Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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I piaceri infiniti che godiamo per mezzo dell'udito si possono dividere in due grandi classi, a seconda che derivano dai rumori o dai suoni. Un rumore qualunque può riuscire qualche volta piacevole per la sola ragione che esercita il senso dell'udito senza stancarlo. II piacere in questo caso è quasi sempre debole, a meno che ragioni speciali non concorrano ad aumentarlo. Così il prigioniero che ha passato lunghi anni nel silenzio d'un carcere, uscito d'un tratto nel mondo, ascolta con avida brama i rumori della vita operosa che lo circonda. Così il sordo, che viene a un tratto guarito con l'estrazione di materia. sebacea che gli otturava l'orecchio, si esercita, coll'ingenuità di un fanciullo, a produrre rumori d'ogni specie per persuadersi che egli ode. Fuori di questi casi eccezionali, non vi è che il bambino il quale goda di qualunque rumore, purchè nuovo e non stanchevole. I rumori infiniti e gli schiamazzi insopportabili ai quali si compiace l'uomo-fanciullo, sono per lui studio di sensazioni e fonte di piaceri. Alcuni rumori sono piacevoli, perchè, essendo intermittenti, riposano ed esercitano alternativamente il senso dell'udito. Così non v'è alcuno il quale in sua vita non abbia passato qualche quarto d'ora battendo sul tavolo i polpastrelli delle dita, o percuotendo le molle contro gli alari negli ozi del focolare, o picchiando il piede contro terra nelle noie di una insipida conversazione. Queste sensazioni piacevoli sono forse il primo elemento della musica, o almeno formano un anello di congiunzione fra le due grandi classi dei piaceri dell'udito. Un rumore forte e improvviso, che rompa a un tratto il silenzio per cessare subito dopo, può produrre un piacere per la scossa che comunica ai nervi sensori. In questo caso la sensazione non deve essere nè troppo debole, nè troppo forte. Il fischio d'una locomotiva, lo sparo d'un fucile o d'un fuoco d'artifizio, un unico tocco di campana che si perda nell'aria, o in tonfo d'un corpo pesante che cada dall'alto nell'acqua, possono produrre piaceri di questa natura. Altre volte la sensazione è piacevole per un carattere particolare, che solletica o commuove in modo speciale i nervi dell'udito, come il versarsi del grano in uno staio, il lacerarsi d'una stoffa di cotone, il rovesciarsi d'un carro di sabbia, lo stormire delle frondi, lo scrosciare d'una cascata, il fremere delle onde, il gemere dei venti, il rimbombar del tuono, e tanti altri rumori di natura molto diversa. Un rumore può arrecare piacere quando, senza cambiare di natura, muta di grado, salendo o decrescendo a poco a poco. In questo caso la ragione principale del piacere sta nell'attenzione prolungata, la quale eleva la sensazione ad un grado massimo di intensità. Basta rammentare il rumore di una carrozza o di una locomotiva, il fremito d'una verga metallica. Quando il suono va decrescendo, più d'una volta il nostro orecchio raccoglie avidamente le ultime vibrazioni sonore che vanno perdendosi, quasi a misurare la delicatezza del senso. Un altro piacere si ha nel contrasto di due rumori che si succedono, e che possono differire nella natura o in amendue questi elementi. Così il pesante martello del fabbro, che batte ora sull'incudine ed ora sul ferro rovente, può arrecarci in questo modo un piacere; nella stessa guisa l'eco ci interessa così vivamente nel confronto dei due suoni analoghi. Le più grandi gioie però che ci forniscono i rumori non sono le sensazioni per se stesse, quanto le immaginazioni e le idee che ci ridestano. In questo caso il senso non serve che di strumento, e il piacere è quasi puramente del sentimento o dell'intelletto. Alcuni rumori fragorosi, come quello del martellare e dello stridere della fucina, possono ridestarci all'operosità e all'energia; altri rumori monotoni e lenti, come quello del pendolo o del fluire blando delle acque del fiume, possono ispirarci alla calma ed al riposo. Lo stormire delle fronde e il fluttuar delle onde sulla sabbia della riva ci portano ad una soave melanconia e ad inenarrabili voluttà. Altre volte lo strascico di una veste di seta può ridestarci immagini lascive. Spesso il rumore di un vaso che si rompe ci fa sorridere all'idea del disappunto del malaugurato a cui è capitato l'accidente. Infine sono tali e tante queste sorgenti di piaceri, che il solo enumerarle sarebbe un improbo lavoro. Basterà dire che in qualche caso il piacere prodotto da un rumore può arrivare ai massimi gradi dell'umano sentire. Ciascuno può, a questo proposito, immaginare il delirio di gioia che può provare un prigioniero condannato a morte, che, dopo aver lavorato lunghe ore attorno alla porta che lo rinchiude, sente a un tratto, contro ogni speranza, lo scatto della serratura scassinata.
L'analisi dei piaceri prodotti dai suoni armonici è molto più difficile e richiede una profonda conoscenza della musica. Il semplice accordo di due note contemporanee e successive ci fornisce il primo elemento del piacere musicale, che può arrivare ai vari gradi di intensità secondo la natura dei due suoni e il tempo che regola l'armonia e la melodia. In generale il succedersi di poche note che si alternano, ci ispira a una soave malinconia, quando però i suoni non sono in tono minore. Così noi possiamo trovare molto interessante il semplice canto d'un contadino, il suono di una zampogna o lo squillo lento e monotono di una campana. Altre volte pochissime note molto basse possono ispirarci a un tratto un cupo terrore, che non è senza voluttà. Il tempo musicale può da solo variare il piacere anche con le stesse note, ora portandoci alla gioia più vivace, ed ora ispirandoci alla meditazione. In generale la musica allegra ha un tempo meno largo della musica triste: il precipitoso e lieto suonare delle campane a festa può diventar monotono e triste quando si rallenti di troppo. La ripetizione di una stessa nota è un elemento che concorre al piacere specialmente quando con essa si viene a chiudere un concetto armonioso. In questo caso pare che la musica, lasciandoci, ci vada ripetendo l'ultimo suo saluto. La pausa può essere di un effetto sorprendente, sia perchè perfeziona un accordo di melodia, sia perchè fa riposare ad un tratto l'orecchio che trabocca di sensazioni, sia infine perchè fa nascere un prepotente bisogno di nuova armonia. Quando un'intera orchestra, spiegando tutti i tesori dell'arte musicale, in mezzo ad una tempesta di voluttà che inonda i nostri sensi, si arresta improvvisamente, noi restiamo sospesi, perplessi, e invasi da un'ansietà, che ci fa ad un tempo nascere il desiderio che quel momento solenne si prolunghi e finisca. Come giungono inopportuni coloro che rompono quel silenzio col batter delle mani! Una sorgente fecondissima delle voluttà più semplici dell'udito si ha nella natura del suono. Una stessa nota pizzicata sulla corda di un'arpa o battuta sulla pelle di un tamburo produce sensazioni ben diverse. La laringe dell'uomo è lo strumento musicale più perfetto, è una macchina vivente alla quale l'armonia si trasfonde direttamente da un'anima ispirata, senza l'intervento di un oggetto estraneo, che ci invola tanti tesori di piaceri. La ragione principale che ci rende tanto cara una voce armoniosa è la simpatia che lega l'uomo all'uomo. Nell'armonia di un pezzo musicale noi ammiriamo l'artista, ma senza saperlo partecipiamo la nostra approvazione anche allo strumento meccanico; mentre la voce umana uscita da un petto ispirato arriva al nostro orecchio come nuda, ancor calda e palpitante di vita. La voce bassa, in generale, ispira sentimenti solenni, idee gravi e cupi dolori; mentre le voci acute commuovono a dolci affetti e ridestano immagini delicate. Dalle note cupe del Marini, che sembravano escire da una profonda e rimbombante caverna, alle voluttuose e molli note della Malibran corre una lunga strada, dove si schierano infinite varietà di voci più o meno armoniche e deliziose, che si comprendono sotto i nomi generici di soprano, di contralto, di tenore, di baritono, di basso, ed armonizzano con altrettanti strumenti gli uni diversi dagli altri. Dopo la voce umana, i suoni più ricchi di armonia escono dalle corde vibranti del pianoforte, uno dei pochi strumenti che, insieme alla fisarmonica e all'organo, possiede due chiavi che gli permettono di centuplicare le combinazioni dell'armonia e della melodia. Dal pianoforte al tamburo sta un arsenale intero di strumenti musicali più o meno perfetti, e che, per la loro natura, sono adatti ad esprimere alcuni sentimenti speciali o a svelare particolari misteri di armonia. In generale lo strumento riesce tanto più piacevole quanto meno le sue note ci rammentano la loro origine meccanica. Il clarinetto ci dà una musica che puzza di legno, nel flauto si sente il soffio, e nel violino ci corre troppo alla mente l'immagine di una corda che vibra. I grandi artisti però si fanno giuoco delle inevitabili imperfezioni degli strumenti, e ci deliziano con le note più soavi e più armoniose. Le leggi dell'acustica sono matematiche, e chiunque conosca il contrappunto può combinare un accordo musicale; ma il genio soltanto sa divinare le sorgenti sconosciute delle armonie più sublimi, creando con sette note e semplici accordi un pensiero che riesce a commuovere od esaltare una generazione intera di uomini. Tutti possono colle lettere dell'alfabeto scrivere delle parole, ma Dante soltanto potè da esse trar fuori la sublime combinazione della Divina Commedia: nello stesso modo con cui il solo Bellini potè col mezzo delle note creare la Norma, un vero nuovo mondo di melodia e di sentimento. Chi non ha mai saputo nella sua mente combinare un solo accordo originale, non può immaginare che cosa avvenisse nella mente di Rossini quando pensava in musica. Il pensiero primitivo è nella musica, come nel linguaggio ordinario, un'idea o un sentimento; ma mentre il pensiero che passa nella parola si veste di forme determinate e fisse, il concetto che indossa la splendida veste della musica si esprime in modo vago e indeciso. La parola è la espressione del pensiero, mentre la musica è il vero linguaggio del sentimento. La mente che pensa e il cuore che sente non scindono in tante parti gli elementi dell'azione che li comprende, ma vibrano in una atmosfera nella quale non si possono tracciare delle linee; per cui la musica è la vera fotografia del pensiero e del sentimento, è il vero linguaggio universale. Siccome però l'immagine degli oggetti è sempre più bella di essi, perchè creata dalla fantasia; così l'idea più semplice o l'affetto più mite rappresentati col linguaggio della musica vengono portati in una sfera più elevata, direi quasi che salgono dal ceto medio nell'alta aristocrazia. È per questo che io oserei dire, con frase ardita, che la musica è la poesia del pensiero, come il verso è la musica della parola. Tutti questi elementi del piacere musicale, fin qui considerati isolatamente, si confondono poi e si combinano in mille modi, formando gioie complesse e variate, L'opera in musica è la vera apoteosi dei piaceri dell'udito, è la vera festa dell'orecchio. Là il semplice concetto musicale è tradotto contemporaneamente nelle lingue di tutti gli istrumenti (alla cui testa la laringe umana), che colle loro distinte note formano un concerto di mille armonie e di mille melodie. Là soltanto l'idea del maestro si svela nella grandezza del concetto e in tutta la pompa delle forme. Là in poche ore ci è dato di provare tutte le delizie della musica, la soavità delle note lente e delicate e il susseguirsi degli accordi, il vellutato suono d'una voce di contralto e lo spasimar del violino; il silenzio solenne che separa due mondi di armonia e il fragoroso crescendo di tutta l'orchestra; in una parola, tutti i tesori che sa trarre il genio dalla fonte inesauribile della musica. E quanti piaceri dell'udito non procurano gli ultimi portati della scienza? Udire la voce di una persona cara attraverso il telefono; ascoltare un brano di musica al grammofono; sentire e suoni e parole alla radio, sono godimenti dei quali ormai la umanità non può fare più a meno.
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