Fisiologia del piacere
Autore: Mantegazza, Paolo - Editore: Bietti - Anno: 1954 - Categoria: paraletteratura - romanzi
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A tutti questi piaceri ne stanno di contro altri prodotti dall'aggiunta del calore al corpo che ne patisca difetto. La loro natura è tanto diversa dai primi, quanto sono varie le sensazioni del caldo e del freddo. Così un bagno freddo rintuzza i desideri erotici, mentre un bagno caldo li esalta mantenendo o ridestando l'erezione dei genitali. Questi piaceri hanno la proprietà di durare a lungo e di crescere anzi fino ad un certo punto nell'atto di gustarli. Così il piacere di cacciarsi d'estate in un letto fresco di bucato cessa subito, perchè il calore che noi cediamo alle lenzuola le riscalda; mentre nell'inverno non sappiamo mai risolverci ad abbandonare le tiepide coltri, e spesso occorrono sforzi erculei ed atti di vero eroismo per esporci al rigore del mondo esterno. Non c'è bisogno di spiegare perchè i piaceri, che provengono dalle variazioni della temperatura, siano assai diversi secondo il clima del paese e le stagioni. Nella Guiana e a Madera, ad esempio, dove la temperatura è quasi uniforme in tutto l'anno, questi piaceri sono certamente meno numerosi e variati che nei paesi dove l'avvicendarsi delle stagioni ci fa vivere in quattro diversi climi in un anno solo. Le idiosincrasie individuali per questi piaceri sono infinite. Alcuni fremono di voluttà sotto la pioggia minuta di una doccia fredda, o gettandosi nelle acque di un fiume, e non si sentono pieni di vigore che nell'inverno; mentre altri intirizziscono alle prime brume, e non aspirano che all'alitare degli zefiri di luglio e agli ardori della canicola. Pochissimi altri, come me, si soffregano allegramente le mani nel veder cadere la neve in un rigido mattino di gennaio, mentre nell'estate sanno provare la voluttà di starsene distesi a terra in un bagno di sole. Anche lo stato elettrico dell'atmosfera influisce assai sul benessere generale, e, quindi, produce alcuni piaceri particolari o modifica quelli che provengono da altre sorgenti. A questo proposito, però, noi manchiamo di notizie positive, come pure manchiamo di infiniti elementi che modificano l'aria nei diversi paesi e nelle diverse ore del giorno. Gli endiometri più perfetti non sanno trovare che variazioni appena sensibili nell'aria di opposti emisferi, mentre i nostri polmoni riconoscono differenze notevoli nell'atmosfera a poche miglia di distanza.
Noi non giungiamo a conoscere i caratteri fisici degli organi che costituiscono il nostro corpo, senza anatomizzarli sui cadaveri dei nostri fratelli. Ma quando siamo vivi e desti riceviamo da ogni parte del corpo una sensazione che risulta dalla sua esistenza, e che, modificata dal suo modo di essere, si confonde e si unifica nella coscienza con tutte le altre che emanano da ogni punto dell'organismo. In questo modo abbiamo la coscienza di esistere. Questo fatto psichico semplicissimo e costituito, da una parte, da tutte le infinite impressioni esercitate sul sistema nervoso, e dall'altra, dalla coscienza che le avverte e le unifica. È un fenomeno fondamentale della vita, diverso nei diversi animali, nei diversi individui della specie umana e nei momenti infiniti nei quali si suddivide la vita di ogni individuo. Checchè ne sia, però, questo fenomeno è sorgente forse del maggior numero di piaceri. Quando gli organi sono tutti perfettamente sani e l'intricato meccanismo della vita intellettuale procede con tutta la sua pienezza, allora l'uomo si sente e gode della vita, provando uno dei piaceri più semplici e nello stesso tempo più complessi. Questo piacere è proprio di tutte le età, di tutti i tempi, di tutti i paesi. Il non poterlo godere è una malattia che si osserva spesso nei melanconici, negli ipocondriaci e nei permalosi. Esso è uno dei piaceri meno intensi, ma che dura quanto la vita e che non viene interrotto che dai dolori che lo sopraffanno. È nella gioventù che l'uomo lo prova con maggiore intensità, ed è allora che spesso lo si vede, beato di se stesso e del mondo che lo circonda, camminar baldanzoso col sorriso e colla coscienza della sua forza sul volto che irradia, a vivi raggi, la gioia. Questo piacere primitivo non deriva dalla civiltà; e il primo uomo che, dopo avere ammirato la magnifica natura circostante, avrà portato uno sguardo su se stesso, deve averlo provato in tutta l'intensità con cui lo sente tanto un bambino che, destandosi nella sua culla, si guarda attorno e sorride, quanto il filosofo che, sano di corpo e di mente, senza pensare, si guarda e si dà una fregatina di mani.
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