;

USI,COSTUMI E PREGIUDIZI DEL POPOLO DI ROMA

Autore: Zanazzo, Giggi - Editore: - Anno: 1860 - Categoria: storia

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


2

Lebbo: Bello. Trubbo: Brutto. Pachelo o Palecco: Cappello. Sparche: Scarpe. Nami: Mani. Sumo: Muso. Sivo: Viso. Tracavva: Cravatta. Un cranfo e zemmo: Un franco e mezzo. Raquanta rile: Quaranta lire. Glipa, ecc: Piglia, ecc. Tiè chiodo loque: Tien d’occhi quello. Daba che bura, ecc: Bada che ruba, ecc. Alcuni invece intercalano ogni sillaba delle parole con un vi, con un ti, ecc. Per esempio, per dire: Bada che ruba, diranno: Vibavidavi che viruvibavi, ecc. Un suonatore di teatro, un musicante, ad esempio, per dire che sta in bolletta, dirà ai suoi colleghi: Sto ssénza chiave in do o anche: Nu’ stanzia pila in berta. Un vetturino o cocchiere, per dire a un suo collega che ha più debiti che crediti, dirà: So’ più lladri che sbirri. Un macellaio per non far capire a’ suoi avventori che il tal pezzo di carne va in malora o puzza dirà col suo garzone di bottega, per esempio: Quel lòmbo va da Meo, o anche: va da Mariòtti. E così di seguito. Un ebanista, un falegname romano, parlando di un mobile qualsiasi, poco solido, mal costruito, vi dirà: è un marangòne. Per la ragione, che molti anni or sono in Roma un certo Marangoni, ebanista, costruiva dei mobili da poco prezzo, i quali non essendo fatti secondo le regole dell’arte, erano dai conoscitori male giudicati. Quindi d’allora, per i falegnami, ogni mobile male costruito è un marangone.

USI,COSTUMI E PREGIUDIZI DEL POPOLO DI ROMA