Il maleficio occulto
Autore: Zuccoli, Luciano - Editore: - Anno: 1919 - Categoria: letteratura
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XVIII
Mi parve che una tenebra densa mi circondasse, non appena Clara scomparve. Avevo ben compreso che da quella soglia ella non sarebbe più passata, e che io non avrei più varcato la soglia, la quale conduceva alla donna, ormai per me lontana. Ma più d'ogni altra cosa, mi turbavan le sue parole. Ella era certa dell'innocenza di colui che io le aveva additato come un assassino. Perché? Quali argomenti possedeva, da contrapporre ai miei? Quali fatti erano a sua cognizione, che negassero i fatti da me esposti? Ella non sapeva niente, ella non possedeva niente; eppure era certa, e in pochi giorni s'era liberata dal dubbio, dal sospetto, dall'orrore che il barone Lorenzo le ispirava, ed era venuta a difenderlo fieramente innanzi al suo unico accusatore, innanzi a me! Dal divano sul quale io era ricaduto, balzai in piedi; sentivo in cuore l'impressione di una spina che andasse graffiandolo e lacerandolo: un dolore fisico spaventoso. E mi misi a passeggiare, quasi a correre per la camera, le braccia tese, i pugni stretti, mormorando parole sconnesse, gettando un grido di tanto in tanto; arrivato in faccia alla parete mi rivolgevo e ripigliavo la corsa fino alla parete opposta, sempre mormorando, sempre gridando, urtando nei mobili, affannato nella corsa, come sospinto da qualche fantasma pauroso. Nel passar vicino ad un armadio a specchio, i miei occhi vi sì, fermarono un attimo; mi guardai e rimasi inchiodato a quel posto. Ero pallido, tremante, con lo sguardo smarrito, le labbra bianche; avevo un aspetto così strano, i miei abiti eran così scomposti, che cominciai a sorridermi, poi a ridere, finché diedi in una sghignazzata fragorosa. E fermo innanzi allo specchio, guardandomi con una pietà ironica, parlai a me stesso, a voce alta, sottolineando le parole con gesti. - "O pazzo, dove vai? - mi dissi. - Dove corri? Che cosa è avvenuto? Perché questa sciocca disperazione? Perché una donna, che non è più tua amante, che non ti crede, che ti disprezza, perché questa donna sposa un altro, tu vuoi uccidere e ucciderti? Fermati, pazzo! Non c'è nulla, nulla, nulla al mondo che valga il tuo dolore; nulla vale un'ora di vita, un'ora di pace. Non sarai, certo, così affannosamente disperato per il solo motivo che un barone Lorenzo ha fatto uccidere sua moglie; che cosa importa a te? Chi è costui al quale hai concesso il diritto di turbare tutta la tua esistenza? E oggi solo tu sei preso da così magnanimo sdegno pel misterioso delitto, quando già da tre anni, dal giorno in cui hai assistito al processo, il dubbio ti è penetrato nel cuore? Che cosa hai fatto in questi tre anni? Hai lasciato che la monca giustizia umana procedesse per la sua vita; hai alzato le spalle, dicendoti che queste cose non ti riguardano, e che se il vero colpevole era sfuggito alla punizione, tanto peggio per i giudici ottusi, tanto meglio per lui. " Poi d'un tratto sei stato preso dalla febbre di scoprire la verità; hai voluto, tu, solo senza aiuti, senza incoraggiamenti, smascherare chi si nascondeva! E non già per un altissimo ideale di giustizia, ma perché la posta del giuoco era Clara, la donna bella e giovane, della quale credevi essere stanco, e la quale invece ti ha acceso nell'animo ancora mille fiamme! Che t'importa di quella donna uccisa e invendicata? E' la donna viva e piena di gioia, quella che ti attira, che ti ossessiona, che ti spinge per una strada difficile e incerta! E perché? Non fu tua costei? Insieme, non avete vissuto lunghi giorni di piacere? Non la conosci, corpo ed anima, ne' suoi gesti, nelle sue parole, ne' suoi impeti di passione, ne' suoi momenti di tristezza, e quando il dolore la colpisce e quando la voluttà la stringe alla gola? Tutta, tutta la conosci; nulla può dirti di nuovo la sua anima, nulla puoi scoprir di nuovo nel suo corpo. E perché dunque non vuoi ch'ella passi a un altro, e che, dopo una esistenza agitata, ella viva tranquillamente e oscuramente nel matrimonio? Il mondo è dunque finito con Clara? Quanto a colui che tu sospetti d'assassinio, egli è più forte di te. Miser chi mal oprando si confida confidaha scritto il buon Ariosto, Che restar debba il maleficio occulto.. Ma l'Ariosto era un poeta, e se tutti i maleficii occulti dovessero un giorno esser palesi, noi non sapremmo più a chi dare la mano. Il barone Lorenzo è forte: ha agito, ha fatto agire, ha raccolto il frutto delle male azioni, e tutto s'è svolto nell'ombra e nel silenzio; egli è veramente uomo moderno; tu non sei se non un sognatore. Ecco perché egli s'è impossessato anche di Clara, mentre tu, e una e due volte, te la sei lasciata sfuggir di mano. Cedila a lui; per diritto di conquista, è sua; ella lo ama; te lo ha detto; egli ha ucciso ed ella lo ama... Che c'entri tu, in tutto questo? Chi sei tu? Perché vuoi turbare l'esistenza d'un uomo a te appena noto, e d'una donna che riprende la sua via? ". Questo discorso declamato a voce alta innanzi alla mia imagine viva riflessa nello specchio, mi calmò. La ragione fredda ed egoista aveva detto la sua parola, e bisognava ascoltarla. Il maleficio doveva rimanere per sempre occulto, nell'ombra, nel silenzio, poiché io non aveva nè forza nè volontà, ormai, di evocarlo alla luce. Mi guardai intorno: c'era al mondo ancora qualche cosa da fare; c'era sopratutto da vivere in pace; Firenze si stendeva sotto i miei occhi, sonnolenta e voluttuosa, con le torbide acque del fiume lento che pareva immobile; e perché non sarei io potuto vivere tranquillo, lontano dagli intrighi, io, come tutti gli altri, scettico e indifferente, incredulo e bonario, accumulando giorni e giorni, memorie e memorie, fino alla fine? Questa era la vita; il mio, invece, non era stato se non un sogno, e, partendo per sempre, Clara l'aveva rotto, lacerato come un velo impacciante; ella correva al matrimonio; io doveva riprendere la mia strada e vivere finalmente una vita reale, senza utopie e senza apostolati. La prima impressione ch'io ebbi, uscendo in quei giorni a passeggio, stanco e debole come un ammalato, mi fu offerta dalla quantità di donne giovani e belle che incontravo ovunque. Mi pareva di non averle mai viste, ed erano intorno a me, venute da tutti i paesi, bionde, brune, piccoline, snelle, magre, paffute, liete, tristi, eleganti, dimesse, timidette, procaci; ve n'eran di tutti i paesi, del nord e del sud, e si trovavano a passeggio, a teatro, nelle gallerie d'arte, alle Cascine, a Fiesole, nei salotti, nelle biblioteche, dove si beve il tè e dove si beve la birra. Era un immenso stuolo di femmine giovani, disseminato per tutta quella stupenda plaga italiana, e recavano con sé mille sogni, e desiderii e illusioni e tesori di tenerezza e di voluttà. Io non le aveva mai viste! Con gli occhi fissi negli occhi di Clara, non m'ero accorto di tanta gioia e dì tanta vita che mi stavano intorno, non mi ero accorto che un po' di quella gioia poteva essere mia, e ch'io sarei vissuto così piacevolmente ammirando, corteggiando e non amando alcuno. - " Quale orribile cecità! - mi dissi, aprendo finalmente gli occhi. Io m'ostinava a fare il processo a uno sconosciuto, mi affannavo dietro le gonnelle d'una donna che non ha più niente da darmi, ed ecco qui intorno migliala d'altre donne belle come la primavera, le quali tutte hanno un corpo ed un'anima per dare gaudii senza fine! ". E poiché era ancora dubbioso se presentarmi un giorno a Clara e chiederle d'essere ancora l'amico suo devoto, rapidamente decisi di non occuparmene più. Ella era ammalata del male che m'aveva fatto soffrir tanto: l'amore. Innamorata di Lorenzo, non capiva altro, non udiva le parole della ragione, andava testardamente incontro al suo destino, sul quale nessuno avrebbe potuto ritrarla. Più volte la vidi a passeggio in carrozza, ed ella finse di non vedermi; poi vidi anche il barone Lorenzo con lei; il volto dell'uomo luceva di tanta gioia, che sembrava bello; e la cosa mi fece ridere senz'amarezza, pensando che colui toccava finalmente il premio della sua malvagità astuta e taciturna. Se il mondo era così fatto, io non poteva certo mutarlo; anzi, un giorno in cui vidi la coppia felice passarmi rasento, rapidissima, al trotto di due splendidi morelli, ebbi quasi uno slancio d'ammirazione pel barone Lorenzo, pel trionfatore dell'ombra; la sua carrozza aveva schizzato la sabbia e la ghiaia fino ai miei piedi; io mi trascinava, ancor doloroso della sconfitta, ed egli sembrava correre all'impazzata, recando seco la donna bellissima, che aveva saputo conquistare lentamente e che fra poco avrebbe stretta a sé con vincoli tenaci. Alcuni amici mi fecero riprendere le abitudini del passato; occupavo il mio tempo in compagnie piacevoli, con l'intima voluttà di sentirmi libero; e fu in tal modo ch'io mi trovai un giorno di fronte al barone Lorenzo Scavolino. Ero in un salotto; la padrona di casa, bruna, snella, irrequieta, mi piaceva molto, cosicché mi vi recavo sovente e mi v'indugiavo a lungo, ascoltando il cinguettìo della signora, che spesso diceva delle sciocchezze con una bocca adorabile, la quale se le faceva perdonare. Sapevo che il barone Lorenzo frequentava quella casa; ma da tempo non si vedeva, prima pel suo viaggio a Parigi, poi per le cure del fidanzamento e pei preparativi di matrimonio. Un giorno in cui eravamo rimasti soli, la signora ed io, il barone Lorenzo si fece annunziare. - Lei lo conosce? - mi disse la signora, nel mentre il servo porgeva la carta. - Siamo buonissimi amici - risposi, e mi stupii di non sentire alcuna emozione, di non avvertire alcun sintomo di gelosia per colui che fra pochi giorni avrebbe posseduto Clara. Egli entrò: io gli teneva gli occhi addosso, e vidi che scorgendomi, si turbò d'un tratto e impallidì leggermente. A furia di sfuggirmi, era caduto fra le mie braccia. - Loro sono buoni amici, non è vero? - disse la signora. Il barone Lorenzo ancora dritto in piedi non rispose, mi guardò, parve esitare; ma io mi alzai e gli andai incontro con la mano tesa. - Ma certo, certo - dissi lietamente. - La rivedo con molto piacere, barone. Mi avevan detto ch'ella era a Parigi. Egli si drizzò, come se un peso enorme gli fosse stato tolto dalle spalle; e la stretta di mano ch'egli mi diede fu energica. - Ne son tornato da pochi giorni - rispose. - V'ero andato per alcuni acquisti, e mi son trattenuto poco. Ci sedemmo; animato dalla curiosità della scena, sentendomi tranquillo e libero, cominciai a parlare, volgendomi spesso al barone, che sembrava passar d'incanto in incanto, quasi estasiato. Egli doveva pensare d'aver trovato un uomo di spirito, e tutto il mio spirito non era se non nel fatto di non amare più Clara, di sentirmi! Attratto [...] per tutti i maleficii occulti e palesi. Il barone si scusò d'essere stato assente così a lungo. Ma non ha da farmi scuse - interruppe la signora, sorridendo. E' più che giusto. Il barone - aggiunse ella, volgendosi a me - sta per ammogliarsi. - Oh, davvero? - esclamai, senza batter ciglio. - E il matrimonio fra breve? - Fra quindici giorni - rispose il barone Lorenzo, e la sua voce tremò un poco. - Una signora fiorentina? - domandai. - Donna Clara - egli disse rapidamente. Io mi alzai, nel mentre il barone mi guardava inquieto, e mi diressi a lui con ambo le mani aperte e stese. A quell'atto amichevole e cordiale, il volto dell'uomo raggiò di piacere, di gioia; e si alzò egli pure venendomi incontro. - La prego - dissi - di aggradire le più vive felicitazioni, gli auguri più fervidi, e voglia rendersene interprete anche presso donna Clara. Egli afferrò le mie mani, le portò quasi al cuore, e mi rispose con voce tremante di commozione: - L'assicuro caro amico, che questi suoi augurii sono i più dolci, i più graditi fra quanti ci possano giungere in questi giorni... E per la prima volta in vita sua, il barone Lorenzo Scavolino era sincero.
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