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Fisiologia del piacere

Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi

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Le grandi funzioni della vita vegetativa, essendo quasi interamente fuori del dominio della volontà, ci procurano pochissimi piaceri, quantunque possano indirettamente fornircene molti negativi. Il fegato, il cuore, la milza, ecc. non ci possono dare piaceri che quando cessano i dolori che li tormentano; sebbene debbano anch'essi, nello stato di salute, concorrere a produrre la sensazione sintetica della vita. L'organo respiratorio comunica direttamente coll'esterno e può procurarci dei piaceri più o meno negativi. Se non avessimo qualche volta il polmone pieno di aria mefitica o calda, non proveremmo piacere nel respirare un'aria pura o fresca; se non avessimo un'irritazione alla pituitaria o in altro punto dell'apparato respiratorio, non potremmo gustare la voluttà d'un rumoroso starnuto; se non fossimo annoiati o se non avessimo in qualche modo alterata l'innervazione respiratoria, non potremmo confortarci di un prolungato sbadiglio. L'apparato gastro-enterico non ci dà piaceri intensi che quando comunica col mondo esterno. L'introduzione dei cibi interessa, più del tatto, il gusto, largo dispensatore di facili gioie. L'esofago non dà piaceri. Il ventricolo rare volte si compiace dei cibi che riceve, e il benessere che si prova durante una buona digestione è un piacere molto generale e complesso, che deriva specialmente dalla fame sodisfatta, dall'eccitamento simpatico della circolazione, dall'assorbimento dei materiali più solubili e da altri, elementi meno noti. Il tubo intestinale rifiuta qualunque piacere positivo, meno quello che proviene, dalla defecazione, che in alcuni individui molto sensibili può giungere a un certo grado di intensità. Nell'atto di espellere le feci si prova il piacere che viene dalla sodisfazione di un bisogno. Quando l'evacuazione è compiuta, la voluttà è maggiore, ed è prodotta dal movimento di tutte le anse intestinali e dei visceri, che vanno ad occupare il vuoto che si è formato: ad essa si associa il cessare dell'irritazione della mucosa del retto. Questo piacere si prova più forte sedendosi sopra una comoda sedia. L'emissione delle urine è talvolta accompagnata da piacere nelle condizioni fisiologiche, specialmente quando la vescica è molto distesa, il piacere però è leggero e non dura che pochissimi istanti. Tutti questi diversi piaceri variano assai nei singoli individui e sono tanto più forti quanto maggiore è la sensibilità. Essi vengono meglio sentiti dalle donne e dai popoli molli ed effeminati.

I piaceri che ci vengono dal raffreddamento del corpo si esprimono generalmente con brividi e con sospiri, collo stringere gli occhi e col ravvicinare i denti. Quando il corpo che ci rinfresca è l'aria, noi spalanchiamo la bocca e dilatiamo ampiamente il torace, facendo profonde inspirazioni. Quando invece il piacere proviene dall'aggiunta di calorico al nostro corpo, la mimica è molto varia secondo il modo col quale ci riscaldiamo. In generale, se il calore arriva al tiepido, noi ci crocioliamo su noi stessi, socchiudendo gli occhi e sorridendo. L'acqua calda ci rende languidi e ridesta in noi idee lascive. Il calore diretto del sole, quando produce piacere, esalta al massimo grado il turgore eretistico della pelle; la faccia si fa rossa, e la respirazione lunga e rumorosa. Il gocciolare del sudore riesce voluttuoso e scarica la pelle dell'eccessiva tensione. Il piacere di riscaldarci al fuoco ha una fisonomia particolare e diversa secondo le condizioni reciproche di temperatura del nostro corpo e delle materie in combustione che ci riscaldano. Quando noi ci avviciniamo al fuoco col solo scopo di riscaldarci, il piacere è semplice e viene espresso molte molte volte con fregatine di mani e con atti che servono a presentare al calore la maggiore superficie del nostro corpo. Quando invece lo stare al fuoco diventa quasi una occupazione, il piacere è più complicato, si occupa il tempo senza fatica, si gode un particolare raccoglimento, si esercita il tatto attizzando di quando in quando i combustibili colle molle, cambiandone la posizione, e si gode dello spettacolo sempre vario che ci presentano le tremule fiamme, le cerulee spire del fumo e il mutar di colore dei carboni, che vanno coprendosi di candidi fiocchi di cenere. In questo caso la fisonomia presenta una mimica poco viva e si atteggia a un muto raccoglimento o ad una beata tranquillità. I piaceri che si provano nel riposo o nei momenti che precedono il sonno, sono espressi da un massimo languore, da un abbandono del corpo alle leggi fisiche. Se l'uomo è seduto, getta il tronco all'indietro, oppure piega il capo sulla spalla, o lasciandolo cadere sul petto; tiene le mani posate sulle coscie, distende i piedi o li accavalla. L'abbassamento delle palpebre è segno d'immensa stanchezza o di grande voluttà. L'uomo stanco che si corica cerca d'esercitare il minor numero possibile di muscoli, e quindi si getta perfettamente orizzontale, con le gambe e le braccia aperte, facendo una profonda espirazione. La mimica d'un pigro che al mattino sta godendo il passaggio dal sonno alla veglia e dalla veglia al sonno, è abbastanza espressiva per dimostrare che i piaceri che gode sono vari e numerosi. Egli comincia ad aprir gli occhi alla luce, e le immagini degli oggetti che lo circondano, confondendosi cogli ultimi fantasmi della notte, formano mille combinazioni fantasmagoriche; ma le palpebre ricadono lentamente per riaprirsi poco dopo, stando in questo modo ad indicare gli alterni passaggi dal mondo esterno al nulla, dove incerte ombre vagano sole a dinotare la vita latente d'una mente sonnacchiosa. Ma il respiro si fa più frequente e il sangue, scorrendo più caldo e più celere per tutti i tessuti, a poco a poco ridesta a vita la mente; e il beato mortale si agita lentamente, stira le membra ed effonde in un lungo sbadiglio la pienezza di voluttà che lo innonda. La mimica di un piacere che nasce dal movimento è affatto diversa da quella del riposo. La faccia è animata, e gli occhi brillano. Il riso, i gridi, i moti estesi delle membra sono altrettante espressioni di questi piaceri, che non si godono completamente che dopo il riposo; come questo non si gode in tutta la sua pienezza che dopo una lunga fatica. I piaceri negativi, che provengono dalla cessazione dei dolori, possono avere una fisonomia molto significativa, tanto più viva quanto più forte era il dolore. I lunghi e ripetuti sospiri, il riso, il canto, i gridi di gioia, la calma e il languore della fisonomia, sono altrettanti elementi, che si combinano fra loro in diverso modo, sì da dare alla fisonomia una mobilità tale da variarla secondo un'infinità di circostanze. Il piacere complesso che si gusta dopo un lento pasto può avere una mimica molto espressiva. Chi lo prova, sta seduto ed atteggiato ad un calmo riposo. La sua fisonomia è turgida e rossa, la bocca è semiaperta, e gli angoli, ritraendosi alquanto simulano il principio di un sorriso, e allargano le gote, gli occhi sono lucenti e, movendosi lentamente in un ristretto orizzonte, vedono senza guardare. Le mani sono per lo più incrociate sul ventre, quasi a sentire i voluttuosi fremiti del cibo che va elaborandosi in chimo. L'espressione generale è quella insomma di una sovrana beatitudine. L'esercizio di questi diversi piaceri influisce a perfezionare il senso tattile in generale, che giunge a modificare l'intero organismo e lo predispone a godere di tutti gli altri piaceri.

PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE CASA EDITRICE BIETTI - MILANO PAOLO MANTEGAZZA FISIOLOGIA DEL PIACERE NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA E AGGIORNATA CASA EDITRICE BIETTI MILANO Proprietà letteraria esclusiva per l'Italia della Casa Editrice Bietti Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti, Milano - 1945 A MIA MADRE OFFRO QUESTA SPIGA DEL CAMPO DA LEI CON TANTO AMORE COLTIVATO