Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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Il bruto mangia ogni volta che ha fame e può trovar cibo, e il piacere che prova è misurato dal grado dell'appetito e dalla natura dell'alimento che ha potuto procurarsi. Ma l'uomo dopo aver moltiplicato all'infinito i piaceri del gusto cogli artifizi della gastronomia, regola anche il tempo e il modo con cui deve mangiare e bere, onde averne il massimo piacere e non disturbare l'ordine dei suoi lavori. La parte meno progredita dell'umanità si distingue appena dai bruti, e mangia irregolarmente senza tempo e senza misura; ma l'uomo incivilito distribuisce i suoi pasti, regolandosi più secondo i bisogni del cervello che di quelli del ventricolo. Diversa è la distribuzione dei pasti secondo le nazioni, le condizioni sociali e le abitudini; ma il prospetto più completo dei piaceri gastronomici di una giornata ci presenta la colazione, il pranzo, la merenda e la cena. Ognuno di questi pasti ha norme diverse che lo governano, ed ha una fisonomia del tutto particolare. La colazione è il primo pasto, nel quale portiamo tutta la verginità di un appetito che riposa da lungo tempo. Gli abusi della tavola, e i capricci di un ventricolo consunto anzi tempo, privano moltissimi individui del piacere di far colazione con appetito; ma i fanciulli, i giovani, e quelli che anche nell'età adulta hanno conservato il loro ventricolo in tutta la vigoria dei primi tempi della vita, poco tempo dopo essersi alzati sentono un vero bisogno di mangiare, e si dispongono a far colazione sorridendo e dandosi una fregatina di mani. La ragione però modera assai le pretese del ventricolo, per non turbare il lavoro già cominciato o imminente; per cui il cibo in generale è scarso e imbandito in fretta. I progetti della giornata ci occupano la mente, il tempo ci incalza, e ci basta di soddisfare l'appetito, pensando rare volte a farne lo scopo di un piacere. Questo valga per la colazione tipo, per la colazione fisiologica per eccellenza. Del resto vi solo altrettante varietà di questo pasto, quanti sono gli uomini. Ve ne sono alcuni per i quali esso forma l'avvenimento più importante della prima metà del giorno, mentre altri l'hanno abolito dal loro regime dietetico. I fanciulli ed alcuni pochi che hanno la fortuna di conservare inalterato per il corso della vita l'appetito dell'infanzia, sanno fare anche una seconda colazione; ma questo pasto non ha che scarso valore, e pel modo con cui viene fatto, rammenta il pranzo degli Ebrei che, col bastone in mano, ritti in piedi, stavano per partire dall'Egitto. Nei paesi freddi, dove l'appetito ha quasi sempre il carattere della fame, la seconda colazione acquista una certa serietà, ma non differisce molto, per il suo valore fisiologico, dal primo pasto della giornata. Tale e il luncheon degli Inglesi. Il pasto più importante della giornata è quello che, sotto l'umile nome di desinare, raccoglie attorno al desco la famiglia, o sotto i nomi splendidi di pranzo e di banchetto riunisce molte persone ad un vero simposio, a cui possono partecipare i sentimenti più nobili e le vanità più meschine. Il desinare di un uomo solo non è che una serie di piaceri sensuali del gusto, e non ha alcun valore psicologico. Se per caso si trovano alla stessa tavola due o tre persone, ma ognuna mangia per conto suo, noi abbiamo un desinare composto, il quale potrebbe essere abbellito dalla conversazione, ma che non costituisce ancora un fatto morale. Questo non si ha che quando più persone, strette fra loro dai vincoli della famiglia o dell'amicizia, si riuniscono ad un solo desco per mangiare assieme. Allora si ha un vero svago complesso, una vera festa, nella quale i piaceri del senso si associano in mirabile accordo alle delizie del sentimento. Nel desinare della famiglia la parte migliore del piacere è costituita dal sentimento, e, quando questo vien meno, le vivande più squisite non possono supplire al tesoro che manca, facendo di ogni individuo un essere vegetativo. L'atmosfera morale che in sè confonde ed unifica le gioie del desinare è il sentimento, è l'affetto che riunisce i membri della famiglia. Il piacere di riposarsi dalle fatiche della giornata, di vedersi, d'essere vicini, di parlarsi, di scherzare, sono altrettanti elementi che rendono beate le ore in cui in sì breve spazio si trovano raccolti tanti affetti e tante gioie. Tutto ciò che tende a ravvicinare gli individui e ad ispirare il raccoglimento, ravviva i piaceri del desinare. Così nulla è più delizioso del desco di una famiglia svizzera, che nella sua camera di legno, ben chiusa e ben riscaldata, vede cadere la neve attraverso le piccole finestruole, al lume pacato di una lucerna, mentre i figli e i parenti stanno seduti con una tranquillità esemplare e una serenità olimpica attorno alla tavola. Sotto le stesse condizioni morali è invece pessimo il desinare di una famiglia indiana, che, sbandata nei campi, si raccoglie sul mezzogiorno attorno a una tavola sudicia e disadorna, presso la quale gli uni stanno seduti, gli altri in piedi. Noi possiamo benissimo immaginarci la differenza di questi due pasti, senza essere Indiani o Svizzeri, purchè solo noi ricordiamo i tiepidi e raccolti pranzi delle sere d'inverno, e il distratto desinare dei caldi giorni d'estate. In generale si può dire che, andando dal nord al sud, il desinare decresce di importanza e di bellezza, finchè nella zona torrida cambia affatto di fisonomia. Nel pranzo il sentimento che domina è, in generale, meno elevato che nell'umile desinare, e le ricercatezze del lusso vengono a coprire, più d'una volta, passioncine d'una meschinità veramente desolante. Il convito più nobile è quello in cui si tributa un omaggio all'ospitalità, e si onora in modo speciale la persona che viene invitata. Allora si hanno da una parte le premure d'una cortesia naturale o le attestazioni di stima e di rispetto, e dall'altra le espressioni della riconoscenza. Questo scambio di nobili gentilezze spande su tutto il pranzo la sua benefica influenza e ravviva ed eleva le gioie più materiali dei sensi, offerte in sacrifizio sull'altare del sentimento. Rarissimi però sono i pranzi che si elevano a tanta dignità; e una splendida mensa raccoglie spesso intorno a sè uomini che magari si odiano e si disprezzano, non hanno fra loro sincerità di rapporti o di disinteressata considerazione. Allora i pallidi e stentati sorrisi, le studiate menzogne e le sfrontate adulazioni spandono una gioia falsa e veramente patologica, che spesso riesce anche a soffocare i piaceri del gusto, pel quale manca l'attenzione necessaria. Oltre queste due grandi varietà di pranzi ve n'ha un'ultima, quella, cioè, in cui molte persone si raccolgono attorno a una mensa sfolgorante di tutte le ricercatezza dell'arte culinaria, e dove si dedica una vera festa ai piaceri del gusto, ai quali si associano quelli dell'odorato, dell'udito, della vista e, fors'anche, del senso sessuale. Quando questi pranzi non s'abbassano fino all'orgia, possono essere elevati a un certo grado dalla perfezione dell'arte e dal sentimento del bello, e la gioia, che trabocca da ogni parte fra le risa e le scintille dello spirito, non è certamente colpevole. La merenda è il pasto meridionale per eccellenza: in tutta la sua perfezione non si può fare che sotto la volta d'un cielo azzurro, tra l'erbe e i fiori. Allegra e vivace, essa bandisce l'ordine e l'etichetta e si compiace di frutta, di dolci, di latte e d'altri cibi semplici e leggeri. I giuochi, gli scherzi e la musica ne sono gli accessori più naturali e spontanei. La cena presenta due varietà ben distinte e che differiscono immensamente fra loro. La cena della famiglia è un pasto soavissimo, condito da una calma gioia e da un particolare raccoglimento. I lavori della giornata sono finiti e la mente riposa in una calma serena e soave. È l'ora delle confidenze e delle dolci ammonizioni, dei racconti e delle interminabili chiacchiere che un tempo si facevano presso il focolare. Beati quelli che hanno potuto godere in tutta la loro purezza le gioie d'una cena di famiglia! La seconda varietà di cena è costituita da una piccola festa consacrata alle lussurie del gusto, e nella quale basta la velleità di un appetito capriccioso per poter onorare degnamente le squisite vivande e i vini deliziosi. Questa cena, anche nel suo esemplare più onesto, cammina sulla linea di demarcazione fra il desinare e l'orgia; il più delle volte la temperanza è talmente compromessa, che si ritira dai lieti convitati fino dall'istante in cui questi si riuniscono, e non ricompare che più tardi, accompagnata spesso dal pentimento.
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