Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Sarebbe assai difficile determinare con una cifra approssimativa il numero degli uomini che si dedicano ai piaceri dell'ebbrezza; ma ancor più difficile sarebbe il trovare una razza o un paese che non ne abusi. Il ricco inglese combatte il suo spleen col Wisky e la Soda; mentre l'abitante dei Kamtschatka inghiotte frammento di fungo (Amanita muscaria), passa una notte di delirio, e il dì appresso beve la propria orina narcotizzata per prolungare le ore di ebbrezza. Il discendente degli Incas beve la torbida chicha, su cui nuota l'olio pingue del frumentone, che fu masticato per formare il fermento di questa singolare, eppur saluberrima bevanda; mentre il Tartaro si ubbriaca col kanyangtsyen (carne d'agnello fermentata con riso ed altri vegetali), o col prediletto houmiss ch'egli ottiene dalla fermentazione del latte di cavalla. In Oriente si mangia, si beve e si fuma l'oppio; in Bolivia e nel Perù si mastica la coca. Se in alcuni remoti paesi trovate ancora una tribù selvaggia che non conosca una bevanda alcoolica o un veleno narcotico, state sicuri che la civiltà ben presto vi porterà l'alcool sotto tutte le forme e con tutte le sue conseguenze. A questi fatti lo scettico dà una crollatina di spalle, e pensa che l'uomo, creato essenzialmente ed esclusivamente per godere, cerca nelle sostanze inebbrianti facili piaceri, e sarebbe perciò del tutto inutile il combatterle. Il moralista corruga le sopracciglia, rammenta il peccato originale, e maledice l'uomo impastato di peccati e di corruzione. Il filosofo invece nè ride nè maledice, ma, studiando, cerca nella natura umana le cause prime dei vizi e delle virtu, persuaso che le applicazioni pratiche, veramente utili, debbano appoggiarsi sempre sulla conoscenza spregiudicata della natura umana. L'uomo ha fatto fermentare il succo dell'uva, ed ha raccolto le goccioline stillanti dalle capsule di papavero, guidato da quell'istinto che gli ha fatto trovare la china dei boschi nella Cordigliera e la perla sul fondo del mare. Se per caso imparò ad inebbriarsi, egli trasmise col sangue questo nuovo vizio ai suoi posteri: e lo fece per quella legge naturale di eredità, che vuole che il bene e il male passino da una generazione all'altra, come moneta corrente che può cambiare di valore e di forma, ma sempre circola senza posa dall'una ad altra mano. L'ebbrezza è un delirio passeggero o un'esaltazione di una o più facoltà dell'asse cerebro-spinale, prodotta dall'introduzione nel nostro organismo di una sostanza eccitante. Tutte le sostanze inebbrianti producono su di noi alcuni effetti comuni, i quali ci dànno comuni piaceri. Nei primi stadi dell'ebbrezza, noi abbiamo la coscienza della vita più piena e più sensitiva; noi produciamo artificialmente quello stato di benessere di cui si gode sotto la duplice influenza di una salute vigorosa e di una passione esilarante. In seguito molte facoltà del sentire, del pensare, del muovere sono esaltate più o meno; e dallo stato di calma e di apatia in cui si trovavano, sono indotte ad una sovreccitazione che può variare di grado e di natura, ma che è pur sempre un'attività febbrile. Fino ai primi gradi dell'ebbrezza, noi possiamo assistere allo spettacolo di un eccitamento di tutte le nostre facoltà; ma, più tardi, l'esaltazione disordinata ed eccessiva di alcuni piaceri trascina con prepotenza la ragione in una sarabanda, in cui i fremiti confusi portano ad una frenesia di sensi, nella quale tutti gli elementi del bene e del male, rotte le dighe che li rinchiudevano, vengono a darsi la mano per abbandonarsi in comune alla più sfrenata licenza. Un altro carattere generale dei piaceri dell'ebbrezza, che ne costituisce la fisonomia caratteristica, è quella di dominare tutti i vasti campi della mente e del cuore in modo da scacciarne le cure importune, le segrete angosce del presente, o i rimorsi del passato.
La storia dell'ebbrezza, considerata sotto il molteplice aspetto della filosofia, dell'igiene e della morale, è ancora un pio desiderio; ma chi volesse tentarla, dovrebbe dividerla in alcoolica, narcotica e caffeica. Gli alcoolici fermentati o distillati incominciano a impressionare il senso del gusto prima di entrare nei dominii più interni del nostro organismo, e in questo consiste una gran parte del loro valore. Entrati nell'apparato digerente, sono con tutta facilità assorbiti dal torrente della circolazione; questo rapidamente li porta ai centri nervosi, e li dissemina per tutta la rete sensibile del nostro corpo. Un senso di vigore e di benessere, ci avverte di questo benefico assorbimento e noi ci troviamo alla soglia di piaceri maggiori. Ammentata la quantità del liquido alcoolico, l'iperstenia generale cresce di tanto, da farsi riconoscere con una fisonomia particolare improntata all'ilarità e all'allegria. Incominciamo a parlare più animati, a scoprir rapporti più delicati e più fecondi negli oggetti che ci circondano, a considerare le quistioni sociali sotto un diverso punto di vista. Noi siamo allora quasi sempre ottimisti, come lo sono gli uomini di eccellente costituzione fisica e morale. Il bisogno di comunicare agli altri i propri pensieri, l'andare e il venire delle idee e delle immagini, ci rendono più espansivi, più socievoli, più prodighi. Parlo sempre della regola e non delle eccezioni: alcuni, sotto l'influenza del vino, si fanno tristi, permalosi, accattabrighe. Questi disgraziati sono pochissimi, ed io dubito assai dello stato fisiologico della loro costituzione cerebro-spinale. Il fatto comune, osservato in tutti i tempi, è che l'alcool rende più generosi e più sensibili ai trasporti del cuore. Se da brillo voi diventate ubbriaco, i muscoli che prima volevano muoversi con eccessiva esuberanza, ora vacillano e vi negano il loro ufficio; i vostri sensi, oscurandosi sempre più, vi isolano nel vostro ambiente, e poi, confuso nel delirio più tempestoso di pensieri, vivete per voi solo; e il piacere di sentirvi per un momento un altr'uomo è presto offuscato dal sopore che vi chiude le porte del mondo esterno e dell'intelligenza, sicchè voi cessate di avere coscienza di esistere. Negli ultimi periodi dell'ubbriachezza, la volontà lotta a lungo contro i nuvoloni oscuri che tendono da ogni parte a coprir l'orizzonte della vostra vita intellettuale, e il sopore è alternato da rapidi guizzi di un delirio vivo e scintillante, così come una notte di temporale è rischiarata a intervalli dal lampo. Ma questo stato è sempre colpevole e ripugnante, come l'agonia del pensiero e della dignità umana; e non può compiacersene che l'uomo di bassi istinti, o che ha spento, coll'abuso, le nobili facoltà di cui lo aveva dotato natura. I narcotici dànno un'ebbrezza d'indole assai diversa da quella degli alcoolici, e varia anche a seconda delle diverse sostanze che la inducono; ma pur sempre feconda di piaceri incommensurabili, pericolosi e spesso terribili. L'abitudine può rendervi piacevoli l'amaro nauseoso dell'oppio o l'amarognolo viroso della coca, ma i piaceri del gusto sono in questo caso meno importanti che nell'ebbrezza alcoolica. L'assorbimento e l'effetto di queste sostanze è lento, e soltanto dopo qualche tempo s'incomincia ad accorgerci che un velo sottilissimo si è posto fra noi e il mondo esterno: si vede come si può vedere un lume attraverso una lampada d'alabastro; si tocca come si può toccare attraverso un guanto di ragnatela; si pensa come si può pensare fra il crepuscolo del sonno in una calda siesta del tropico. Il primo stadio del narcotismo è costituito essenzialmente dalla coscienza di esistere portata al suo massimo grado di perfezione e avvolta in un manto di imperturbabile calma. È il kief degli Orientali, è una lampada che brucia lungi dal vento. L'uomo narcotizzato è ottimista come l'uomo brillo, e le cure affannose del vivere sociale non possono turbare di una linea lo strato compatto e impenetrabile di felicità che lo rinchiude. Egli però non ha bisogno di reagire e di esprimere il suo piacere; ed egli si va facendo tanto più immobile, quanto più si perfeziona il kief. Io ricordo sempre che, sotto l'influenza della coca, sono stato capace di rimanere assolutamente immobile per qualche ora, senza muovere un sol muscolo, senza aprir gli occhi e senza dormire, sentendomi incapace di desiderare cosa che fosse più gradevole di quel mio stato. I piaceri più intensi che ci dànno i narcotici sono costituiti dalle allucinazioni che sopraggiungono appena aumentiamo la dose. Non v'ha fantasia così ardita, nè pennello così veloce, che possa immaginare o dipingere le mille immagini che ci vengono innanzi e si seguono ora colla rapidità di un indiavolato film cinematografico, ed ora colla calma di una mano invisibile che muti i vetri di una lanterna magica. Mettete in un caleidoscopio le scene più brillanti e grandiose della natura e le più ridicole figure della caricatura; i personaggi storici più severi e gli insetti più bizzarri; i colori più vivi dell'iride e le tinte più variate de' mosaicisti di Roma; i fiori più gentili e i mostri impossibili; insomma tutti gli elementi buoni e cattivi, grandi e microscopici della creazione, e agitate quello strumento, appressatelo all'occhio per ammirarne le successive immagini, e avrete una pallida idea delle fantasmagorie dell'oppio e della coca. È certo che gran parte di vita si consuma nelle allucinazioni, sebbene esse durino poco tempo. I più appassionati ai piaceri narcotici non si accontentano delle beate calme nè delle allucinazioni più multiformi; ma, facendo un passo avanti, arrivano al delirio, che è tremendo, e che, una volta provato o veduto in altri, fa paura, tanto è lo sconvolgimento di tutto l'essere fisico e morale. I caffeici, cioè il caffè, il thè, il guaranà, il cioccolatte, il mate ed altre sostanze meno note, producono rare volte una ebbrezza particolare. che non può essere provata che dalle persone d'una sensibilità molto fine, e quando queste bevande vengono usate in larga abbondanza. In questo caso, si prova una sensazione piacevole di eretismo convulso, si è obbligati a ridere senza ragione, a muoverci ad ogni istante e ad espandere in mille bizzarrie l'eccesso di sensibilità che ci invade quasi a scintilla o ad onde alternate. È questa la forma di ebbrezza caffeica più comune, e ch'io ho provato due volte nel corso della mia vita, bevendo l'una dopo l'altra cinque tazze di caffè molto forte, e sorbendo, in America, una tazza abbondante del migliore cioccolatte della costa del Perù. Tutti provano effetti diversi sorbendo il caffè: pochissimi sanno distinguere e definire le diverse gradazioni di benessere che produce; ma uno dei piaceri massimi si deve ad una esaltazione rapida e passeggera della sensibilità e del pensiero che, dalla semplice coscienza di un piacere indefinito, può arrivare ad un vero accesso di eretismo fosforico e convulso.
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