interessi personali. Esso riveste infinite forme, ma unico nell'essenza, traspare all'occhio acuto dell'osservatore o sotto il manto più pomposo o sotto la buccia dell'ipocrisia più opaca. Elemento formidabile in tutte le quistioni della vita, or camminando. sulla punta dei piedi, ora con le scarpe di velluto, ci sorprende senza che ce ne accorgiamo, entra con prepotenza di diritti e con l'ostinazione più pertinace del comando, in tutte le nostre decisioni. Sia che nel consiglio della mente stia perorando l'interesse, sia che i sentimenti più generosi si consultino per decidere sacrifizio più sublime, l'ospite taciturno entra inavvertito e col sorriso il più falso e il più gelido si asside accanto agli affetti più sublimi, delibera con essi, e, posando la sua mano di piombo sulla bilancia del dovere, impone la sua volontà sul voto dell'assemblea. Talvolta gli affetti si collegano in una santa alleanza per escludere dai loro consigli quest'ospite terribile, ponendo a difesa della loro assemblea l'onore, la generosità, il sentimento del dovere e altri fra i sentimenti più incorruttibili; ma l'egoismo arriva sempre inaspettato, seduce o inganna le sentinelle, sempre si asside in consiglio e lo domina. I piaceri dell'egoismo non derivano che dall'eccesso dell'amore di noi stessi, per il quale esageriamo il nostro valore individuale onde impicciolire in questo modo quello altrui. Noi veniamo così a ridurre al minimo il tributo che, come individui della società, dobbiamo pagare al nostro prossimo, serbando il grosso del capitale per noi stessi. Nei gradi minimi di questa malattia l'uomo non si crede egoista, ma si ama assai: senza supporlo, decide sempre in proprio favore le questioni che il sentimento porta davanti, al tribunale del dovere. Nei gradi massimi, invece, l'egoismo si mostra petulante e coi calzari di piombo, e l'uomo osa confessare a se stesso di amarsi sopra ogni cosa, per cui mette fra sè e il mondo esterno una trincea profonda che lo isoli e lo individualizzi. Certamente non v'è atmosfera più impenetrabile di quella dell'egoismo. I sentimenti più nobili, le aspirazioni più ardenti dell'affetto indirizzano le loro batterie contro quella fortezza; ma i proiettili non fanno breccia e cadono ai piedi di quel muro inespugnabile. L'egoismo rimane imperturbato e solo: egli basta a se stesso, e non corrisponde col mondo esterno che dall'alto, da dove freddamente contempla la lotta delle umane passioni, e ne ride. L'egoismo nella perfezione ideale è però una malattia molto rara, e che, sebbene ispiri un certo orrore, non è priva di grandezza, per cui si può giungere a scusarlo negli uomini grandi che, elevandosi nelle purissime regioni dell'intelligenza, si pongono una mano al cuore e trovano che più non batte. Le varietà più straordinarie dell'egoismo sono soggetti interessanti per la loro rarità, ma la massa che forma il volgo degli egoisti è di una monotonia ben più desolante, composta di uomini volgari che, arrivando con uno sforzo infinito a sacrifizi di una meschinità ridicola, credono, perchè non hanno mai assassinato o rubato, di essere onesti; sono persone di una mediocrità ributtante, perchè osano amare se stessi compiacendosi della loro nullità intellettuale; perchè pretendono di chiamarsi filosofi, dacchè sono arrivati al sublime teorema che ciò che fa bene e non è punito dal codice è ben fatto; che osano chiamar pazzo il sentimento quando oltrapassa una certa misura; che arrivano infine al sacrilegio di sorridere cinicamente in mezzo al fango di una bassa mediocrità, mentre quel sorriso non si perdona che all'uomo che contempla l'umanità intera dall'altura su cui poggia la mente di Goethe. L'egoismo, essendo un sentimento morboso nato dall'ipertrofia di un affetto fisiologico, non ci presenta che gioie complete. Difatti l'uomo si compiace di amarsi e di aver cura del suo prezioso individuo, che ama sopra ogni altro, ma non può godere vedendo che gli altri provano lo stesso piacere su se stessi. L'egoista si compiace invece della generosità altrui, non perchè questa elevi in lui un nobile sentimento di riconoscenza, ma perchè l'affetto altrui è un capitale preziosissimo di riserva, al quale può ricorrere in ogni caso sgraziato, quando si senta capace di abbordare la grave prospettiva di un facchinaggio di gratitudine. L'egoista adora l'egoismo in sè, ma lo detesta negli altri e, più d'una volta, egli coltiva con amorosa sollecitudine negli altri i sentimenti più generosi, perchè essi formano l'albero rigoglioso a cui si arrampicherà, e da cui trarrà, come un parassita, il nutrimento e la vita. I piaceri dell'egoismo allo stato di forza latente si riducono ad un'amorosissima contemplazione morale di se stessi. L'egoista ha sempre davanti a sè il proprio individuo che accarezza con la sollecitudine d'una madre, che bacia col trasporto di un amante, che abbraccia coll'amore di un amico, che venera come un padre, che rispetta come un grande uomo, che adora come un Dio. La sua fisonomia ha quasi sempre l'espressione di una gioia calma, perchè il riso e i moti muscolari potrebbero turbare la sua tranquillità o sprecare un millesimo della forza vitale, di cui è economo fino alla spilorceria. Egli però, credetelo, non è felice, come non lo è l'avaro, al quale tanto assomiglia. La natura ha fatto l'uomo per il lavoro, e gli ha concessa tanta forza perchè ne usi nel turbine dell'azione e nelle lotte della vita sociale; essa gli ha dato generosamente un eccesso di combustibile perchè possa qualche volta accendere splendidi fuochi che spandano attorno la luce e il calore in largo spazio; essa gli ha concesso il diritto di qualche sublime scialacquo. L'egoista, invece, appena aperto il lume alla ragione, divora cogli occhi la propria catasta di legna, la misura e la pesa, suddividendola all'infinito. Poi accende un focherello umilissimo, che spande più fumo che luce, e intorno a quello si accovaccia, assorbendo avidamente il poco tepore che ne emana. Egli intirizzisce per tutta la vita per voler riscaldarsi a lungo, ed egli muore di freddo prima che la sua catasta sia esaurita, senza mai avere goduto in generosa fiamma di un alto rogo. Non si può impunemente deludere la natura, e chi vuol vivere più a lungo, vive meno degli altri. L'egoismo nasce con noi, ma non cresce rigoglioso, e non produce i suoi piaceri, che nell'età adulta. Nella fanciullezza comincia a germogliare, ma il suo stelo meschino e sottile rimane inavvertito nel campo del cuore. Nella giovinezza è ancor più difficile lo scorgerlo, perchè una vegetazione lussureggiante di alberi e di fiori lo nasconde. Appena la primavera della vita va declinando, l'umile pianticina, cresciuta all'ombra delle generose sorelle, s'innalza e cresce, vivendo alle spalle di quanto lascia cadere l'amore, tra le verdi foglie sfrondate dall'albero delle illusioni. A poco a poco cresce e s'innalza, si fa arbusto, poi albero, e, stendendo in ampio terreno le sue radici, assorbe i succhi che dapprima bastavano ad un'intera vegetazione, formando da solo prato, campo e foresta. Guai se il giovine, abusando di una precocità, diventa avaro della vita a vent'anni! S'egli è mediocre, si fa l'egoista più ributtante; mentre, se ha una scintilla d'intelligenza, sale ad una grandezza spaventosa. Il giovane egoista fa ribrezzo e paura, e il riso cinico che si spegne fra una lanuggine ancora molle, fa rabbrividire. Dall'età adulta fino alla morte i piaceri dell'egoismo vanno sempre crescendo, e nell'estrema vecchiaia sono quasi fisiologici. Allora il lume della vita e così tremulo e fioco, che si perdona all'uomo che con ambe le mani difende la preziosa fiamma, e col proprio fiato tenta di ravvivarla, allontanando con prepotenza chi volesse appressarsi e fruire di un solo raggio di luce. Allora l'egoismo prende il nome di amore della vita, e il vecchio con le mani scarne e tenaci contende a lungo colla morte, che scherza intorno al lumicino della sua esistenza, e, quando meno se l'aspetta, lo spegne. È inutile dire che questi piaceri morbosi sono meglio gustati dall'uomo che dalla donna. Sarebbe difficile il dire se l'egoismo sia stato maggiore nei tempi antichi che ai giorni nostri. Se si volesse credere volgare, si dovrebbe dire che noi siamo più egoisti dei nostri padri, e che questo affetto morboso vada sempre crescendo con la civiltà. Gli uomini di tutte le epoche però si scatenarono sempre contro i contemporanei, gridando che essi erano peggiori dei padri loro; per cui, se ciò fosse vero, dovremmo a quest'ora essere una turba di effeminati, di codardi, di bruti, ciò che fortunatamente non è.
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