Vita intima
Autore: Vertua Gentile, Anna - Editore: - Anno: 1900 - Categoria: letteratura
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Il lavoro della donna fuori casa — La madre operaia — La necessità del lavoro femminile — L'ideale — La donna negli stabilimenti industriali — Il progresso dei lavoratori — Il matrimonio — L'età degli sposi — Il contratto matrimoniale — Il matrimonio fra gli operai — I vincoli familiari dei lavoratori — Il benessere nella famiglia moderna. Accennai già che nella famiglia del secolo XIX si è introdotto generalmente un certo benessere materiale , un certo modo meno rozzo, parlando del popolo, di comportarsi. Senonchè (ed è forse ciò che a noi pare un male, una necessità della evoluzione della famiglia) si può dire che sia diminuita la recondita simpatia morale , che siano rallentati gli affetti, per mancanza d' intimità. E la causa della poco intimità in molte famiglie, è, mi pare, la necessità della donna di lavorare fuori di casa. Il lavoro della donna negli stabilimenti industriali, nelle case di commercio, nelle scuole, nei pubblici uffici, e si può aggiungere che pure i così detti doveri di società, hanno contribuito a fare, che i membri della famiglia fossero obbligati a vivere fuori di casa, la maggior parte del giorno, e spesso la sera. Vediamo l'operaia dei grandi stabilimenti industriali, ove guadagna una giornata che contribuisce al benessere materiale della famiglia. Se ha un bimbo in fasce, deve staccarselo dal seno per affidarlo a l'istituto dei bambini lattanti quando c'è, e quando non c' è, alle cure mercenarie di qualche vicina. I figlioletti, che non ancora si reggano saldamente su le gambucce e cianciugliano i loro bisogni ed i loro desideri, li deve mandare agli asili infantili: alla scuola e poi alla scuola e famiglia i più grandicelli, e i ragazzi e le giovinette da mattina a sera. E la sera, tornando dal lavoro , dopo di essere passata a riprendere i piccini, a pena in casa, deve darsi intorno a preparare l'unico pasto che raduna la famiglia. Ed è quella, ordinariamente la sola ora in cui i vari membri della famiglia si trovano; ora, in cui la stanchezza, che non può avere un pronto conforto di riposo , spesso si sfoga in mali umori , in rimbrotti, in lagnanze e peggio. E le fanciulle, operaie o artigiane, commesse o maestre ? ... A che si riduce per esse la famiglia ? ... Al ritrovo di qualche ora, la sera; ora stanca, nella quale non desiderano che il riposo, necessario a la fatica del domani. E pure bisogna benedire al progresso sociale, che offre un lavoro onesto a la madre, a la fanciulla, e con il lavoro rende possibile l'indipendenza e spesso il mantenersi oneste. La donna che lavora fuori delle mura domestiche, che può entrare nelle carriere professionali, proprio del secolo XIX. C'è ancora in questo secolo alcuno che idealizza l'imagine della donna, che la trasporta al di là del con-tatto della vita materiale. Per costoro la donna amante, vergine, angelo, giovine, bella, un essere che a pena tocca la terra; i suoi piedi non rasentano la polvere, le sue mani non lavorano; e questa adorazione è un omaggio a la delicatezza del suo cuore, una pietosa cura della debolezza del suo corpo. C’è ancora chi pensa, che solo i popoli selvaggi e i più rozzi dei nostri montanari, possono condannare la donna al duro lavoro. C'è chi pensa, che il titolo di sposa vuol dire una creatura messa al riparo d'ogni pericolo della vita esteriore e cautamente nascosta a l'ombra del focolare domestico. Ora per costoro, aprire le carriere professionali alle donne e strappar loro per così dire le ali d'angelo; obbligarle a camminar nelle fangose vie delle città; un far discendere la vergine dal suo piedestallo ed esporla agli sguardi di tutti. Imporre a la donna le fatiche della vita, obbligare la sposa a la dura lotta della realtà, rapire la grazia a quella, a questa il fascino ideale del pudore, che qualità squisita e armamento. Ma chi ancora idealizza la donna in questa maniera, dimentica una cosa: che la donna deve vivere , provvedere a se stessa e spesso anche a la sua famiglia. Dimentica, che poche sono le donne alle quali è concesso attraversare la vita senza lavoro; che anzi, per la maggior parte, le donne reclamano come un beneficio, come una necessità la sovrana legge del lavoro. Spesso è la stessa condizione di madre di famiglia che loro impone un mestiere, un impiego, un'occupazione continua. Per molte donne è necessario lavorare per aiutare il marito nel sostentamento della famiglia. Per moltissime indispensabile il lavoro, che le rende indipendenti, che le toglie a le mortificazioni di essere d'aggravio a la famiglia. Sicuro; la donna dovrebbe essere l'angelo della casa e non occuparsi che di essa e dei figliuoli. Il bellissimo libro di Jules Simon su l' operaia , mira appunto a questa conclusione: l'uomo solo dovrebbe uscire dalla casa per guadagnare il pane della famiglia; ma questa un'idealità che per ora ben lontana dall'essere realizzata. E forse, chi sa ? . . . il sogno che a taluni può parere bello, avrebbe per fine di ripiombare la donna nell'antico stato dal quale si è elevata con tanto stento e in sì lungo seguito di anni ! In una pubblicazione uscita nel 1847, un uomo di cuore mostrava con un linguaggio inspirato dalla pietà e da generoso desiderio, la condizione della donna operaia , esposta a lavoro spesso dannoso a la salute , quasi sempre faticoso per un compenso piccolissimo, sempre o quasi inferiore a quello dell'operaio. Dal 1847 in poi la condizione della operaia e specie dell'operaia dei grandi stabilimenti industriali , si è migliorata , ma certo non abbastanza da salvarla dalla miseria nei momenti non rari di malattia , di gravidanza, ecc. Ora, se per l'operaio la miseria vuol dire fame, per l'operaia vuol dire fame e vergogna. Quante poverette, inasprite dal bisogno, avvilite, disperate, perduta la fiducia in sè, nella società, nella Provvidenza, maledicono al lavoro che non basta a sostentarle, che manca spesso, che la concorrenza loro strappa di mano, e ricordano di essere belle o se non belle, donne ! … Nel secolo XIX si è fatto il possibile di assircurare la condizione degli operai per mezzo di società di mutuo soccorso, di società cooperative, ecc. Ma rimane ancora molto da fare a loro vantaggio; il pauperismo che è il grande probblema della democrazia, è ancora in pieno vigore e se più non dice indigenza, dice la condizione delle classi operaie che non ha altra risorsa se non le braccia e vive a giornata. Quando il lavoro abbonda, la condizione dell'operaio non è cattiva; qualche volta presenta anche qualche agiatezza. Ma se il lavoro manca, è la ruina. La mancanza del lavoro toglie a la famiglia pane e tetto. L'operaio, e sopra tutto l'operaio degli stabilimenti, non è mai sicuro del domani. Per lui la fortuna di migliorare lo stato della famiglia è rara è invece spessissima la probalità della miseria. Il pauperismo non è conseguenza della rivoluzione nè della filosofia come si va ripetendo da parecchi; non è punto vero che nel tempo andato la condizione dell'operaio fosse migliore e più sicura. Al contrario, nulla era più miserabile e incerto della vita degli operai dei quali nessuno o ben pochi si curavano. Gli è che vivevano isolati e dispersi e soffrivano e morivano senza che la società badasse a loro. Oggi gli operai formano una classe considerevole. Una crisi industriale vuol dire la miseria di migliaia e migliaia d' uomini , donne e fanciulli , di intere famiglie. E la stampa se ne occupa, la carità si desta, il governo si inquieta e provvede se può e quando può. E l' interesse generale per il povero che soffre, dice che la società moderna ha per i diseredati una sollecitudine che mancava ai nostri avi, i quali erano indifferenti e qualche volta crudeli per ignoranza. Come la famiglia é la base della società , così il matrimonio è la base della famiglia. Non si può parlare della famiglia senza dire del matrimonio. Il matrimonio d'oggi non è certo come il matrimonio dei tempi andati e nè pure come quello del principio del secolo. Dice Letourneau: « La peur du mariage et de la famille, est le trait particulier de la matrimonialitè d'aujourdhui ». D. A. Bartillon scrive che l'età opportuna per il matrimonio è dai ventidue ai venticinque anni per l'uomo, dai diciannove ai venti per la donna. E osserva che in Inghilterra la maggior parte dei matrimoni si fanno fra uomini e donne prima dei venticinque anni. Ora ciò non succede in Francia e in molti altri paesi. In Italia, per esempio , su 1000 uomini, solamente 232 Si ammogliano prima dei venticinque anni. A Parigi, ove la lotta per la vita è più aspra e la passione del danaro più dominante, abbondano i matrimoni in ritardo; in generale, gli uomini prendono moglie dai quarant'anni in poi, e le donne vanno a marito dopo i trentacinque. Da ciò risulta un quantum iù scarso di nascite per ogni matrimonio. Quale è la causa di ciò ? Le crescenti difficoltà della vita, dicono gli studiosi; la paura, che va sempre aumentando, dei crucci e dei disagi; la previdenza spinta al punto da diventare timidezza; un bisogno di agiatezza, del superfluo, del lusso, che nei tempi andati non si conoscevano. Ne viene che i matrimoni sono meno frequenti che per il passato « d'où la pire, la plus honteuse des sèlcction, la rèlaction par l'argent ». Un altro grande moralista inveisce contro ciò che egli chiama « il sistema delle dote » più speciale alle razze latine, poichè viene da Roma, ove, per certo, vi si ricorse in principio per emancipare la donna patrizia dalla dura schiavitù coniugale. Ma il rimedio di una volta è diventato un danno del presente « Et c'est surement, continua il moralista francese « à l'amour de la dot, plus généralment aux beaux yeux de la. cassette u'il faut attribuer toute une categorie de vrais mariages par achat, beaucoup plus communs dans notre pays qu'ailleurs ». In Francia sono moltissimi i matrimoni fra uomini vecchi e donne giovanissime e fra donne vecchie e uomini giovani. Bebel dice, che molto frequentemente oggi il matrimonio è deviato dal suo vero scopo e che per conseguenza, non può essere considerato nè come morale nè come sacro. Il matrimonio è l'unione di due esseri che si mettono insieme per amore reciproco e per raggiungere i fini naturali. Senonchè l'amore e lo scopo spesso, nei nostri tempi, non sono sempre considerati nel matrimonio. Spesso la donna si sposa per avere una posizione, per acquistare indipendenza, qualche volta anche per la smania degli agi materiali e perfino dei divertimenti e del lusso. E l' uomo, non sempre fortunatamente! ... ma certo non di rado, più che dall'amore è tratto al matrimonio dal calcolo materiale. In generale poi la brutale realtà mostra che anche nei matrimoni così detti di amore o di simpatia, i crucci e mille elementi di discordia, entrano a soffocare le speranze e a spegnere l'entusiasmo sognato prima della unione. Non è certo raro lo spettacolo di matrimoni infelici, per la sproporzione che vi si trova fra il dovere e la volontà e la possibilità di compirlo. Il professore Lorenz von Stein, fa del matrimonio del nostro secolo una pittura tutta poetica, anzi fantastica e tale che ritorna la donna allo stato di schiava volontaria. Ecco quanto dice l'illustre professore « L'uomo vuole nella donna un essere che non solo lo ami, ma che anche lo comprenda. Vuole in lei un cuore che continuamente batta per lui e insieme una mano sempre pronta a tergergli il sudore della fronte; vuole una creatura tutta tranquillità, pace, ordine, che non abbia altro desiderio, altro piacere di quello di rendergli la casa bella e cara; una specie di paradiso, fulgido di luce, soave di profumo, quella luce e quel profumo che vengono dalla donna, raggio e calore della vita domestica... » Nel suo poetico sogno, l' illustre professore canta, mi pare, l' egoismo maschile. Nel matrimonio d'oggi, dicono i moderni pensatori, si sono introdotti dei nemici che spesso contribuiscono a distruggerlo. Il matrimonio è per molti un affare. Basta dire delle agenzie matrimoniali ; basta leggere certi avvisi nella quarta pagina dei giornali; basta sapere di certi mediatori e mediatrici matrimoniali. Nel 1878 ebbe luogo a Vienna un processo contro una mediatrice di matrimoni, per le tristi conseguenze di quella speculazione. In molte famiglie ricche il padre è stappato fuori dalle mura domestiche dalla corsa sfrenata al lavoro che mantiene e procura la ricchezza. La madre è tolta alle cure di madre e di massaia, da mille impegni che sono diventati altrettanti doveri. La non facile occupazione di conservare nella casa il lusso che esige lavorio e studio; le visite da rendere e da ricevere; l'abbigliamento, gli spettacoli, le conferenze di moda, la lettura dei romanzi ; tutta una vita affannosa. E i figli ? Spesso abbandonati alle bambinaie nella prima infanzia; poi in balia di governanti e precettori o in collegio. Padre, madre, figliuoli, si ritrovano a l'ora dei pasti; e non c'è tempo nè voglia e nè pure si sente la necessità di una mutua continua sorveglianza, d' uno scambio di intime idee, di quel continuo calore di affettuosità e di confidenza, senza il quale nella famiglia i sentimenti non possono fare a meno di raffreddarsi. E il matrimonio fra gli operai ? In generale l'operaio sposa una donna perchè l'ama. Ma nè pure nell'operaio è raro il caso del calcolo nell'unione matrimoniale; egli pensa al vantaggio del lavoro della sua donna e vede nei figli appena grandicelli strumenti di un lavoro che basterà al loro sostentamento. E quante impreviste e improvvise vicende sorgono a turbare la pace del matrimonio fra i poveri ! Vi sono le crisi commerciali e industriali, le guerre, gli scioperi, le nascite dei nuovi figli, che diminuiscono e tolgono il lavoro del padre di famiglia e mettono la madre nell'impossibilità di occuparsi fuori di casa. E tutto ciò inasprisce il carattere e influisce tristamente su la vita domestica, dove la cruda necessità entra per scacciare la modesta agiatezza, la mutua tolleranza, la generosità e spesso la virtù. Non di rado allora l'uomo disperato cerca conforto e oblio nel vino e nei liquori; a l' osteria finiscono gli ultimi risparmi; la casa diventa un doloroso luogo di querele, pianti, rimproveri. E la ruina del matrimonio e della vita di famiglia si compie. Grazie a Dio, non sempre succede così. Vi sono famigliuole fra operai che resistono agli urti della male sorte e con la forza della volontà, l' economia, il buon senso e l'amore, si salvano dalla ruina. E quando il lavoro c'è, e il padre e la madre possono guadagnare la loro giornata ? I figli piccoletti che non possono ancora essere accolti negli asili infantili, sono lasciati in custodia dei fratelli e delle sorelle più grandicelli, che non li possono educare per la ragione che non sono educati. Padre e madre tornano a mezzogiorno per il pasto affrettato; ma non sempre nè tutti tornano; mangiano fuori, per necessità di tempo. Il pasto solo della sera riunisce la famiglia. La madre non ha che la serata per accudire alle faccende domestiche, per badare ai vestiti, a la biancheria, a l'ordine della casa. E il da fare la rende inquieta, irascibile, attrabiliare. I fanciulli fanno il chiasso ed essa li manda bruscamente a letto; poi si dà attorno per le povere stanze; ripulisce, prepara, cuce, rattoppa fino ad ora tarda; e intanto disfoga in mal umore, in lagnanze e in maledizioni, la sua vitaccia faticosa e grama. Il marito, che ha sgobbato il dì intiero, sente il bisogno di un'ora di svago ed esce di casa. Nei momenti di grande lavoro, l'operaio non ha libera neppure la festa; anche quel giorno è tolto a la vita della famiglia ! Spesso deve lavorare delle ore in più assentandosi da casa il poco tempo che di solito vi passa. La sua abitazione è lontana dall'officina ? Si alza il mattino quando i figli dormono ancora sodamente, e torna la sera quando già sono a letto. Alle volte l'officina è così lontana, che l'operaio è costretto a starvi tutta la settimana, non tornando a casa che il sabato sera. Il lavoro della donna e dei fanciulli accresce sempre più, sopra tutto nelle industrie tessili. E donne e fanciulli passano l'intera giornata lontani dalla famiglia. A Colmar verso la fine del novembre 1873, sopra 8109 operai impiegati nell'industria tessile, vi erano 3509 donne, 3416 uomini e 1184 fanciulli. Nei cotonifici inglesi, nel 1875, su 479,515 operai vi erano 258,667 donne, 38,558 giovinetti e giovinette dai 13 ai 18 anni, 66,900 fanciulli al disotto dei 13 anni, e 115,391 uomini. Quale doveva essere la vita di famiglia di quella povera gente ? Qual è la vita di famiglia di molti operai e operaie della nostra Italia Nei centri industriali il padre è a l'officina, la madre nelle filande, nei filatoi nelle fabbriche tessili; i figli piccoli nelle scuole, i grandi al lavoro; e questo tutto il giorno ed ogni giorno. Il pane in casa non manca, e nè pure il companatico; quello che manca è la vita della famiglia. Scrive Herbert Spencer: « Quando con la legge sui poveri i provvide pubblicamente ai bambini che igenitori non potevano o non volevano sostentare adeguatamente , la società assunse funzioni familiari, come fece pure. allorquando prese in qualche modo cura dei genitori non aiutati dai figli. La legislazione ha di recente rallentati i legami famigliari dispensando i genitori dalla cura intellettuale dei figliuoli e sostituendo l'educazione pubblica a la paterna. Ed ha sostituita maggiormente la responsabilità dei genitori con quella nazionale, quando le autorità deputate a ciò, hanno provvisto in parte al vestiario dei fanciulli abbandonati prima che siano in età di poter apprendere, ed han fatto anche frustare, per mezzo degli agenti di polizia, i ragazzi renitenti ad andare a scuola. Questo riconoscere come unità sociale l'individuo piuttosto che la famiglia, è davvero giunto adesso al punto che i doveri paterni dello stato, sono ritenuti da molti indiscutibili. A disgiungere, e sperdere quindi a rallentare gli affetti della famiglia, nel secolo XIX, contribuisce anche l'emigrazione. La popolazione dei paesi inciviliti, nel nostro secolo, si è tanto aumentata, che ha cominciato a trovarsi troppo fitta in Europa. Nello stesso tempo i mezzi di trasporto si andarono perfezionando al punto da facilitare assai l'emigrazione. Nei tempi andati erano pochissimi gli emigranti; solamente nel secolo XIX cominciò la grande emigrazione che porta ciascun anno gli Europei a centinaia di migliaia nei paesi tuttora deserti del Nuovo Mondo. Durante la carestia dell'Irlanda, causata dalla malattia nelle patate, dal 1847 al 1853, emigrarono tre milioni d'Irlandesi. Tedeschi, Norvegesi, Inglesi, Irlandesi, Italiani, Francesi, tutti emigrano. Qualche volta le famiglie intiere vanno a cercar fortuna oltremare. Ma più, spesso sono gli uomini soli o anche le donne sole, che se ne vanno. Gli uomini lasciando moglie e figli o i vecchi genitori ; le donne staccandosi dalla loro famiglia. E la lontananza illanguidisce i ricordi e scema o annulla gli affetti più sacri. Vi sono famiglie di contadini ove al focolare non sono che i vecchi genitori. I figli e le figlie se ne sono andati tutti; messe le ali, diventati forti al volo, hanno lasciato il nido deserto. Non manca del tutto il gradito spettacolo della famiglia come il cuore e la ragione la vorrebbero. Ma sono ancora le famiglie ideali. Si trovano là dove la ricchezza non ha introdotto fra le mura domestiche troppe esigenze: troppo lusso, troppa ambizione e vanità. Si trovano là ove il padre di famiglia guadagna abbastanza con il suo impiego e la madre può darsi tutta alle cure domestiche, a l'educazione di figli; si trovano fra i campaguoli agiati, fra i contadini che lavorano la terra propria; fra i piccoli commercianti; fra gli operai che hanno una fucina, una bottega propria. Queste famiglie che il bisogno non disgiunge, che la smania dell'apparire non tocca, che l'emigrazione non diminuisce, sono come verdi oasi nel deserto. L'occhio e il sentimento si fissano in esse e riposano e si confortano. Ma sono molte queste famiglie in questa fine del secolo XIX.? Nel secolo XIX tutto è stato trasformato. La società moderna più non riconosce il diritto d'un uomo sopra un altro uomo; del padrone sul servo, del ricco sul povero; l'uomo, in qualunque condizione si trovi, è libero. Vi ha libertà di coscienza di culto, di parola, di andare e venire dove meglio pare e piace, di scegliere il domicilio, di regolare il proprio modo di vivere; libertà di industria e di commercio; la società contemporanea riposa su la libertà individuale. Dell'antico non sussistono che la famiglia e la proprietà. Ma la famiglia sussiste in modo differente dall'antico. Siamo noi più felici dei nostri avi ? Chi potrebbe affermarlo. ? Per certo la nostra vita è meglio organizzata di quella dei nostri padri Ma come i fanciulli abituati a ogni comodità, agli agi, agli spassi, al lusso, noi ci siamo abituati al meglio e più non ne sentiamo il diletto. L'educazione ha forse indebolito in noi il senso del piacere. Il lusso adesso non è privilegio di pochi; è entrato più o meno in ogni famiglia. I facili e poco costosi prodotti dell'industria e del commercio sono adesso a la portata di tutti e in ogni casa è entrato il bisogno di un certo benessere dorato detto dagli inglesi « comfort ». Un piccolo borghese di adesso, ha maggiori esigenze di un gran signore dei tempi andati. La vita materiale, l'intellettuale, la sociale : tutto è cambiato. Più la civiltà progredisce e più la sua corsa si fa rapida. Dobbiamo sgomentarci per ciò ? L'umanità ha subito trasformazioni che manco si sarebbero immaginate, e non ha perito. La storia della civiltà insegna ad avere confidenza nell'avvenire: confidiamo!
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