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Un fatto di cronaca

Autore: Steno, Flavia - Editore: - Anno: 1932 - Categoria: letteratura

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Di rientrare subito e trovarsi solo nel suo appartamento da scapolo, Nico Lusardi non si sentiva proprio. Gli avvenimenti della serata lo avevano depresso in una misura che egli avverti soltanto quando fu nella strada con la sola compagnia del silenzio e dell'ombra. Come un rifugio, il pensiero del Circolo gli si presentò subito : non ne aveva mai apprezzato così l’esistenza e l'opportunità. Vi si avviò dunque presentendo già a distanza la benefica influenza che l'ambiente, sempre fervido di vita, avrebbe esercitato sul suo spirito. Ora si chiedeva, camminando, per quali bizzarre misteriose disposizioni egli fosse stato portato quella sera alla tragica vicenda che aveva travolto l'esistenza di Jetta e colpito così duramente quella di Sandro. Quale incontrollabile impulso lo aveva spinto quella sera a fermare l'amico, ad accompagnarsi a lui, a seguirlo nella sua casa? - Siamo circondati da sensazioni e disposizioni misteriose - concluse. Su al Circolo gli venne incontro l'usciere ad avvertire che avevano telefonato, cercandolo, da casa sua. - Un consulto urgente - pensò. E poiché la cosa avveniva sovente non se ne preoccupò. Ma non si trattava di un consulto. Al telefono, Domenico, il suo cameriere, lo informò dell'arrivo improvviso di una parente. La notizia sorprese Lusardi; non aspettava nessuna parente, non sapeva di quale fra le diverse zie e cugine che aveva sparse in Lombardia e in Liguria potesse trattarsi. Però si accontentò di dire: - Pregala che venga al telefono. - La sveglio allora? - Come, la svegli? - Perché s'è addormentata, signor professore. Sono tre ore e più che è arrivata. Io l'ho fatta passare nello studio e le ho chiesto se dovessi prepararle un boccone. Ma non ha voluto nulla. Poco fa sono entrato per dirle che avevo preparato la stanza dei forestieri e l'ho trovata addormentata. Ma non t'ha detto il nome? No signor professore. M'ha detto appena che è una parente del signor professore. - Giovane o vecchia? - Giovane, giovane, signor professore. - Bene Non disturbarla. Fra poco vengo io. Era deciso ad andarsene subito a casa curioso adesso, di vedere questa parente che si presentava alle nove di sera sen.a essersi prima annunciata. Passò rapidamente in rassegna le zie nessuna giovane più, quindi, tutte da e du dorsi e le cugine. Ne aveva parecchie. Una s'era sposata da poco e non era stata fortunata. Chissà perché, immaginò che dovesse proprio trattarsi di lei. Si sarà guastata del tutto con suo marito e verrà a darmi qualche guaio! Mentre attraversava la stanza dov' era la cabina del telefono, venne fermato dal critico dell' Ambrosiano che gli domando: - Sapete della disgrazia toccata al povero Viola? siete amico voi, vero? Sapevano già! - So Ho lasciato l'avvocato Viola adesso. Giunse subito, nelle altre sale, la voce che Lusardi aveva lasciato allora allora il Viola e Nico si trovò intorno, subito, una dozzina d'amici tutti avidi di notizie. - Non c'era più niente da fare, vero? - chiese uno che riteneva che Lusardi fosse stato chiamato per tentar di salvare la povera signora travolta. Il giovane professore ebbe un gesto che diceva l'ineluttabile. - Ma non l'hanno neanche portata a casa! - osservò il critico che per primo aveva abbordato Lusardi. I commenti s'incrociavano. - Chissà il Viola! - Ma ha un'amante, no? - Quando ci saranno i funerali? Fu ancora il giornalista che informò: - Domattina subito. Poi, lasciano il corpo a disposizione dell'autorità per l'autopsia. - Bisognerà andare - disse uno. Lusardi si liberò un po' bruscamente. Era impaziente d'uscire. Adesso, non si sarebbe fermato nemmeno se non avesse avuto la sollecitazione della telefonata. Era salito al Circolo per liberarsi dall'incubo ed ecco che ne era dominato ed oppresso. Nel percorso tra la sede del Circolo che era in via Monte Napoleone e casa sua, in via del Gesù, lo accompagnò ancora quel pensiero dominante : - Come si diffondono subito queste notizie!... Sanno anche della relazione di Sandro. Se lui lo sapesse!... Chissà se avrà il coraggio di continuarla?... Purché quella non sia capace di farsi sposare!... Poveraccio! Chissà che notte passerà! Domattina ci devo andare presto; gliel'ho promesso. Bisogna che mi ricordi i fiori. Povera Jetta! Per la prima volta l'immagine di lei gli apparve come era scolpita nel suo cervello e nel suo cuore. Fino allora, egli aveva soffocato il senso d'angoscia che gli dava il saperla morta. Adesso, accettò il pensiero, lo guardò in faccia, lo interrogò. Non avrebbe più veduto Jetta. Era finita la speranza non coltivata ma, forse, ugualmente viva, e suo malgrado, in fondo al suo spirito, di poter alimentare il suo amore altrimenti che di desiderio vano, di tormento e di gelosia. Jetta era morta. Moriva la speranza, ma, insieme, anche il dolore. Jetta era morta, morta, morta! - Non mi capacito ancora - disse a se stesso - mi par di vivere un incubo da tré ore a questa parte. Poi, il pensiero deviò, accompagnò Jetta in quell'ultimo pomeriggio della sua vita, nella passeggiata fatta con l'amica, lungo le strade che aveva dovuto percorrere nel ritorno verso casa, fino al punto dove era avvenuta la disgrazia. - Ma come ha potuto farsi travolgere? - domandò a se stesso. - Bisogna dire che fosse molto distratta, oppure preoccupata. Chissà che pensava? o a chi? dire che se invece di tornarsene a piedi avesse preso un taxi in piazza Castello a quest'ora sarebbe viva e riposerebbe tranquilla nella sua bella casa... L'abitudine dei trapassi filosofici gli impose, a un tratto, la meditazione sulla precarietà e la terribile incertezza della nostra esistenza. Se ne liberò soltanto dinanzi al portone di casa, quando gli tornò il pensiero della parente che lo aspettava su. - È ritornata nello studio, signor professore; m'ha chiesto un libro - lo informò Domenico mentre lo aiutava a togliersi il soprabito leggero in anticamera. - Benissimo. Con una lieve esitazione, il vecchio servitore domandò : - Devo stare ancora alzato, signor professore? - La stanza dei forestieri m'hai detto che è pronta, vero? - Sissignore. - Allora, va pure a dormire e svegliami alle sei. - Così presto, signor professore? - Sì. A proposito: domattina ricordati di telefonare prestissimo per ordinare una bella corona di violette e mughetti, ma assai bella. - Una corona da morto? - domandò Domenico con l'aria compunta che l'interrogazione comportava. - Eh, già! - La faccio portar qui? - Qui? Il sonno ti incretinisce, mi pare! Darai l'indirizzo: Camera mortuaria dell'Ospedale Maggiore: per la signora Viola. Con la confidenzialità che i tanti anni di servizio autorizzavano, il vecchio servo domandò : - È morta la mamma del signor avvocato Viola? Oh poveretta! - Non la mamma, la moglie. - La moglie? così giovane? mica di parto a volte? - No. - E... all'ospedale è morta? Brusco, voltandogli le spalle, Lusardi disse: - Per istrada è morta. Sotto un'automobile! - Oh Signore, Signore! Gesummaria! Oh che grande disgrazia! Borbottava ancora mentre si avviava verso la sua stanzetta, il vecchio Domenico. Nico Lusardi passò nella propria camera, si guardò nello specchio quasi a riconoscersi, corrugò la fronte in faccia al proprio viso stravolto; stirò le braccia e buttò indietro la testa come se volesse, con quell'atto, gittarsi dietro le spalle tutte le tristezze che l'opprimevano. Passò poi nell'attiguo gabinetto da bagno: si rinfrescò. - E adesso - disse a se stesso - andiamo a vedere la signora parente. La porta dello studio era spalancata. Ne attraversò svelto e sicuro la soglia, ma per arretrare subito, allibito, con un urlo soffocato. In mezzo allo studio stava ritta, viva, florida e ben tangibile, Jetta Viola. Che ella fosse realtà viva e non fantasma o allucinazione, Nico Lusardi si rese immediatamente conto. L'improvviso terrore della sorpresa violenta era svanito con l'urlo che gli aveva strappato. Rimaneva lo stupore, enorme, che paralizzava ancora i suoi gesti e la sua voce. L'incubo venne dissipato da una risata della donna. - Ma guarda che paura gli ho fatto! Devo esserne lusingata od offesa? - Jetta, voi; - potè esclamare Lusardi passandosi la mano sulla fronte a dissipare il turbinìo di pensieri, di domande, di dubbi che gli davano la vertigine. - Io, io, in carne e ossa! Capisco che siate sorpreso, ma a questo punto! - Scusate, scusate; voi non potete sapere... - Insomma, disturbo? La voce adesso era corrucciata. E il desiderio di dissipare quel dubbio nella bella creatura che non gli era mai parsa così deliziosa, animata come pareva da una strana eccitazione, che la faceva terribilmente affascinante, soverchiò nel giovane ogni perplessità. Egli fu d'un tratto vicino a lei, le prese le mani, si chinò a baciarle, pregò: - Perdonatemi, Jetta. Il trovarvi qui tutto a un tratto mi ha sconvolto. TI caro volto si rasserenò! - Meno male! Temevo già d'essermi sbagliata venendo qui. Una simile accoglienza, dopo tré ore che vi aspetto... - Ma perché? perché? - Perché sono qui, volete dire? Un'altra volta il sorriso scomparve dal suo vólto che improvvisamente parve alterato da una espressione di viva sofferenza. - Sì, ditemi! - Non torno più da mio marito - ella disse guardando in viso Lusardi per leggervi l'effetto delle sue parole. Il giovane sussultò. Il dramma che stava per apprendere nei particolari egli lo intuiva già. - Guardate. Prima che Jetta avesse preso, con gesti pieni di repulsione, la borsetta che aveva collocato sulla poltrona, egli indovinò le parole che ella stava per dirgli « La borsetta era in tutto identica a quella che il vetturale aveva portato due ore prima a Sandro Viola ». E una frase dell'amico ritornava adesso alla memoria di Lusardi : « Faccio loro gli stessi regali: un profumo, una borsetta...» - Questa borsetta è dell'amante di mio marito! - Ma che dite mai? - egli balbettò senza quasi sapere quello che diceva soltanto perché le conveniente e un vago senso del suo dovere di gentiluomo gli suggerivano quella frase. La sorpresa che le sue parole dicevano, fece scattare Jetta. E tutto il dolore, il rancore, l'offesa che da qualche ora ella chiudeva dentro e che la soffocavano, proruppero a un tratto in un profluvio di frasi intercalate da singhiozzi e da gemiti. - Vi sorprende, eh? anche voi non l'avreste creduto? e io, e io? credevo in quell'uomo come in Dio! ero orgogliosa del suo amore più che se fossi stata una regina! Sciocca! sciocca! bastavano una parola, una carena per addormentarmi! credevo di possederlo come il sangue che ho nelle vene! ed era l'altra che lo possedeva invece! Non credete? guardate! guardate! Sotto gli occhi attoniti di Lusardi ella collocava adesso un ritratto di Sandro attraverso il quale era scritto, con la caratteristica scrittura di Viola : A Lu, scimmiottino adorato, il suo Sandro. - Bestia! - scattò a dire il giovane. L'esclamazione era rivolta a Sandro Viola come se egli fosse stato presente e voleva dire: « Ma come hai potuto comprometterti in modo così idiota? forse che si da il proprio ritratto con dedica a una piccola amante passatempo quando si hanno una moglie e una situazione sociale? » Ma era così impensata, quell'esclamazione, che Jetta si arrestò nella marcia nervosa attraverso la stanza e guardò Lusardi stupita. - Bestia? Ah, come si trattasse d'un errore soltanto? Già, siete un maschio anche voi! la famigerata solidarietà dei maschi! E io che... Un singhiozzo le spezzò la parola e buttò Lusardi fuori di sé. Era lui che la faceva piangere? lui? Non vide, non comprese più altro. Fu ai piedi di Jetta, supplice. Che cosa le disse? quali parole uscirono dalle sue labbra? forse, quelle che neppure nel segreto del suo cuore egli aveva osato pronunziare. Ma vide il volto di Jetta trasfigurarsi a poco a poco e non più la tempesta di prima riflettere, ma un turbamento nuovo che esaltò Lusardi e lo trasportò fuori dalla realtà. Egli non pensò che era stata la disperazione della gelosia a guidare i passi di Jetta verso la sua casa; non pensò che la docilità e l'apparente gioia con la quale ella ascoltava adesso, le sue ardenti parole potessero non essere, in fondo, che una rappresaglia d'amore; una sola cosa vide: che Jetta, ferita, offesa, infelice, era corsa a lui per conforto e per salvezza, sicura di trovare e l'una cosa e l'altra perché aveva intuito il sentimento profondo che egli nutriva per lei. ...Quella parentesi di vertigine gli ha tolto anche il ricordo della terribile vicenda di quella notte. Così viva, così mirabilmente viva, giovane e ardente è la creatura che lo tiene avvinto alle sue ginocchia che egli ha scordato totalmente di averla contemplata morta, due ore prima, e con un senso di orrore superante fors'anco lo schianto. Il ricordo gli toma a un tratto, e con aspetto d'incubo, a una precisa osservazione, un po' puerile, che Jetta, superato presto il turbamento che l'ha un momento travolta, gli rivolge: - Non mi ha nemmeno chiesto come ho fatto a venire in possesso di questo ritratto! Non gliel'ha chiesto perché lo ha indovinato : c'è stato uno scambio delle due borsette identiche. Indovina anche il come sia avvenuto. Non ha detto la Carelli, a Viola, che Jetta era stata con lei al Cova e che vi aveva fatto un giro di ballo? E non ha egli saputo da Sandro che la sua piccola amica spiava Jetta e la seguiva? L'ha seguita; è entrata come lei al Cova; e, volontariamente o per errore, ha preso la borsetta di Jetta e l'ha sostituita con la sua, forse appunto mentre ella ballava. I dati che egli conosce gli permettono di ricostruire la scena anche meglio che Jetta non sia in grado di farlo. Ella gli racconta, infatti, con una profusione di particolari inutili, d'essersi accorta che la borsetta non era la sua, quando, dopo lasciata la Carelli, in cima a Via Dante, aveva preso un taxi per tornar presto a casa. Appena salita e aperta la borsetta per cavarne fuori il borsellino, s'era avveduta d'avere fra le mani una borsa non sua. E stava già per dare al conducente l'ordine di portarla al Cova per rintracciare la propria e lasciare quella a disposizione della proprietaria, quando le era venuto fra le mani il ritratto. - Fosse stato memora più tardi, sarebbe già stato troppo buio per poter distinguere la fisionomia. Così, vidi subito... e credetti d'aver le traveggole! Proprio, sulle prime, pensai a una rassomigliala; ma c'erano le parole: la scrittura di Sandro; il suo nome! e quella borsetta identica alla mia! ah, guarda: m' è parso così cinico e così offensivo che egli facesse lo stesso regalo a colei e a me che ho pianto di rabbia! Quel particolare, così femminile, fa sfumare un sorriso sul volto di Lusardi. Jetta non se ne avvede. - Mi son venute mille idee, mille propositi: andare in cerca, di costei... Perché ci sono i suoi biglietti da visita nel portafoglio; guarda: Luisella Arienti, via Panfilo Castaldi 14. LuisellaLu! capisci. Andare a casa e dire a Sandro quello che gli andava detto e poi far le valigie; andare alla stagione, prendere il treno per Torino e tornarmene a casa mia. Lusardi è impallidito un poco. - Oh! - egli dice con voce di rimprovero - tutto questo fu pensato prima di pensare a venire da me! È vero. Jetta se ne accorge adesso un po' con sorpresa e un po' con confusione. L'istinto le suggerisce le parole da dire, le parole che non rispondono affatto alla verità ma che debbono tranquillizzare Lusardi e vi riescono. - Vedete? non si dovrebbe mai dire nulla di quello che ci passa per la testa quando si è sconvolti. Perché, in realtà, che cosa sappiamo noi, dopo, quando il turbine è passato? Io ho pensato tutto quello, forse, certo, ma in un attimo, come in una vertigine. Certo, in assai minor tempo di quello che non mi sia occorso per raccontarlo. E in realtà c'era qualche cosa di ben più intimo e profondo dentro di me; qualche cosa che non s'è espresso, forse, in un pensiero preciso... ma che m'ha guidato fin qui. La confessione che dissipa ogni nube è suggellata dalle labbra del giovane. - Mi tenete qui, con voi? - Se ti tengo! per sempre sei mia poiché è il destino che ti ha data a me! Con più profonda voce soggiunge: - Proprio, il destino! - Come lo dici! Da un momento Nico Lusardi si chiede se debba narrare a Jetta la tragica fine della sua rivale e il macabro equivoco seguito. Egli sente che sarebbe il suo preciso dovere di farlo. Informare lei; avvertire Sandro. Ma, e poi? Ha paura delle possibili conseguente. Di una sola conseguenza: la probabile perdita di Jetta. Perché, quel suo proposito di abbandonare per sempre Sandro, resisterebbe quando ella venisse a sapere che il destino stesso s'è incaricato di vendicarla, che la sua rivale non esiste più, che, forse, suo marito le sarebbe ritornato per sempre? E, ammesso anche che ella restasse ferma nel suo proposito di non rientrare più nella casa di suo marito, come accoglierebbe il fatto che lui, Nico, abbia potuto saperla morta, contemplarla morta e serbarsi tranquillo come ella lo ha veduto? Crederebbe ancora al suo amore? persisterebbe nel proposito di restare con lui per sempre? No. Il coraggio di arrischiare quella felicità che gli si è appena prospettata, Lusardi non l'ha. Avrebbe potuto parlare, prima, appena riveduta Jetta; adesso che l'ha tenuta sul suo cuore, che ha toccato le sue labbra, non più! - Ma perché, perché - si dice - dovrei rinunciare alla mia felicità? Un'altra voce, quella non dell'innamorato, ma dell'uomo, sorge a ricordargli la responsabilità enorme che egli si assume tacendo l'equivoco che lascerà credere morta una creatura viva e sana, ingenerando la possibilità di chissà quante complicazioni. - A questo - egli risponde a se stesso - penserò più tardi. C'è sempre tempo per una denuncia magari anonima che ristabilisca la verità. Più tardi, quando avrò portato via Jetta con me, lontano così che nessuno possa rintracciarla più. Stabilito così il suo programma, egli risponde a Jetta: - Lo dico con gravita perché io sento che da quest'istante comincia, per noi, un'altra vita. - Sì - assente, più smarrita che convinta, la donna. Egli se l'è attirata un'altra volta sul cuore mentre le parla, e la stordisce dolcemente, lentamente con lievi carene che dicono il suo desiderio e, insieme, lo contengono. Non vuole approfittare dell'abbandono e fors'anche del risentimento della donna per averla di sorpresa. Jetta sarà sua quando, degli eventi che l'hanno portata fra le sue braccia, esisterà in lei soltanto il ricordo e non l'amarezza. Quando ella lo amerà come egli l'ama : unicamente. - Il nostro amore - egli le sussurra sul volto - deve essere più grande di una rappresaglia. - Sì, sì! C'è, nelle sensazioni che tengono Jetta, una vaga soggezione, adesso, per quell'uomo che le sembra d'imparare a conoscere. Vagamente ella si sente delusa di non trovarlo esclusivamente amante, e tuttavia gli è grata di sentirlo così. Nel viluppo d'impressioni che la agitano una, adesso, domina : la certezza d'avere accanto una tenerezza protettrice. - Andremo lontano - le dice, adesso, Lusardi. - In America, in Oriente, dove vorrai. Quando Nico l'accompagna nella stanza dove Jetta passerà la notte, i propositi d'avvenire sono già stati concretati in un preciso piano del quale Lusardi ha fissato per il giorno dopo l'attuazione con questo primissimo punto: alle undici precise, partenza per Genova.

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