Vita intima
Autore: Vertua Gentile, Anna - Editore: - Anno: 1900 - Categoria: letteratura
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La filantropia — L'esercizio della beneficenza — La filantropia e la religione — Gli asili — La donna e la carità. —celi ospedali — La loro storia — Il loro benefizio — La società di previdenza — I ricoveri per l'infanzia — Gli ospizi per i vecchi — Gli orfanotrofii. La larga schiera dei malcontenti può intronarci le orecchie con le lodi degli avi; può decantarcene le virtù , la pietà, lo spirito; questo non toglie che attraverso le agitazioni, gli errori, gli avvenimenti deplorevoli del nostro tempo, non risalti vivo e attivo un sentimento che mai non si vide rispondere e volere con altrettanta vivacità: il sentimento della filantropia; l'amore per tutti coloro che soffrono e sono oppressi; la protezione dell'infanzia, della vecchiaia della debolezza, della miseria, perfino del pentimento, un sincero desiderio, di elevare la condizione del povero e dell'ignorante. Filantropia è la divisa e sarà l'onore del secolo XIX. Mai come in questo secolo si sentì il dovere generoso di soccorrere le famiglie, ricoverando in santi asili aperti dalla pietà, gli infelici, che in casa propria possono essere causa di disordine, di malo esempio, di disgusto e di dolore, d'infezione, — di peso sempre. Ma questo sentimento di dovere della società, che si traduce in beneficenza provvidenziale, mostra indebolimento negli affetti della famiglia, che si lascia facilmente strappare dal seno i malati, i vecchi, i disgraziati ; che anzi sente la necessità materiale e spesso anche morale di liberarsene. Si direbbe che il grande amore per l'umanità in generale, abbia scemato la forza dell'amore fra i membri della famiglia. La filantropia non è certo cosa nuova ; essa non è altro che un appellazione della carità, che diciotto secoli prima della filantropia, aveva annunziato agli uomini, che sono tutti fratelli e che devono amarsi come figliuoli d' uno stesso Dio. Così la carità come la filantropia mirano al bene del prossimo e sono mosse dallo stesso sentimento sociale che sta nell'intimo di ogni cuore. La filantropia, che è una tendenza primitiva dell'anima nostra, è ora diventata una specie di scienza. Ubbidire a un cieco sentimento, non è sempre senza pericolo e senza conseguenze qualche volta fatali. Il meccanismo delle nostre società moderne, è ora così complicato, che l'esercizio della beneficenza per essere veramente efficace, deve essere illuminato saggiamente per non urtare contro i problemi più spinosi della scienza sociale. Ora si considera l'elemosina della carità privata come questione di economia politica. Il solo sentimento, sia pure sorretto da fervente zelo, ora non basta più per contribuire al bene del prossimo; è necessario uno studio serio dei mezzi meglio opportuni a raggiungere lo scopo cui si mira, per non impiegare invano le forze della società. Vi è chi chiama la filantropia una chimera della filosofia moderna: in vece essa non è altro che una virtù la quale forma la forza del cristianesimo, e non è certo un nome inventato per spogliare la carità del suo carattere divino. Carità e filantropia hanno uno scopo comune , che è di aiutare e migliorare la condizione di tutti con mezzi e istituzioni saggiamente suggeriti e sorretti. Senza la saggezza, senza provvedimenti studiati e approvati dal buon senso e dall' odierno bisogno della società, come si potrebbero sciogliere i difficili problemi del sistema penitenziario, del miglioramento morale dei condannati, del patronato dei giovani detenuti ? .. come si potrebbero trovare i rimedii da applicarsi alle piaghe delle grandi città, come la mendicità, il vagabondaggio, ecc. ? . . Religione e filantropia, avendo uno scopo comune, fanno gli stessi sforzi per il meglio della società. Le casse di risparmio, ove la classe laboriosa va versando le sue economie, le quali tendono a recare il benessere nelle famiglie istituendo abitudini d'ordine, al gusto degli stravizii; le sale d'asilo che raccolgono l'infanzia strappandola a l'inerzia, a l'abbandono, ai mali esempi, per avviarli su la via della moralità e soccorrerla materialmente, sono opere filantrofiche che il papa Gregorio XVI, non temette di consacrare di tutta l'autorità della Chiesa, approvandone gli statuti con una bolla del 20 giugno del 1836. E in una istruzione pubblicata con la sua approvazione, si legge: « che non bisognava, edere in questa istituzione il solo vantaggio materiale ma i molteplici vantaggi, che ne ridonderanno a la religione ed ai buoni costumi. Il giorno del Signore sarà meglio santificato perché vi si risparmierà il danaro che spendevasi in giuochi e in bagordi. I padri e le madri daranno buon esempio ai loro figliuoli e li alleveranno con maggiore attenzione. L'andar vagando sarà loro interdetto, e l'onesto artigiano, in tempo di penuria, non sarà più costretto a tendere la mano. I delitti scemeranno; perché la miseria e la farne menano certamente al male. Dio, che é la carità stessa, benedica dunque questa santa istituzione: egli che é la fonte d'ogni bene, farà che sorgano beni novelli. » In tutti i paesi inciviliti, la beneficenza ha aperto asili per ogni maniera di disgraziati. Basta dare uno sguardo a l'America ove la beneficenza ha per regina la donna, nella quale, la pietà, l'abnegazione, il sacrificio sono bisogni del sentimento. In America, le attivissime associazioni sono fatte quasi tutte per iniziativa femminile. Le donne americane spesseggiano nelle Università, negli Istituti tecnici, nelle scuole professionali, ma spesseggiano anche ovunque si fa sentire il bisogno di educatrici e di infermiere. Educare, confortare, assistere é proprio della donna, e più la donna é intelligente e illuminata, e meglio educa, conforta e assiste. Nei grandiosi ospizi americani, ove scienza e carità uniscono insieme i loro sforzi mirabili a sollievo dell'umanità sofferente, le donne di qualunque condizione, di qualunque culto religioso, si trovano a confortare, a prestare cure delicate e solerti. La miss protestante come la suora dalla candida cornetta, spiegano uno stesso zelo pietoso al letto degli infere nelle sale chirurgiche. E’ principalmente la donna, che spiega tutta la sua attività generosa per il ravvicinamento delle razze a mezzo degli stabilimenti coloniali e delle scuole cui gli indiani, in particolar modo, devono il loro incivilimento. E’ la donna l'anima delle crociate mosse contro l'intemperanza e l'ubbriachezza; e certo non vale a diminuire la grande opera benefica, il chiasso delle poche agitatrici esaltate. E’ la donna che presiede al buon ordine degli istituti di carità; che lavora gratuitamente nelle amministrazioni; che esercita da per tutto una intelligente vigilanza: da per tutto ove sono raccolti i bambini, i vecchi, gli infelici, i malati, gli orfani. A Washington, quasi tutti gli ospizii, le case di benefi- cenza, gli asili d'infanzia, sono intieramente tenuti da donne. E nelle scuole di carità, erette in ogni parocchia, sono le signore che la domenica insegnano e spiegano il Vangelo. E in tutti questi grandiosi istituti, trovano asilo, cure, educazione, una immensa quantità di persone, che per una causa o per un'altra sono — a l'infuori dei derelitti che non hanno parenti — allontanate dalla famiglia per sempre o per un dato tempo, o per la giornata, quali aggravi che sarebbero d'inciampo e di danno al buon andamento della casa. Sono istituzioni che detono l'amore per l'umanità e il desiderio evidente di venire in aiuto delle famiglie povere e disgraziate. Ospitare in luogo opportuno, assistere e curare gli infermi, é una delle opere benefiche, sante e di diretto soccorso alle famiglie. L'origine degli ospedali risale ai primordi del consorzio civile. Tutti i popoli, che passarono dallo stato selvaggio alle istituzioni della civiltà, ebbero fra le prime, quello di dar ricovero e ricetto a quanti abbisognavano di ricovero e di assistenza per essere travagliati da morbi o infermità, di vitto e di alloggio. Ospedali, o meglio ospizii, che accoglievano viaggiatori, infermi, accattoni, tapini, poverelli, sventurati e infelici d'ogni maniera, ne ebbero le più antiche e più remote nazioni paganiche ed idolatriche, i Romani compresi, i quali come i Greci, avevano gli ospizii pubblici e privati giusta le tradizioni umanitarie e caritatevoli dei popoli Orientali, di cui la religione e la civiltà furono trapiantate e modificate in Occidente, fino dalle prime età mondiali come si trapiantano, modificano e trasformano tuttodì. Gli ospedali e gli ospizi si resero necessari con l'emancipazione dell'industria e con la nuova organizzazione data a la società umana sotto l'impulso della cristiana civiltà. Nel primo inaugurarsi della religione di carità, quando la casa d'ogni credente era aperta a ciascun confratello e vescovi e preti davano asilo e alimento a chiunque a loro ricorreva, non occorrevano ospedali nè ospizii. Ma con il moltiplicarsi dei bisognosi, più non bastò la carità privata e venne la necessità degli stabilimenti collettivi. Il primo ospedale di malati è quello fondato dalla dama romana Fabiola la quale insieme con altre matrone, dischiuse un ricovero nel quale ella stessa con le sue compagne si consacrava al soccorso degli infermi. E non si limitavano a l'assistenza dei malati le generose matrone; ma offrivano le loro campagne ai convalescienti perché nell'aria pura presto riprendessero le forze. Giuliano imperatore dischiuse le porte di pubblici uffici , agli infermi poveri. Ma i più grandiosi furono quelli eretti da S. Basilio Vescovo di Cesarea, da Gregorio di Nazianzio e da S. Giovanni Grisostomo a Costantinopoli nel 370. La fondazione dei monasteri giovò assai a la diffusione degli ospizi. L'imperatore Giustiniano fece costruire su la via che conduceva al tempio di Gerusalemme, un ospizio per i pellegrini e un ospedale per i malati. Nel Medio Evo l'istituzione degli ospedali sopravisse e la ruina dell'ordine sociale. Due malattie — il fuoco di S. Antonio e la lebbra — che afflissero l'Europa nei secoli IX e XII, contribuirono ad eccitare lo zelo della pubblica e della privata carità. Nel secolo XVI, in mezzo a la lotta cagionata dal protestantismo, la carità cristiana rifulse nelle creazioni dell'ordine ospitaliero di S. Giovannni di Dio i cui religiosi sono conosciuti in Italia sotto il nome di Fatebenefratelli. Nel numero dei grandi benefattori dell'umanità conviene mettere S. Camillo de Lellis che fondò l'ordine dei serviti per i soccorsi da prestarsi a domicilio, S. Vincenzo de' Paoli e la madre Francesca della Croce, fondatrice delle suore di Carità. Il più grossolano senso di pietà e di commiserazione per gli infortuni umani basta a persuadere a chiunque la necessità di provvedimenti pubblici e sociali a sollievo degli ammalati. Pure seri dubbi furono suscitati contro l'istituzione degli ospedali: e da uomini, per ogni riguardo commendevoli. E’ bene — chiedono molti — avvezzare i poveri a respingere da sè e dalla propria casa i loro più prossimi parenti nell' ora del più crudele infortunio qual'è quello della malattia ? . . . Non è questo un rallentare i vincoli che devono avvincere i vari membri della famiglia ? . . . non è un indebolirne l'affetto ? Uno scrittore moderno scrisse così.: « Gli ospedali, nonostante gli inconvenienti che apportano, sono gli stabilimenti caritatevoli la cui necessità è la più facile e venire giustificata. La malattia infatti, flagello che viene ogni giorno ad attestare la fralezza umana, ci assale in un modo cosi impreveduto e subitaneo, che delude spesso tutti i calcoli della previdenza e sopprimerebbe ogni energia, ogni spirito d'intraprendenza, se fosse necessario aver sempre presente i pericoli dei quali può essere apportatrice. Il più severo economista non potrebbe domandare al giovine operaio al cominciare della sua carriera, ed al viaggiatore nelle lontane escursioni, di avere rigorosamente seco i fondi sufficienti per curare una malattia: d'altronde troppo costosa e cagione di troppi inconvenienti, per poter fare assegnamento su gli effetti della carità individuale. Noi più non ci troviamo, per così fare, nei tempi dell'antica ospitalità; non già che si creda il cuore dell' uomo più insensibile che per il passato alle sofferenze dei suoi simili: ma ben altre necessità di famiglia, ben altre condizioni di abitazioni , sono oggi imposte e rendono il più delle volte impossibile l' introdurre nelle pareti domestiche e sovratutto in istato di malattia, uno straniero, che tuttavia non si può lasciar soffrire e morire senza soccorso. A la comunità dunque compete il debito di sovvenire a si fatto bisogno mercè gli stabilimenti ospitalieri: questi formano parte integrante di quelle condizioni di sicurezza ch'essa è tenuta di provvedere a tutti i suoi membri. Nella categoria di queste condizioni entrano ancora più cotali stabilimenti, ove si rifletta, che oltre alle malattie che colpiscono il celibe, l'uomo solitario, il viaggiatore, ve ne sono altre per le quali è necessaria che la società adotti speciali provvedimenti, poichè le loro conseguenze non si limitano a l'individuo che ne è colpito, ma vanno a ferire la pubblica incolumità. Tali sono l'alienazione mentale ed alcuni morbi contagiosi ed anche epidemie, per cui gli ospedali diventano veri ricoveri di beneficenza generale » . Riguardati dunque come stabilimenti destinati a raccogliere l'infermo celibe abbandonato, solo, viaggiatore, gli ospedali devono considerarsi come una delle istituzioni sociale non solo più benefiche ma anche più necessarie; e non è possibile muovere il più piccolo dubbio su la loro utilità. Ma non così assoluto può essere il giudizio che dobbiamo portarne, ove li riguardiamo come ricoveri abituali e permanentemente aperti ai malati della popolazione indigente sedentaria. Riguardo a questa, l’influenza degli ospedali non è cosi innocente e così benemerita come molti possono supporre. E nondimeno è precisamente per queste classi sociali , che la maggior parte degli istituti ospedalieri sono fondati; è specialmente con lo scopo di assicurare ai poveri affetti da malattia e residenti in paese, un asilo e una cura medica che in ogni tempo si è provveduto a la fondazione degli ospitali. E sebbene il primitivo intento della cristiana ospitalità , sia stato quello di soccorrere i pellegrini ed i viandanti ammalati, questi, al di d’oggi, non formano più che la menoma parte degli ospiti, abitualmente raccolti nelle case di pubblica cura; la regola è divenuta eccezione, Ora questa profonda e radicale mutazione nell’indole e nella destinazione degli ospedali, si che i moderni stabilimenti cosi notabilmente differiscono dagli antichi, deve essa riguardarsi come un progresso o come una degenerazione ? … Merita di venire promossa e lodata o di essere segnalata come un pericolo ed una fonte di irreparabili danni sociali ? E’ un fatto pur troppo avverato e notorio , che là dove esistono grandi ospedali nei quali è a chiunque agevole ottenere l'ammissione, si manifesta una tendenza nella popolazione a ricorrere, durante le malattie alle cure gratuite ch'essa è certa di trovarvi. Or bene, una tale tendenza, in sè medesima considerata, non può che riuscire contraria tanto ai precetti della morale quanto a quelli dell'economia. Quando l'ammalato ha una famiglia, è nel suo seno che dovrebbe ricevere i soccorsi dei quali abbisogna ; avvezzare i poveri a respingere da sì; e dalla propria casa i loro più prossimi parenti nel momento della malattia, quando le forze fisiche e morali sono abbattute da! morbo , per metterli a carico della carini pubblica, è tale cosa di cui è difficile concepirne alcuna più dissolvente e più funesta per il sociale ordinamento. E specialmente durante la malattia che rivelasi, in tutta la santa potenza, la fecondita morale della famiglia. I doveri adempiuti e i benelizi ricevuti, la riconoscenza da una parte e la tenerezza dall'altra, le notti passati da una madre o da una moglie al capezzale del febbricitante figlio o marito , i timori le speranze le consolazioni, la solennità medesima della morte, tutti questi sono elementi di educazione di perfezionamento, di virtù, che sarebbe colpa il disconoscere, che è gravissimo errore il trascurare e spegnere nei cuori della popolazione. Per poco che vi si rifletta, è impossibile non sentirsi attristati e quasi sgomenti dal gran numero di pessimi istinti, dall'egoismo, dalla crudeltà, elle in molte famiglie del popolo sviluppa e mantiene l'abitudine di mandare a l'ospedale i loro congiunti non appena questi sono affetti di una di quelle affezioni morbose, che dovrebbero essere una propizia occasione a fare svolgere tutta la potenza d'amore e di pietà di cui è capace il cuore umano. Tali sono gli effetti che dal lato morale produce la spedalità male intesa ed improvvisamente amministrata. Né meno deplorevoli sono gli effetti economici. Fra tutte le qualità necessarie ad assicurare il progresso della umana associazione, niuna importa maggiormente di promuovere e mantenere viva nell'anima, della previdenza. Per misurare la bontà e l'utilità delle pubbliche istituzioni, non vi ha più sicuro criterio di quelle di osservare quale influsso esercitano su questa virtù; quelle che la destano, la secondano e l'incoraggiano sono da encomiarsi come sono da respingere quelle che la deprimono. A questa stregua, chi non vede i pericoli che circondano gli ospedali, aperti gratuitamente chiunque voglia ricorrervi, non richiedendo per l'ammissione che condizioni troppo facili e comuni ? .. Quando — dice un altro scrittore — accostandosi a la maturità della vita, il lavoratore pensa formarsi una famiglia, egli deve previamente accettarne i pesi e i doveri. Ora, supporrà egli di adempire a questi doveri, man-dando a l'ospedale la moglie e i figli malati, riguardando l'ospizio come un rifugio aperto alla sua vecchiezza ? . . . Tale è pure tuttavia la tentazione che gli dà la vicinanza di questi stabilimenti, congiunta con l'abitudine che egli ha sempre veduto seguire dai suoi compagni, con gli esempi che gli vengono continuamente dati. Ciò gli farà dimenticare di risparmiare durante l' età del lavoro: gli farà trascurare i salutari consigli che gli offrono, per i giorni difficili , le associazioni di previdenza; vivrà la dipendente vita del proletario, perdendo quasi la dignità e l'indipendenza del cittadino, logorerà il capitale sociale invece di apportare la sua pietra a l'edificazione del progresso generale dell'umanità. Oltre agli ospedali quali e quanti altri istituti di beneficenza non apre la società, ai poveri, agli abbandonati, agli orfani, ai pericolanti, a l'infanzia, soccorrendo a ogni bisogno della famiglia, con illuminata previdenza ! .. . Sono istituti che dicono altamente il generale sentimento di umanità, il desiderio del progresso morale, l'amore che é il solo legame, la sola religione universale; l'amore, principio di unione , di fratellanza, che Dio ha messo nel cuore, non nello spirito dell'uomo; l'amore, fonte inesauribile di carità. Un amore, una carità previdenti, provvidenziali, che danno la smania di aiutare i disgraziati, di migliorare la condizione del povero, di impedire il male, di diminuire il dolore e avviare al bene ogni classe di persone. Questo amore, questa carità, che pure, salvano da tanti guai, riparano a tante miserie, possono indebolire il sentimento di affetto fra i membri della famiglia; ma come fare altrimenti ? La società è così costituita che è indispensabile provvedere ai mille bisogni di tanti e tanti soffocando forse nella grande opera pietosa gli affetti più naturali. Come provvedere ai bisogni morali e materiali dei bambini e dei fanciulli poveri, dei giovinetti discoli , dalle fanciulle pericolanti , dei ciechi e dei sordomuti, di adulti spostati e incapaci di lavorare, dei vecchi affraliti che sarebbero di spesa alle famiglie ? .. E ci sono, perciò varie specie di ospizi; quello dell'allattamento dei neonati, gli asili d'infanzia, gli orfanotrofi, i ricoveri per i discoli, le case provvidenziali per le giovinette in pericolo , per gli adulti che hanno bisogno di lavoro, per tutti i disgraziati o quasi. Che sarebbe di questa moltitudine di poveretti se la società non pensasse a provvedere ai loro bisogni ? . . . Basterebbe l'affetto della famiglia a soccorrerli, a salvarli dal male ?... . Il cuore, il buon senso, il desiderio della famiglia, logicamente e santamente costituita, fanno pensare con una certa incresciosità agli istituti — per esempio — dell'allattamento dei neonati. Addolora l'idea che una madre deva assoggettarsi a la necessità di staccarsi dal seno la propria creatura, di affidarla per l'intera giornata alle cure degli altri ! E chissà quante poverette rinuncieranno con angoscia, quasi con gelosia, al dovere di allattare i loro piccini, di circondarli delle delicate cure richieste dalla loro debolezza! E vi rinuncieranno per mancanza di mezzi materiali, di tempo, magari Chi sa quante poverette dovranno sacrificare al lavoro nelle casi industriali, nei negozii, nelle famiglie, il piacere di tenersi presso i propri bambini in fasce. Ma come fare se il lavoro è necessario al pane della famiglia ? Sicuro; tutti lo sentono, tutti lo sanno: l'allattamento materno è desiderabile, come quello che offre, oltre molti altri vantaggi, quello di rafforzare i legami della famiglia, di mantenere le affezioni domestiche. La vista della culla eccita l'attività, insegna la previdenza, compensa la moderazione, impone rispetto all'uomo per la donna, comanda il sentimento della protezione. E il bimbo riceve cure, se non più igieniche, certo più tenere; e in tanto gli si figge nel cervello la rappresentazione della madre che lo allatta, del padre che lo accarezza, degli oggetti che lo colpiscono; e le prime impressioni che riceve dal mondo esteriore sono quelle della casa e dell'ambiente nel quale è destinato a vivere. L'alattare i proprii figli è uno dei più santi e cari doveri della madre. « Partorire con dolore — dice Mantegazza — è della femmina. Allattare il proprio figlio, riscaldarlo del calore del proprio petto, dargli un altra volta la vita con l'alimento del seno, è della madre ». Ma pur troppo ci sono delle madri che non sentono questo santo dovere e rinunciano con un sospiro di sollievo a l'incomodo di curarsi dei loro bimbi in fasce, e fanno impegni per affidarli, anche senza bisogno, agli istituti di allattamento. E che dire delle altre molte appartenenti alle classi agiate, che con tutta indifferenza affidano le loro creature alle balie, rinunciando al dolcissimo piacere di allattarle per schivare seccature, per non avere impicci, per non recar danno a la fresca bellezza ?.. Il sentimento della famiglia non può certo trovarsi nel cuore di queste madri: nè per esse gli istituti di allattamento saranno una prova di affievolimento nelle affezioni più intime. Vi sono bambini che passano i giorni della prima infanzia via di casa sempre o quasi. Sono mandati a balia, in campagna, o affidati per l'intero giorno a l'istituto di allattamento; a l'età di due, tre anni, li accolgono i giardini d'infanzia, da mattina a sera. Dai giardini d' infanzia passano alle scuole elementari, e nelle ore che corrono fra la fine della scuola e la sera, sono raccolti nella scuola e famiglia, ove la generosità pubblica li sorveglia mentre fanno i compiti o studiano le lezioni, procura loro svaghi sani e innocenti e quasi sempre del pane per la merenda. Questi fanciulli non si trovano in casa propria che la sera, quando i genitori sono tornati dal lavoro, e stanchi e spesso inaspriti, specie le donne, dalla continua obbligata assenza dalla casa, dalla necessaria mancanza dei doveri di madre di famiglia e di massaia, non sentono altro bisogno, altro desiderio che quello del riposo e del nutrimento non sempre corrispondente alle fatiche sostenute. Quel ritrovo della famiglia non è certo sempre allegro nè allietato dalla pace serena. In simili condizioni di cose come possono rafforzarsi i legami fra genitori e figli, fra sorelle e fratelli ?.. Poi che la società è costituita in modo che in molte classi, i genitori devono disertare la casa per il lavoro, e la donna non ha tempo o pochissimo di occuparsi della famiglia, conviene benedire agli asili, agli ospizii, alle scuole ed ai riareatori laici o religiosi, che nel miglior modo possibile, cercano di supplire a la famiglia raccogliendo i bambini, i fanciulli, gli adolescenti, per proteggerli contro la inerzia, l'abbandono, il malo esempio, per distoglierli dalla via del male che conduce a perdizione, che si oppone al morale progresso, a la economica floridezza della società. Un'altra istituzione che si deve benedire come provvida e pietosa è quella dell'ospizio dei vecchi. Non sono più capaci di lavorare, sono, acciaccosi, e dopo di avere cresciuto i figli, sentono che i figli non possono senza grave sacrificio sostenerli nei loro ultimi giorni di stanchezza, che dovrebbero per molti essere giorni di riposo meritato. L'ospizio li raccoglie, la carità li strappa a la miseria, offre loro tetto, vesti, vitto. La necessità li stacca dalla famiglia; non più vecchi o ben pochi nelle case del povero, non più la saggia voce dell'esperienza, la scuola del rispetto, l'affezione santa fra nonni e nepoti!... Un altro crudele, necessario strappo alle affezioni della famiglia !... Strappo crudele che ferisce il cuore e fa pensare. Ma non sorgerà dunque mai, mai una società abbastanza ricca e devota al dovere, che permetta al vecchio povero di morire dove ha vissuto, fra la gente che ama, seguendo le abitudini incontrate, circondato dall'affetto dei suoi ?.. Perchè la società non è costituita in modo da lasciare il vecchio povero nel posto che Dio gli ha assegnato, là dove l'uomo giovane e forte dovrebbe aiutarlo, la donna averne cura, i fanciulli sorridergli ed ascoltarne riverenti le parole ? E’ così dolce vedere la debolezza sorretta dalla forza, la infermità alleviata dalla salute fiorente, il capo canuto curvo su i riccioli biondi !... E’ invece triste l'ospizio ove sono raccolte tante vecchiaie, ove giacciono sepolti i ricordi, i desiderii, le languide speranze, non di rado il rammarico, qualche volta la sorda, impotente ribellione contro l'ingiustizia. E pure che sia mille volte benedetto l'ospizio che toglie il vecchio povero al freddo, a la fame e pur troppo anche a l'ingratitudine ! Ma che si possa sperare in un tempo in cui la famiglia sia costituita in modo che cessi d'essere necessaria questa pietosissima e grandiosa opera di beneficenza, in un tempo in cui le condizioni sociali sieno tali che l'amore e la gratitudine possano unirsi insieme, per offrire un posto d'affetto e di riconoscenza in seno della famiglia, ai vecchi affievoliti e impotenti al lavoro ! In Danimarca si concedono pensioni ai vecchi poveri. Per ciò fu approvata una legge il 9 aprile 1891: legge che andò in vigore il primo luglio dello stesso anno per tutto il regno, salvo Copenhagen e il suo sobborgo Frederiksberg, in cui andò in vigore nel 1892. Scopo della legge è di accordare pensioni, su fondi pubblici, ai poveri che hanno superati i 60 anni e che possono dimostrare come la miseria non sia per essi cagionata da vizi, o da condotta irregolare o dall' essersi privati di tutto a vantaggio dei figli o di altri. Gli aspiranti a la pensione, espongono lo stato loro e le rendite di cui godono, i debiti se ne hanno, gli aiuti che già hanno ricevuto ecc; e queste loro dichiarazioni devono essere attestate da due persone minacciate da severe pene se dicono il falso. Allora si fa un'inchiesta e si accorda la pensione se ne è il caso. Si può però appellare contro la risoluzione dell'autorità che ha applicato la legge. Nell'anno 1897 furono date in tutto il regno, 52,930 ensioni. Nel 1893, sopra 220 ersone, che avevano varcati i 60 anni, ve n'erano 30 he rice- vevano la pensione e dodici che da loro dipendevano (figli, mogli, ecc.); ma al principio del 1897, il numero dei pensionati era cosi cresciuto, che solamente su 180 persone sopra i 60 anni si trovava la stessa quantità di pensionati. In alcuni luoghi i pensionati sono alloggiati in case, alcune delle quali sono specialmente assegnate a loro soli, e nel 1896 ve n'erano 426 che ricevevano questo trattamento a Copenhagen, e 339 nelle altre parti del regno. Soccorrere con una pensione i vecchi, i quali se hanno famiglia possono vivere con essa senza essere di peso e soffrire avvilimento, cosa che prova il progresso nel sentimento filantropico. Come in tutto, anche qui c'è qualche inconveniente. Per esempio; molti che hanno o stanno per avere i 60 anni, cambiano di residenza per andare in luoghi dove sperano di poter ottenere una pensione più grande di quella che avrebbero liquidato se fossero rimasti nel luogo di origine, e ciò avviene principalmente dalle campagne a la città. Nè mancano questioni e difficoltà che debbono ancora essere risolute, come per esempio: se chi possiede una piccola proprietà possa godere della pensione accordata su i fondi pubblici, o se debba restare a l'autorità il diritto di rivalsa su la proprietà lasciata da un pensionato dopo la morte di costui. Li ogni modo questa legge ha un'azione benefica anche in riguardo ai suoi effetti morali. Il primo di tali effetti è quello di accordare al vecchio la possibilità di passare i suoi ultimi anni con le persone della famiglia; di evitare uno strappo crudele di abitudini e di affetti. Un altro quello di influire su la condotta. Il pensiero, il desiderio, la speranza della pensione, non possono a meno di essere di sprone al ben condursi, al meritare la stima pubblica, e insieme con la stima una sincera testimonianza di regolarità per il momento opportuno. Nel secolo XIX la famiglia del povero fu soccorsa e istruita; ma i vincoli fra i membri che la compongono non vennero rafforzati. E pure non mancò il desiderio di educare negli animi il sentimento della famiglia. Molti sono gli esempi che lo dimostrano, e fra questi il seguente, che si riferisce agli orfanelli. L'istituzione degli orfanotrofi é antichissima. La sorte dei poveri fanciulli privi dei genitori, ha sempre impietosito, ha sempre destato un sentimento generoso. Ma gli antichi orfanotrofi non miravano ad altro che a dare agli sventurati fanciulli senza difesa, un asilo ed una protezione, contro i pericoli d'ogni genere che li minacciavano, senza curarne l'educazione, se si toglie la religione, grossolanamente impartita. Al genio della moderna carità era riserbato di risguardare sotto un aspetto più largo e più filantropico questo genere di benefici stabilimenti. Gli orfanotrofi si propagarono rapidamente in Italia più che negli altri paesi. L'ospizio degli orfanelli fondato in Roma nel secolo XVI, destinava e preparava ad utili professioni i ragazzi ricettati, e il cardinale Salviati vi unì un collegio per i fanciulli che a dodici anni, mostrassero di avere attitudine a l'istruzione letteraria. Papa Innocenzo XII fondò poi un secondo orfanotrofio annesso al grande ospizio apostolico, di S. Michele, nel quale si insegnano le arti meccaniche e le liberali. I due grandi stabilimenti per gli orfanelli di Milano, i Martinetti e le Stelline rivaleggiano con quelli di Roma, Tutte le città ormai hanno il loro orfanotrofio. E i ricoverati ormai non sono tutti obbligati a star reclusi il giorno intero nello stabilimento. Si trovò che nell'officina dell'ospizio, il fanciullo compie per lo più senza passione il suo dovere. Non vi è nulla che ecciti il suo ardore; nulla che lo divaghi e con la divagazione gli rafforzi la volontà. Si è quindi pensato di disseminarli nelle botteghe e nei negozi privati. Così gli orfani possono scegliere il mestiere o l'arte verso cui si sentono inclinati ; la speranza del lucro e l'emulazione servono loro di stimolo; imparano non solo l'arte o il mestiere, ma anche il modo di vivere in società; quindi a fare frequenti e utili osservazioni sul proprio carattere; e sopra tutto a farsi un'idea della famiglia, ne respirano l'aura vitale e educano nel loro cuore quei sentimenti d' affetto che non possono essere svegliati e sviluppati in un ospizio.
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