Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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L'ebbrezza alcoolica non è fisiologica che nei suoi primi gradi. Da Platone, che diceva: il vino riempie l'anima nostra di coraggio, a Plinio, che scriveva: vino aluntur sanguis calorque hominum, i filosofi, e i poeti, a meno che fossero ipocondriaci, e quindi ammalati, decantarono tutti, come meglio seppero, le preziose qualità del succo dell'uva. E per chi avesse scrupoli a questo riguardo, potrei anche citare le belle parole di san Crisostomo, con le quali egli, in questa materia delicata, separava d'un colpo netto e sicuro i due campi della fisiologia e della patologia, dicendo: Vinum Dei, ebrietas opus diaboli est. Nella vita dell'individuo, gli alcoolici usati con moderazione fortificano il corpo, sono alimenti nervosi e respiratori, e aggiungono forza alla nostra morale debolezza, aiutandoci a lottare contro i dolori, dei quali, fino ad un certo punto, sono un contravveleno. Nella vita delle nazioni, l'uso moderato e ragionevole delle bevande alcooliche contribuisce alla cementazione degli individui nel mosaico sociale, ravvicina i lontani, ricorda gli assenti; sviluppa una forza fisica e morale che non si può rappresentare per cifre, ma che è pure un fattore possente di civiltà. Una società di uomini astemi, ad altre circostanze pari, è più fredda, più pensatrice, più prudente, ma anche più egoista e diffidente di un'altra che incorona di pampini i suoi colli. Invece l'ebbrezza alcoolica è sempre dannosa; essa debilita i corpi, abbrutisce gli individui e prostituisce la società, nè può essere compagna di sentimenti delicati, di buoni costumi e di un alto sviluppo sociale. Molte razze di Indiani americani sono spente e alcune vanno spegnendosi, per l'uso degli alcoolici, al quale abbandonandosi con tutta la violenza irrefrenata dell'istinto, sotto i raggi di un sole tropicale, vanno miseramente consumando il telaio della vita. L'ebbrezza alcoolica è più pericolosa nel fanciullo, nella donna e nell'uomo selvaggio per la minore resistenza che li porta all'abuso. L'uso dei narcotici al solo fine del piacere è pericoloso assai, e solo chi ha una volontà ferrea può provarli senza correre il rischio di darsi al vizio. Essi ci procurano molti fra i maggiori piaceri; e chi ne ha usato, è ogni giorno più debole a resistervi, chè la ragione, oscurandosi, lo rende inetto a godere altri piaceri, e l'ebbrezza narcotica si va anzi facendo più voluttuosa quanto più è ripetuta e gustata. Chi ha una volta provato le allucinazioni di un narcotico, intende benissimo come tanta parte dell'umanità abusi dell'oppio, dell'haschisch e della coca. L'uso dell'oppio non è più pericoloso di quello degli alcoolici, e noi dobbiamo a questo riguardo ricrederci di un pregiudizio in che ci hanno indotto le narrazioni poco esatte dei viaggiatori. Quello che è vero è che l'abuso lascia conseguenze assai grave; ma gli abusi sono sempre da condannare. L'ebbrezza narcotica è più pericolosa nei fanciulli, negli uomini robusti e di temperamento sanguigno, e soprattutto in coloro che, per eredità, hanno tendenza all'apoplessia e alle allucinazioni mentali. L'ebbrezza caffeica, prediletta dagli uomini di squisito sentire e d'intelligenza vivace, è nociva soltanto in qualche rarissimo caso e specialmente nelle persone molto nervose e in paesi molto elevati o secchi, quali sono le province nordiche della Confederazione Argentina, Potosi, Chuquisaca, e in generale la parte alta della Bolivia. A concludere queste osservazioni di fisiologia suggerisco di non temer mai l'ebbrezza caffeica, di non passare i limiti del primo periodo dell'inebbriamento alcoolico, e di non provare le terribili gioie dei narcotici se non negli estremi casi di violenti dolori morali.
Dei piaceri negativi che derivano dai sensi.
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