Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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I piaceri più voluttuosi o più delicati del senso possono far delirare di gioia per qualche istante, segnando qua e là il nostro sentiero di punti splendenti; ma essi non possono mai diffondere la loro influenza benefica su tutta la vita, costituendo da soli la nostra felicità. Se si potessero riunire nel più felice accordo tutti i piaceri sensuali, sì da formarne un'orgia sublime, questa non durerebbe che poche ore, e nella stoffa dei nostri giorni non potrebbe figurare tutt'al più che come una splendida gamma in essa trapunta. Un solo sentimento, invece, può diffondere intorno a sè tanta armonia di delizie, da fare oscillare tutta la vita, e renderci in questo modo felici. I piaceri più tempestosi e più profondi dei sensi possono agitare le loro fiaccole vivaci, ma devono tutti ammutolire davanti alla purissima luce di un affetto che li eclissa e confonde. I primi non possono combattere contro l'avversità del destino, nè resistere al torrente dei mali fisici; ma il sentimento ci può far sorridere sul patibolo o nell'agonia della morte, elevandoci all'apoteosi dell'umana dignità. I piaceri dei sensi sono scintilla che solcano l'atmosfera della vita e si spengono, lasciando pochi ricordi; mentre la gioia del sentimento è un profumo armonioso senza forma e senza confini, che si irradia per onde e per oscillazioni misteriose. II sentimento è un fiore così delicato e delizioso, che l'uomo non può tentarne l'analisi senza alterarne l'essenza; è un fiore che cresce nel tiepido clima del cuore, e non resiste alla brezza gelida del nordico intelletto. Chi osa farne lo studio, si trova fra mano uno stelo avvizzito, poche foglie aride, un vero cadavere senza moto e senza forma. Anche l'inesorabile scienza, che tutto suddivide e sminuzza per scoprire tra le fibre sezionate il mistero della vita, deve rispettare come cosa santa il sentimento. Può arrivare, se vuole, fino alla profanazione di prenderne la misura, di pesarlo, di determinarne la tiepida temperatura. Guai a chi volesse andare più innanzi. Finita l'opera sacrilega, egli troverebbe morta la propria vita morale: come l'anatomico che avesse voluto studiare se stesso portando il bisturi nelle proprie viscere. In tutti i piaceri studiati fin qui, se non abbiamo potuto determinare l'essenza della sensazione che li costituisce, abbiamo però seguito il fenomeno dalla sua origine fino alla sua espressione esterna. Ora, invece, ci troviamo in un campo indeterminato, e dobbiamo studiare una forza senza conoscere quale sia l'organo che la produce. Nei sensi il piacere nasce primitivamente dai nervi sensori, e il cervello concorre soltanto coi suoi elementi intellettuali a trasformare in sensazione una semplice impressione. Qui invece il piacere sorge da quelle regioni misteriose, delle quali nessun filosofo ha mai potuto tracciare un piano topografico; in un campo dove i generosi sforzi degli spiritualisti, come le ardite ipotesi dei materialisti, non hanno mai potuto trascinare un sentiero; là dove starà scritto per sempre: regioni inesplorabili. Comunque sia, è però certo che il sistema dei nervi gangliari forma parte integrante necessaria nel telaio del sentimento. L'uomo che ama o che odia non prova alcuna sensazione al cervello, nè sente stanco il corpo dopo uno sfogo più violento di collera: invece si sente sconvolte le viscere, e prova una vera angocia al cuore, il quale ha un nome, che in tutte le lingua è sinonimo di sentimento.
La nostra coscienza, prima ed unica maestra della vera filosofia fisiologica, ci insegna però l'immensa differenza che passa fra una sensazione, un sentimento e un'idea. Nella prima noi seguiamo i passi del fenomeno: e se col pensiero vogliamo farcene un'idea astratta, ce la figuriamo come uno scambio misterioso fra il mondo esterno e la nostra coscienza, come una corrispondenza radiologica, nella quale noi ci mettiamo in rapporto col mondo che ci circonda. Se invece vogliamo formarci un concetto del sentimento, noi sentiamo che questa forza è una emanazione che nasce in noi e che tende ad effondersi al di fuori, come un ricambio del saluto che il mondo esterno ci ha inviato per mezzo dei sensi. Mentre però la sensazione è una vera scarica o una corrente formata da una serie non interrotta di scintille, il sentimento è un'emanazione indefinita e indefinibile, che dal nostro io si porta al di fuori, traendo seco una forza latente di azione, che rimane indeterminata finchè l'intelletto non venga a formularla ed a fissarne i confini, e che fa provare una vera sensazione interna che ci commuove in modo particolare, ed i cui elementi provengono da azioni intellettuali più elementari. In ogni modo, la nostra coscienza ci avverte delle minime gradazioni di intensità e delle variazioni della natura nelle emanazioni dell'affetto; per cui, non solo, ad esempio, sono tanto diversi i sentimenti dell'odio e dell'amore, ma infinite sono le differenze fra i gradi estremi della superbia. Un'altra differenza essenziale fra le sensazioni e i sentimenti consiste in ciò che, mentre le prime possono associarsi ma non sovrapporsi e confondersi, gli affetti, partendo dai punti più lontani, si riuniscono spesso in una sola atmosfera, elidendosi, plasmandosi fra loro o modificandosi in mille modi. Così, se noi vediamo un bel fiore nello stesso tempo in cui il nostro orecchio è rallegrato dalla musica, le due sensazioni piacevoli sono contemporanee, ma non si confondono; mentre invece, se noi guardiamo con tenerezza un bambino, e nello stesso tempo ammiriamo le affettuosità premurose della madre, noi proviamo un solo piacere complesso, nel quale concorrono due sentimenti diversi che, modificandosi a vicenda, producono una appassionata esaltazione della maternità. Il fenomeno più semplice dell'affetto è l'emanazione indistinta che si solleva in noi dietro una sensazione; ma esso non costituisce tutto il mondo del sentimento. Il solo vedere un uomo che soffre fa nascere in noi un movimento affettuoso di compassione che, tendendo ad espandersi fuori di noi, si dimostra nel modo più semplice, con uno sguardo, che si fa interprete del sentimento che ci ispira. Se questo nostro sguardo, penetrando nel cuore dell'uomo che soffre, viene inteso, la nostra aspirazione affettuosa si riflette in noi, accompagnata da un nuovo elemento che la solleva a un grado maggiore di perfezione, e noi proviamo il piacere di essere stati intesi, di modo che l'emanazione affettuosa non cambia natura, ma cresce soltanto di intensità. Così, quando pieni d'affetto corriamo a gettarci nelle braccia di un amico, e, invece di sentirci stretti in un amplesso affettuoso, ci vediamo respinti o derisi, il sentimento benevolo che ritorna a noi ferisce direttamente l'amor proprio, il quale, entrando subitamente in azione, soffre ed elide colla sua prepotente emanazione il primo sentimento che si era destato in noi. Nello stesso modo con cui irritando un nervo sensorio si produce una corrente muscolare riflessa, così alcuni sentimenti, messi in azione, suscitano, per reazione, altri affetti opposti.
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