Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Fra tutti i sensi quello che ci porge i piaceri più intensi, dopo il tatto, è l'udito. Questo fatto ha una grande importanza fisiologica, perchè fa eccezione ad una delle leggi più elementari che governano il piacere. Fino ad ora noi abbiamo veduto che le voluttà più intense accompagnano la sodisfazione dei bisogni più urgenti e segnati della natura come necessari; ed ora vediamo scaturire una sorgente fecondissima di piaceri da sensazioni di puro lusso, che non sono necessarie alla vita dell'individuo nè a quella della specie. Di più l'uomo ha potuto coll'arte estendere i confini dei piaceri concessigli dalla natura, come conseguenza necessaria delle condizioni fisiologiche, ma non ha potuto produrre mai una sensazione piacevole di nuova natura. Qui invece vediamo che egli, creando la musica, che per se stessa non esiste in natura, apre a un tratto un orizzonte infinito di gioie sublimi e delicate, delle quali se ne fa in questo modo un bisogno artificiale. Moltissimi animali inferiori sono affatto privi del senso dell'udito. Dove esso compare nelle sue forme più semplici, non può dare che sensazioni molto confuse e grossolane. Nei gradini più elevati della scala animale, dove l'orecchio presenta quasi la stessa struttura di quello dell'uomo, noi non possiamo dire se il semplice esercizio di questo senso possa essere piacevole. È certo però che molti mammiferi, e fors'anche i rettili e i pesci, sanno distinguere i suoni armonici e sembrano compiacersene, dando segni di godimento. L'intelligenza a questo riguardo non ha alcuna influenza sulla perfezione dei piaceri, perchè noi vediamo ogni giorno il merlo accompagnare allegramente col suo canto il suono dell'organetto, mentre il cane più intelligente abbaia indispettito ad un delizioso concerto. Fra tutti gli animali gli uccelli sono forse i soli che possano godere della musica, di cui essi stessi sono partecipi. I filosofi, che vogliono abbassare la dignità umana, come se noi non fossimo già molto in basso, pretendono che abbiamo imparato i primi elementi di musica dagli uccelli. Per quanto la fisonomia degli animali sia difforme dalla nostra, noi possiamo leggere la gioia e il dolore anche nei lineamenti di un uccello; e se abbiamo potuto solo una volta spiare da vicino l'usignuolo nelle sue esercitazioni musicali, dobbiamo aver veduto che esso gode assai, quando colla sua testolina intenta, cogli occhi lucidi e fissi ascolta il suo canto, col quale pare scherzare, ripetendo le note che lo dilettano, o studiando variazioni semplicissime. Quasi tutti gli uomini godono della musica; pochissimi vi sono indifferenti. Ma fra Cuvier, che doveva fare uno sforzo su se stesso per sentir suonare mirabilmente il cembalo dalla figlia prediletta, e Rossini che da quando nacque fino alla morte visse in un'atmosfera di armonia, della quale aveva bisogno come dell'aria, esistono infinite varietà di orecchi più o meno sensibili alle delizie della musica. A questo proposito gli individui si possono dividere in tre categorie: quelli che non sanno godere che della musica eseguita dagli altri; coloro che la possono ripetere; e gli ultimi che la sanno creare. È inutile dire che nel mondo dei suoni queste tre specie di persone sono diversamente privilegiate, e come soltanto i maestri possano pretendere ai piaceri più sublimi dell'udito. Nessuno ha il diritto di accusare di ottusità di mente chi rimane indifferente davanti ad un torrente impetuoso di armonia. La storia ci porge molti esempi di alti intelletti che non sapevano distinguere un accordo musicale da uno strillo; e l'osservazione ci mostra ogni giorno esecutori distinti di musica e dilettanti appassionati fra le persone di cervello più che mediocre. I piaceri dell'udito hanno invece un certo rapporto col sentimento, e spesso gli uomini egoisti e brutali sorridono di compassione a chi si commuove alle delizie di una melodia. La donna può godere più dell'uomo della musica, ma essa rimane assai al disotto nel godimento dei tesori intellettuali che spettano a questi piaceri, e che ne formano anche la parte più preziosa. Ben di rado poi essa può pretendere alla sublime voluttà della creazione, come lo prova abbastanza la statistica dei compositori di musica. L'uomo-bambino comincia a sentire i piaceri della musica, ma questi si riducono alla pura sensazione uditiva, che è anche incompleta e confusa. Divenuto fanciullo gode più assai di questi piaceri, ma la sua continua distrazione e l'imperfezione delle facoltà intellettuali gli impediscono di gustarli in tutta la loro pienezza. È nell'età della fantasia e del genio che la musica apre tutti i suoi tesori di armonia, portando al massimo grado di esaltazione tutte le facoltà cerebrali. Nell'età adulta l'esperienza supplisce, come nelle altre sensazioni, alla raffinatezza del piacere, per cui questo è più calmo, ma può essere ancora intenso e delizioso. Quando l'uomo scende per la curva della parabola, ritornando d'onde venne, allora l'udito si fa ottuso, la fantasia si fa opaca e i piaceri dell'udito impallidiscono.
La vera patria della musica e l'Italia, e le orecchie meno armoniche dell'Europa popolano la nebbiosa Inghilterra. La musica ha bisogno d'un cielo tiepido e sereno, di erbe sempre verdi, di fiori olezzanti; e non si innalza ai voli più sublimi che quando si sente vicina la sua sorella legittima e prediletta, la poesia. Essa arrischia il suo delicato piede anche sulle nevi del nord, ma facilmente vi intirizzisce; e se l'industria umana la difende come un fiore esotico ponendola in serra calda, il turgore che le sale alle gote è artificiale, ed essa non effonde che una armonia studiata ed ampollosa, che mal nasconde, fra le pieghe del suo manto, il difetto di inspirazione. L'Europa del nord vanta alcuni celebri compositori e una lunga schiera di artisti perfetti; ma in nessun luogo, come in Italia, i piaceri della musica sono così diffusi e universali. Non è che a Firenze ed a Napoli che il volgo ripete per le vie le arie di Rossini, di Bellini, di Donizetti e di Verdi. Fuori di Europa, nelle grandi colonie di tutte le parti del mondo, tranne presso alcune orde selvagge, tutte le nazioni hanno una musica propria; ma di rado può essere impunemente sentita dalle nostre orecchie. Fino dai primi tempi della civiltà l'uomo tagliò una canna o tese una corda per ricavarne un suono o una vibrazione armoniosa; ma in nessun tempo i piaceri dell'udito furono così intensi come ai nostri giorni. Crebbero sempre pel perfezionamento dell'arte e del senso e per l'accumularsi dei tesori raccolti dai genii creatori. La musica fa sentire le sue armonie anche fra il cozzo dell'armi e il tuonar del cannone; ma non si mostra in tutta la sua pompa che seduta sotto l'ombra degli olivi. È inutile dire come questi piaceri siano più largamente concessi alle classi elevate della società. Vi sono però molte eccezioni, e più d'una volta l'operaio si ferma a bocca aperta davanti ad una fisarmonica, mentre il ricco sbadiglia nel suo palchetto alla sinfonia del Guglielmo Tell o al Miserere del Trovatore.
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