Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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La storia dell'ebbrezza, considerata sotto il molteplice aspetto della filosofia, dell'igiene e della morale, è ancora un pio desiderio; ma chi volesse tentarla, dovrebbe dividerla in alcoolica, narcotica e caffeica. Gli alcoolici fermentati o distillati incominciano a impressionare il senso del gusto prima di entrare nei dominii più interni del nostro organismo, e in questo consiste una gran parte del loro valore. Entrati nell'apparato digerente, sono con tutta facilità assorbiti dal torrente della circolazione; questo rapidamente li porta ai centri nervosi, e li dissemina per tutta la rete sensibile del nostro corpo. Un senso di vigore e di benessere, ci avverte di questo benefico assorbimento e noi ci troviamo alla soglia di piaceri maggiori. Ammentata la quantità del liquido alcoolico, l'iperstenia generale cresce di tanto, da farsi riconoscere con una fisonomia particolare improntata all'ilarità e all'allegria. Incominciamo a parlare più animati, a scoprir rapporti più delicati e più fecondi negli oggetti che ci circondano, a considerare le quistioni sociali sotto un diverso punto di vista. Noi siamo allora quasi sempre ottimisti, come lo sono gli uomini di eccellente costituzione fisica e morale. Il bisogno di comunicare agli altri i propri pensieri, l'andare e il venire delle idee e delle immagini, ci rendono più espansivi, più socievoli, più prodighi. Parlo sempre della regola e non delle eccezioni: alcuni, sotto l'influenza del vino, si fanno tristi, permalosi, accattabrighe. Questi disgraziati sono pochissimi, ed io dubito assai dello stato fisiologico della loro costituzione cerebro-spinale. Il fatto comune, osservato in tutti i tempi, è che l'alcool rende più generosi e più sensibili ai trasporti del cuore. Se da brillo voi diventate ubbriaco, i muscoli che prima volevano muoversi con eccessiva esuberanza, ora vacillano e vi negano il loro ufficio; i vostri sensi, oscurandosi sempre più, vi isolano nel vostro ambiente, e poi, confuso nel delirio più tempestoso di pensieri, vivete per voi solo; e il piacere di sentirvi per un momento un altr'uomo è presto offuscato dal sopore che vi chiude le porte del mondo esterno e dell'intelligenza, sicchè voi cessate di avere coscienza di esistere. Negli ultimi periodi dell'ubbriachezza, la volontà lotta a lungo contro i nuvoloni oscuri che tendono da ogni parte a coprir l'orizzonte della vostra vita intellettuale, e il sopore è alternato da rapidi guizzi di un delirio vivo e scintillante, così come una notte di temporale è rischiarata a intervalli dal lampo. Ma questo stato è sempre colpevole e ripugnante, come l'agonia del pensiero e della dignità umana; e non può compiacersene che l'uomo di bassi istinti, o che ha spento, coll'abuso, le nobili facoltà di cui lo aveva dotato natura. I narcotici dànno un'ebbrezza d'indole assai diversa da quella degli alcoolici, e varia anche a seconda delle diverse sostanze che la inducono; ma pur sempre feconda di piaceri incommensurabili, pericolosi e spesso terribili. L'abitudine può rendervi piacevoli l'amaro nauseoso dell'oppio o l'amarognolo viroso della coca, ma i piaceri del gusto sono in questo caso meno importanti che nell'ebbrezza alcoolica. L'assorbimento e l'effetto di queste sostanze è lento, e soltanto dopo qualche tempo s'incomincia ad accorgerci che un velo sottilissimo si è posto fra noi e il mondo esterno: si vede come si può vedere un lume attraverso una lampada d'alabastro; si tocca come si può toccare attraverso un guanto di ragnatela; si pensa come si può pensare fra il crepuscolo del sonno in una calda siesta del tropico. Il primo stadio del narcotismo è costituito essenzialmente dalla coscienza di esistere portata al suo massimo grado di perfezione e avvolta in un manto di imperturbabile calma. È il kief degli Orientali, è una lampada che brucia lungi dal vento. L'uomo narcotizzato è ottimista come l'uomo brillo, e le cure affannose del vivere sociale non possono turbare di una linea lo strato compatto e impenetrabile di felicità che lo rinchiude. Egli però non ha bisogno di reagire e di esprimere il suo piacere; ed egli si va facendo tanto più immobile, quanto più si perfeziona il kief. Io ricordo sempre che, sotto l'influenza della coca, sono stato capace di rimanere assolutamente immobile per qualche ora, senza muovere un sol muscolo, senza aprir gli occhi e senza dormire, sentendomi incapace di desiderare cosa che fosse più gradevole di quel mio stato. I piaceri più intensi che ci dànno i narcotici sono costituiti dalle allucinazioni che sopraggiungono appena aumentiamo la dose. Non v'ha fantasia così ardita, nè pennello così veloce, che possa immaginare o dipingere le mille immagini che ci vengono innanzi e si seguono ora colla rapidità di un indiavolato film cinematografico, ed ora colla calma di una mano invisibile che muti i vetri di una lanterna magica. Mettete in un caleidoscopio le scene più brillanti e grandiose della natura e le più ridicole figure della caricatura; i personaggi storici più severi e gli insetti più bizzarri; i colori più vivi dell'iride e le tinte più variate de' mosaicisti di Roma; i fiori più gentili e i mostri impossibili; insomma tutti gli elementi buoni e cattivi, grandi e microscopici della creazione, e agitate quello strumento, appressatelo all'occhio per ammirarne le successive immagini, e avrete una pallida idea delle fantasmagorie dell'oppio e della coca. È certo che gran parte di vita si consuma nelle allucinazioni, sebbene esse durino poco tempo. I più appassionati ai piaceri narcotici non si accontentano delle beate calme nè delle allucinazioni più multiformi; ma, facendo un passo avanti, arrivano al delirio, che è tremendo, e che, una volta provato o veduto in altri, fa paura, tanto è lo sconvolgimento di tutto l'essere fisico e morale. I caffeici, cioè il caffè, il thè, il guaranà, il cioccolatte, il mate ed altre sostanze meno note, producono rare volte una ebbrezza particolare. che non può essere provata che dalle persone d'una sensibilità molto fine, e quando queste bevande vengono usate in larga abbondanza. In questo caso, si prova una sensazione piacevole di eretismo convulso, si è obbligati a ridere senza ragione, a muoverci ad ogni istante e ad espandere in mille bizzarrie l'eccesso di sensibilità che ci invade quasi a scintilla o ad onde alternate. È questa la forma di ebbrezza caffeica più comune, e ch'io ho provato due volte nel corso della mia vita, bevendo l'una dopo l'altra cinque tazze di caffè molto forte, e sorbendo, in America, una tazza abbondante del migliore cioccolatte della costa del Perù. Tutti provano effetti diversi sorbendo il caffè: pochissimi sanno distinguere e definire le diverse gradazioni di benessere che produce; ma uno dei piaceri massimi si deve ad una esaltazione rapida e passeggera della sensibilità e del pensiero che, dalla semplice coscienza di un piacere indefinito, può arrivare ad un vero accesso di eretismo fosforico e convulso.
L'ebbrezza alcoolica non è fisiologica che nei suoi primi gradi. Da Platone, che diceva: il vino riempie l'anima nostra di coraggio, a Plinio, che scriveva: vino aluntur sanguis calorque hominum, i filosofi, e i poeti, a meno che fossero ipocondriaci, e quindi ammalati, decantarono tutti, come meglio seppero, le preziose qualità del succo dell'uva. E per chi avesse scrupoli a questo riguardo, potrei anche citare le belle parole di san Crisostomo, con le quali egli, in questa materia delicata, separava d'un colpo netto e sicuro i due campi della fisiologia e della patologia, dicendo: Vinum Dei, ebrietas opus diaboli est. Nella vita dell'individuo, gli alcoolici usati con moderazione fortificano il corpo, sono alimenti nervosi e respiratori, e aggiungono forza alla nostra morale debolezza, aiutandoci a lottare contro i dolori, dei quali, fino ad un certo punto, sono un contravveleno. Nella vita delle nazioni, l'uso moderato e ragionevole delle bevande alcooliche contribuisce alla cementazione degli individui nel mosaico sociale, ravvicina i lontani, ricorda gli assenti; sviluppa una forza fisica e morale che non si può rappresentare per cifre, ma che è pure un fattore possente di civiltà. Una società di uomini astemi, ad altre circostanze pari, è più fredda, più pensatrice, più prudente, ma anche più egoista e diffidente di un'altra che incorona di pampini i suoi colli. Invece l'ebbrezza alcoolica è sempre dannosa; essa debilita i corpi, abbrutisce gli individui e prostituisce la società, nè può essere compagna di sentimenti delicati, di buoni costumi e di un alto sviluppo sociale. Molte razze di Indiani americani sono spente e alcune vanno spegnendosi, per l'uso degli alcoolici, al quale abbandonandosi con tutta la violenza irrefrenata dell'istinto, sotto i raggi di un sole tropicale, vanno miseramente consumando il telaio della vita. L'ebbrezza alcoolica è più pericolosa nel fanciullo, nella donna e nell'uomo selvaggio per la minore resistenza che li porta all'abuso. L'uso dei narcotici al solo fine del piacere è pericoloso assai, e solo chi ha una volontà ferrea può provarli senza correre il rischio di darsi al vizio. Essi ci procurano molti fra i maggiori piaceri; e chi ne ha usato, è ogni giorno più debole a resistervi, chè la ragione, oscurandosi, lo rende inetto a godere altri piaceri, e l'ebbrezza narcotica si va anzi facendo più voluttuosa quanto più è ripetuta e gustata. Chi ha una volta provato le allucinazioni di un narcotico, intende benissimo come tanta parte dell'umanità abusi dell'oppio, dell'haschisch e della coca. L'uso dell'oppio non è più pericoloso di quello degli alcoolici, e noi dobbiamo a questo riguardo ricrederci di un pregiudizio in che ci hanno indotto le narrazioni poco esatte dei viaggiatori. Quello che è vero è che l'abuso lascia conseguenze assai grave; ma gli abusi sono sempre da condannare. L'ebbrezza narcotica è più pericolosa nei fanciulli, negli uomini robusti e di temperamento sanguigno, e soprattutto in coloro che, per eredità, hanno tendenza all'apoplessia e alle allucinazioni mentali. L'ebbrezza caffeica, prediletta dagli uomini di squisito sentire e d'intelligenza vivace, è nociva soltanto in qualche rarissimo caso e specialmente nelle persone molto nervose e in paesi molto elevati o secchi, quali sono le province nordiche della Confederazione Argentina, Potosi, Chuquisaca, e in generale la parte alta della Bolivia. A concludere queste osservazioni di fisiologia suggerisco di non temer mai l'ebbrezza caffeica, di non passare i limiti del primo periodo dell'inebbriamento alcoolico, e di non provare le terribili gioie dei narcotici se non negli estremi casi di violenti dolori morali.
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