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Un fatto di cronaca

Autore: Steno, Flavia - Editore: - Anno: 1932 - Categoria: letteratura

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Un sabato: fine d'aprile e fine di giornata. Il tempo era così bello e la stagione cosi mite che uscendo dal palazzo di Corso Torino dove aveva lo studio, l'avvocato Sandro Viola sostò un istante sul passo del portone a guardarsi attorno e a fiutar l'aria. Era appesantita, questa, da tutti i vapori della città più intensi e più impuri in quell'arteria brulicante di umanità in movimento, eppure portava e conservava, intimo, segreto, un sentore di primavera che Sandro Viola avvertì e che gli fece pensare a un tratto : - La campagna dev'essere uno splendore! Altri pensieri seguirono : - Jetta ha ragione; è tempo di comprare l'automobile. L'avessi, in giornate come questa non sarebbe poi cosa impossibile rubare un'ora o due al lavoro e fare una corsa fuori, fino in Brianza, fino ai laghi; il tempo di respirare una boccata d'aria e di accorgersi che esiste qualche altra cosa oltre la professione e un altro mondo oltre quello che limita la mia vita tra Corso Torino dove lavoro e Corso Venezia dove vivo. Poi, subito, una sorridente maliziosa aggiunta : - E via Spiga. Ma sì! Mettiamo pure anche via Spiga! Il pensiero deviò. Erano le sette; in casa sua non si andava mai a tavola prima delle otto. Quell'ora sarebbe stata squisita trascorsa in via Spiga. Se quella capricciosa lo avesse voluto! Ma sì! strapparle un convegno un pomeriggio di sabato inglese? S'avviò lungo il marciapiede scansando come poteva gli urti dei passanti frettolosi e affaccendati, girando attorno ai piccoli assembramenti di donne che incessantemente si formavano e riformavano intorno alle vetrine, commentando fra sé lo spettacolo fantastico di quella fiumana di folla mai sostante, mai esaurita, che dava immediata, evidente la sensazione della vita e della ricchezza della città. In Piazza del Duomo, sul nuovo amplissimo sagrato steso come un tappeto granitico dinanzi alla prodigiosa Basilica, respirò profondamente. Ah, come era bello camminare senza sentirsi urtare e senza dover manovrare con tutta la possibile facoltà d'attenzione per non lasciarsi investire e travolgere! Un'altra volta vide con gli occhi del desiderio e dell'intenzione l'automobile che Jetta desiderava e che egli avrebbe comprata. Era una spesa che poteva fare senza sacrificio ormai: lo studio prosperava; a trentacinque anni egli poteva dirsi un arrivato; lo consideravano sicuramente tale gli amici e i colleghi; da un pezzo egli si poteva concedere il lusso di scegliere le cause che gli piacevano e di respingere le altre e nella scelta metteva davvero un criterio di lusso che, per vivere largamente, gli bastavano ormai i tré lauti assegni annui che egli percepiva come legale di due Anonime e di una Banca importantissima. - Dovrei averla già l'automobile - si disse a mezza voce. - Anche per la gente. Era un lusso di quelli che innalzano, e Jetta la desiderava tanto! Le avrebbe fatto quella sorpresa : non fosse che per rifarsi un poco, di fronte alla propria coscienza, dei torti che le faceva, che ella, s'intende, ignorava ma che non per questo erano meno esistenti e reali. Seguì il Corso Vittorio Emanuele passando in rassegna mentalmente i diversi tipi di macchine italiane ed estere. All'altezza di via Monte Napoleone aveva già scelto il tipo. Soddisfatto della decisione, si diresse automaticamente - secondando lo stimolo della sete che provava e che non aveva ancora avvertito - verso relegante bar che era sulla sua destra. Entrò; comandò; e si accingeva a sorbire l'aperitivo richiesto quando il battere di una mano sulla sua spalla lo fece rivolgere di scatto: - Lusardi! come va? - Bene; come a te, d'altronde. Hai una cera che riconcilia con la vita. Vi si legge tutto: la salute, la serenità e anche la prosperità. - Nientemeno! Speriamo di non incontrare l'intendente di Finanza, allora! Cosa prendi? - Ho preso. Ti ho visto entrare mentre uscivo e son tornato indietro. Non è facile trovarti dacché sei diventato un pezzo grosso. - Bravo! Chi parla! Mi dicono che i poveri diavoli che hanno bisogno di farti sentire come va il loro macchinario interno debbono fissare il loro consulto almeno otto giorni prima. - Ho molto da. fare, sì. - Per questo non ti si vede più. Una lievissima ombra che Sandro Viola non avvertì passò sul volto asciutto, nervoso e intelligentissimo di Nico Lusardi. - Già. - Dove andavi adesso? - Al Circolo. Pranzo quasi sempre là. - Quando ti decidi a prendere moglie? - Mai. - Perché? - Non ho tempo. - Ne occorre così poco! - Per prenderla. Ma per tenerla? Bella vita farei fare a mia moglie! Tra il gabinetto e i consulti sono preso tutto il giorno e, spesso anche la notte. - Ma, più o meno, avviene per tutti i mariti così. Tu hai il gabinetto e i consulti; io, lo studio e il Tribunale; un altro i fabbricati, l'officina, l'impiego. Allora sì! Nessuno si sposerebbe più se volesse poter star vicino alla pròpria donna. - Appunto per questo poche donne sono felici nel matrimonio. Noi medici siamo forse in grado di giudicare meglio di voialtri avvocati. - Va là che ne sentiamo delle belle anche noi. Proprio ieri è stata da me una donnina... E qui l'avvocato Viola prese a narrare all'amico d'una causa di divorzio che gli era capitata il giorno prima. Nico Lusardi lo ascoltava distratto. Risalendo il lungo Corso Venezia a fianco dell'amico, una immagine lo accompagnava, quella della moglie di lui, Jetta, che aveva prodotto una vivissima impressione sui suoi sensi fin dalla prima volta che l'aveva veduta e che, a poco a poco, gli era entrata dai sensi nell'anima. La ragione vera per la quale egli aveva rallentato i suoi rapporti con Sandro Viola, suo condiscepolo dal Liceo all'Università, suo amico d'adolescenza e di giovinezza, era stata appunto quella simpatia trasformatasi subito in un sentimento più profondo per la moglie dell'amico che nella sua dirittura egli non intendeva d'insidiare e che, d'altra parte, non poteva avvicinare senza soffrire. Nessuno conosceva quel suo sentimento segreto; egli era riuscito a nasconderlo anche a colei che ne era l'oggetto, risoluto com'era a non alimentarlo neppure con gli sterili e snervanti romanticismi del sogno. Ma senza che egli se ne avvedesse, quel sentimento aveva modificato a poco a poco anche le sue disposizioni verso l'amico. Molte cose che prima o non aveva avvertite, nel Viola, o che aveva considerate con indulgenza, adesso lo urtavano: la sua sicurezza anche sentimentale; la sua capacità a godere della vita totalmente; l'assenza assoluta, in lui, di una vita intcriore. Non aveva sofferto di frequentarlo meno; e non sapeva nemmeno lui a qual movimento segreto avesse ubbidito, quella sera, ritornando sui suoi passi per salutarlo, nel bar. Stava chiedendoselo, annoiato del racconto che Viola prolungava, quando si accorse che questi s'era fermato. - Sai che devi fare? Poiché non hai impegni, sali e pranzi con noi. Jetta sarà contentissima di vederti. Nico Lusardi, che alle prime parole d'invito s'apparecchiava a rispondere con un rifiuto, al nome di Jetta si difese lentamente. - Non posso. Ho un impegno. - Un consulto? - No. - Donne? Canaglia! - Macché donne! - scattò, subito irritato, il Lusardi. Sandro Viola parve sorpreso, diede un'occhiata rapida all'amico e concluse subito secondo la propria psicologia: - Deve avere una donna che gli da delle noie. Si fece quasi affettuoso per insistere. - Vieni su; se non si tratta ne di malati ne di donne, non può essere un impegno serio. Nico Lusardi si lasciò vincere. Sul pianerottolo del secondo piano, mentre suonava. Viola disse: - Che bella sorpresa per Jetta. Chissà come sarà contenta! Ha molta simpatia per tè. - Bontà sua. Il tempo che trascorse tra lo squillare del campanello e il rumore, all'interno, di un passo che si avvicinava rapido, parve lunghissimo a Nico Lusardi. Sentiva il pulsare precipitato delle proprie arterie e una sensazione di angosciosa felicità alla quale si abbandonò senza reagire. Quell'orgasmo che tutta la sua volontà non sarebbe valsa a vincere, cadde subito non appena, aperta la porta, la cameriera informò, rivolta all'avvocato: - La signora non c'è ancora. Jetta non c'era! respirava! Non si sarebbe trovato faccia a faccia con lei improvvisamente; avrebbe avuto il tempo di riconoscere l'ambiente e le cose intorno e di comporsi la fisionomia banalmente cordiale con la quale l' avrebbe salutata quand'ella fosse apparsa. - Vieni avanti, - disse Sandro Viola precedendolo. Le tre porte che davano sull'anticamera, aperte tutte, lasciavano scorgere, a destra, la sala da pranzo già preparata con eleganza; al centro, un salottino che doveva essere quello dove Jetta riceveva abitualmente e a sinistra lo studio di Viola, arredato con senso di modernità e con una severità che l'abbondanza di comode poltrone ammorbidiva. Fu qui che Sandro Viola precedette l'amico. - Mentre aspettiamo Jetta - disse - facciamo due chiacchiere e beviamo un « cocktail ». - Ma se abbiamo bevuto dieci minuti fa! - E che vuoi dire? Sentirai cosa ti so preparare, io! Veramente, la ricetta è di mia moglie... - Ah! - Fra noi, credo che l'abbia letta in qualche posto, ma è meglio fingere di credere che sia sua. A lei fa piacere e a me non importa niente. - Questo, è quasi della psicologia! - E che credevi? che io non sapessi avere queste finezze? Rideva, Sandro Viola, chiacchierando, e si muoveva, anche: aveva suonato, ordinato un coporto di più in tavola e l'occorrente per il « cocktail », e adesso, seduto dinanzi al tavolino che aveva spinto presso la poltrona dove Nico Lusardi s'era sprofondato, cominciava le complicate operazioni della composizione del «cocktail». - Con le donne, caro mio, bisogna abbondare sempre in concessioni nelle cose secondarie. - E nelle importanti? - Anche... se si può. Rise, d'un riso malizioso che voleva lasciar sottintendere molto. - Tu? - interrogò, preciso, Nico Lusardi. - Si fa quel che si può. Tornò al sentenziare che gli piaceva tanto. - L'importante, vedi, nel matrimonio, è di dare intera e perfetta l'illusione della fedeltà. Ah, quella, sì! Siamo giusti! noi andiamo al matrimonio sempre molto... allenati in fatto d'esperienze, diciamo così, sentimentali e pretendiamo, naturalmente, di. trovare una creatura nuova in tutti i sensi... - Credo bene! - Questa creatura che non deve aver conosciuto altro uomo che noi, non dovrà conoscerne altri in tutto il corso della sua vita. - S'intende. - Perciò il meno che noi possiamo fare è quello di lasciarle almeno l'illusione che anche per noi ella è diventata ormai l'unica creatura della nostra vita. Non ti pare? - Mi pare che si potrebbe e dovrebbe fare qualche cosa di più. - Cioè? - Renderle esattamente quello che esigiamo da lei. - La fedeltà? - Sicuro. - Non esageriamo. Non è colpa nostra se natura ci ha fatti poligami. - O se a noi fa comodo di ritenerci tali. FLAVIA STENO - Tu, medico, credi davvero che all'istinto sia possibile la fedeltà? - Che domandai L'istinto è errabondo, ma la volontà e il sentimento devono e possono essere remore sufficienti a contenerlo. Anche la donna è, d'istinto, civetta, ma noi dividiamo appunto le donne in serie e frivole a seconda che sanno o non sanno superare quest'istinto. - Bevi! - fece a questo punto Sandro Viola trovando più comodo dissertare sul « cocktail che non sui doveri coniugali. - Buono, eh? - Eccellente, ma infernale! - Ho caricato un po' troppo col gin; ma, tanto, stasera non si lavora più. Macchinalmente trasse fuori l'orologio: - Le sette e tre quarti. Jetta è in ritardo. Dovrebbe già essere rientrata da tre quarti d'ora. Non sta mai fuori oltre le sette. - Un caso può sempre darsi. - Ah, certo. Dicevo per te. Mi rincresce che tu debba aspettare. - Io pranzo sempre tardi. - Davvero? Meno male! - Non ti preoccupare. Piuttosto, non versarmi più da bere, per carità! Si alzò, Nico Lusardi, fece qualche passo curiosando sui libri allineati nello scaffale che occupava tutta una parete, ne prese uno, lo sfogliò, disse con rammarico : - Non mi avanza più il tempo di leggere. Sono in arretrato di tutto. - A chi lo dici! Appena appena se io arrivo a informarmi sulle riviste di quello che succede nel mondo letterario. - Forse abbiamo torto di lasciarci abbrutire così dal lavoro! - Tu soprattutto che non hai famiglia! Per chi vuoi guadagnare tanto? - Credi proprio che io cerchi il guadagno? No; è la professione che prende. Ogni giorno c'è qualcosa di più da fare; lo si fa. - SI; l'ingranaggio. Lo conosco. Ma, in me, il lasciarmi prendere è un po' necessità. La famiglia costa. - Non hai figli. - Possono ventre. Poi bisogna pur distrarsi, vivere! Piantandosi dinanzi all'amico e prendendolo per le spalle, Nico Lusardi disse sorridendo : - Tu, vivi, eh! Il tempo per leggere ti manca, ma quello per divertirti, no! Ma a un tratto, con altra voce, soggiunse: - La conosco: graziosa. - Vide l'amico fare un gesto di sorpresa e d'allarme. - Come, la conosci? Cosa sai? Cosa si sa? - Eh, che sgomento! Una cosa seria, allora? Credevo fosse un passatempo. - No, ti prego, spiegati. - Io? bravo! Sei tu, caso mai, che devi, se credi, raccontare. S'era rimesso a sedere, e Sandro Viola lo imitò accostando la propria poltrona a quella dell'amico per poter discorrere senza alzare la voce. - No, raccontami, ti prego, quello che si sa e che si dice. Sono seccato, ti confesso. Speravo tanto che non fosse trapelato nulla! Una cosa senza importanza, d'altronde. E che neppure io so come sia avvenuta. Si ha accanto tutto il giorno una bella figliola, spesso si è soli... si discorre... prima di cose d'ufficio, poi anche... d'altro. Un giorno gli occhi s'incontrano, si sorride, si tenta un gesto e poi, poi... si perde la testa e si fa la scioccherà... Parlava concitato e nervoso e Lusardi lo ascol tava coi gomiti puntati sui bracciuoli della poltrona e le mani intrecciate. Disse poi con noncuranza : - Ah, è la tua segretaria? - Una delle mie quattro segretarie, sì. - Quattro? Accipicchia quanto lavoro! Ma sarà la prima in grado, suppongo, ormai? - Non fare dell'ironia, Lusardi, ti prego! Dimmi piuttosto come hai saputo, tu? - Saputo, niente. Vi ho veduti. - E dove? quando? - Come vuoi che mi ricordi quando? Dove, sì: uscivate insieme da un cinematografo! Ti confesso che lì per lì pensai a una conquista appunto, come dire? d'ambiente. E non me ne sarei nemmeno ricordato più se tu non avessi in certo qual modo alluso a conquiste, poco fa. - Soltanto questo? non hai sentito nessuna chiacchiera? - Nessuna. - Meno male. Mi sarebbe seccato assai. Chiacchiere, no, non ne voglio. - Naturale. È in giucco il prestigio della tua serietà professionale. - E la mia pace domestica, soprattutto. Jetta ha fiducia in me e ha ragione d'aver fiducia... - Come, come? La disinvoltura dell'amico pareva, adesso, a Lusardi, incoscienza e sfacciataggine. - Ma sì, ti dico, sì! Tu non puoi capire. Cosa vuoi che conti una distrazione nel bilancio della felicità coniugale? Io non tolgo nulla a Jetta divertendomi un poco. Il mio bene per lei è intatto e oso dire, guarda, che sono anche più buono quando le faccio un torto. - Questo è elementare. - Ma guai se ella sapesse. - È gelosa? - chiese Lusardi con una punta di amarezza. - Irragionevole. Assoluta. Fantastica... Balzando in piedi a un tratto come si sovvenisse improvvisamente che stavano attendendola, esclamò : - Ma questo ritardo comincia a preoccuparmi. - Le otto e un quarto - fece Lusardi traendo l'orologio. - Ha voluto accompagnare la Carelli fino in fondo a via Dante. - E allora, tutto si spiega! Si sono lasciate alle sette; chissà che tua moglie non sia poi passata a prenderti in ufficio... - Impossibile. Non ci viene mai. - Allora, avrà voluto fare la strada a piedi, ci son le vetrine... Su, non ti preoccupare! - Ma son quasi le nove! - E adesso verrà. Verrà e ci conterà una storia che ci farà ridere tutti, vedrai, La preoccupazione di Viola era però così penosa che, per distrarlo, Lusardi portò ancora a poco a poco il discorso sulla sua piccola amica. Sulle prime, Viola resistette, poi, adagio adagio scivolò sulla via delle confidente. Lusardi seppe così che Luisella Arienti, detta Lu, aveva ventitré anni - uno appena meno di Jetta - ed era bruna, piccola e sottile come costei tanto da far dire a Viola che, dopo tutto, la sua non era che una mezza infedeltà in quanto egli restava fedele al tipo di Jetta... :- Una buona figliola, tutto sommato. - Ma che ti costerà parecchio... - Affatto. Ha così poche esigente! Le facciò qualche regalo, quando ne faccio a Jetta, guarda ! - Parità di trattamento. - Al punto che qualche volta faccio lo stesso regalo a entrambe: un profumo, una borsetta, un portacipria : sciocchete. Mi vuoi bene - soggiunse con un sorriso soddisfatto. - E non è gelosa di tua moglie? - Ah, questo sì, questo è il solo guaio della situazione. - Guaio grosso. - A chi lo dici! Sai che arriva a pedinarla? se io avessi messo alle coste di Jetta un detective non sarei meglio servito. - Ma è pericoloso! Jetta, la conosce? - No. - Meno male! Se se la trovasse era i piedi,. - No. Lu è prudente. Sa che se mi facesse succedere un guaio non mi vedrebbe più. L'orologio, in anticamera, suonò un rintocco. - Le nove e mezza! - fece Viola scattando in piedi, ripreso dall'orgasmo - qui è successo qualche cosa. La sua inquietudine era passata a un tratto anche in Lusardi: sì, ormai non poteva più essorci una spiegazione naturale a quel ritardo. Anche ammettendo che si fosse separata alle sette e mezzo dalla Carelli, non s'impiegano due ore da Piazza Castello a Corso Venezia. Senza contare che, sapendosi in ritardo, Jetta avrebbe prese. un taxi. Un sospetto che un momento lo aveva sfiorato - che Jetta potesse trovarsi « con qualcuno - fu subito dissipato dalla semplice considerazione che non si va da un amante dopo le sette di sera quando si hanno un marito e una casa. Chiese perdono mentalmente a Jetta d'averla sfiorata con un pensiero che era offesa alla sua onestà e poiché Viola, disperato, adesso, percorreva nervosamente la stanca esclamando : - Qui è successo qualche cosa! è successo qualche cosa! - propose a un tratto: - Vuoi che telefoni in Questura? La proposta cadde come una magata sul capo di Sandro Viola. - Dio mio! Dio mio! ma tu credi?... - Non credo niente. Ma siccome ti vedo così innervosito, ti propongo la sola cosa che possa, intanto, sgombrare i tuoi terrori. S'era avvicinato al tavolo, parlando e aveva già chiesto il numero della Questura. Il dialogo seguì, breve, serrato. Quando Sandro Viola che ascoltava stravolto ritto accanto al tavolo con gli occhi fissi in volto all'amico, lo udì ripetere quello che gli veniva detto dall'altra parte del filo: - No? Niente? - ebbe una reazione di gioia così forte che gli empì gli occhi di lagrime. - Hai visto? - gli disse Lusardi chiudendo la comunicazione e alzandosi a sua volta. Si sorridevano, adesso, liberati entrambi dall'incubo. Tuttavia, Sandro insistette quasi a provocare nuove assicurazioni. - Se ci fosse qualche cosa lo saprebbero, vero, in Questura? - Subito. - Perché hai dato il numero? - Me l'hanno chiesto, per ogni evenienza. Formalità. Non pensare più a cose catastrofiche. - Ma le pensavi anche tu. Sei stato tu a proporre di telefonare in Questura. - II contagio della tua inquietudine. Siamo due sciocchi. Tua moglie può essere stata trattenuta da chissà quale incidente banalissimo. Non sono ancora le dieci, infine! Le dieci suonavano in quel punto all'orologio dell'anticamera. Contemporaneamente, il campanello della porta d'entrata squillò. - Eccola! - esclamarono insieme i due uomini e Sandro si precipitò seguito da Nico Lusardi che adesso, e per l'inquietudine attraversata e per la commozione dell'imminente incontro si sentiva turbatissimo. La porta dello studio si aperse contemporaneamente a quella dell'ingresso che la cameriera subito accorsa schiudeva, ma non apparve l'attesa. Apparve invece, agli occhi attoniti dei tre, subito sgomenti, un individuo che immediatamente Nico Lusardi classificò: un vetturale. L'individuo teneva il cappello in mano e aveva l'aria imbarazzata, esitante. - Sta qui - chiese - la signora Jetta Viola? - SÌ - urlò più che non disse l'avvocato. E Lusardi, istintivamente lo afferrò per un braccio come a difenderlo o a trattenerlo poiché aveva intuito a un tratto che il dramma temuto stava per scoppiare. - Lei - riprese l'uomo rivolto a Viola - è il marito? Rispose per lui Lusardi. - Sì. Che c'è? La porta s'era richiusa; la cameriera era scomparsa. I tre uomini erano in piedi, nello studio, presso il tavolino dove ancora stava sciorinato tutto l'armamentario del cocktail e un mozzicone di sigaretta finiva di bruciare in un piattino di argento. - È successa una disgrazia. Un gemito rispose alla frase dello sconosciuto. - Mia moglie! - singhiozzò Viola accascialidosi come la piangesse già morta. Lo sconosciuto sospirò. - Le disgrazie sono sempre pronte - disse con la rassegnata filosofia dell'uomo del popolo. Ma Nico Lusardi, preso dall'orgasmo fatto più acuto dalla reazione che egli opponeva alla propria commozione, lo investì, quasi : - Insomma, si può sapere cosa è successo? - Un investimento, signore. - Morta? - urlò il marito afferrando lo sconosciuto per le braccia e scuotendolo violento. L'urto fece cadere un oggetto che l'individuo aveva celato fino allora col cappello. Lo raccolse Lusardi. Era una borsetta chiara in una delle tante costose pelli di fantasia. Sandro Viola la strappò dalle mani dell'amico. - La borsetta di Jetta! - e vi si buttò sopra col volto singhiozzando. - Sua, sissignore - spiegò l'uomo. - L'ho presa su io da terra. Era caduta propria tra le gambe del mio cavallo. Allora sono sceso e l'ho raccolta. Sa, nella confusione, qualcuno poteva rubarla. Io, ci ho guardato dentro, ho trovato dei biglietti da visita con l'indirizzo e ho pensato di portargliela. Confusamente, Lusardi pensò che il movente del gesto dell'individuo doveva essere la speranza d'una buona mancia. Udì a un tratto l'amico invertire il vetturale con impeto: - Ma rispondetemi, dunque! è morta? è morta? l'avete vista? dov'è? dove l'hanno portata? - Speriamo non sia morta, signore. L'hanno caricata subito sulla stessa automobile che l'aveva presa sotto, in fondo al Corso, presso Santa Ra" degonda. Io, poi, non ho saputo più niente. L'avranno portata all'ospedale, suppongo. Se vuole che l'accompagni ho il mio legno qui. L'idea di andare con quell'individuo che gli aveva portato il messaggio della disgrazia occorsa a sua moglie fece fare a Viola un gesto istintivo di disgusto. L'uomo se ne accorse. - Certo - disse - che con un'automobile fa più presto. Può anche telefonare - soggiunse accennando all'apparecchio sul tavolo. - Per me - concluse rigirando, goffo, il cappello - ho fatto quello che dovevo. - Sì, sì - si affrettò ad ammettere Lusardi. E cavato il portafoglio, fece lui il gesto che avrebbe dovuto fare Sandro Viola. Appena l'individuo se ne fu andato, propose all'amico che rimaneva immobile, accasciato, con gli occhi fissi sbarrati nel vuoto: - Telefoniamo all'Ospedale. Se l'hanno portata là ci andiamo subito. Coraggio! vedrai che è soltanto ferita. Se dovessero morire tutti quelli che vengono investiti! Quelle parole valsero a ridare la vita a Sandro Viola. - Sì, sì, hai ragione. È quello stupido individuo che m'ha sconvolto. Telefona subito. S'era alzato, aveva deposto la borsetta di sua moglie sulla scrivania e attendeva, adesso, ritto in piedi presso la finestra. In quel punto, il telefono squillò. - Chiamano - disse ripreso subito dallo sgomento, Sandro Viola. Lusardi era già all'apparecchio. - La Questura - disse alzando lo sguardo sull'amico mentre ascoltava. Di là, un funzionario spiegava: - È lei vero, che ha telefonato un'ora fa chiedendo se non avessimo notizie di qualche incidente avvenuto a una signora? Guardi, proprio adesso, purtroppo, ci vien comunicato che è avvenuta una disgrazia in Corso Vittorio Emanuele. Una giovane signora è stata investita. - Ebbene? Un attimo di esitazione. - Speriamo non si tratti della sua signora. - Non è la mia signora. Io sono un amico di famiglia. - Ah! allora, veda di verificare, prima. L'investita l'hanno portata alla camera mortuaria. - Eh? Il sobbalzo dell'amico rivelò a Sandro Viola l'atroce verità. Dall'altro punto della linea, il funzionario udì perfettamente lo schianto di un singhiozzo. - Il suo amico ha capito tutto? - gli disse. - Sì. - Ma verifichi, prima. Noi non possiamo dire chi sia la morta. Non aveva indosso nessun documento. Non s'è trovata nemmeno la borsetta che presumibilmente doveva portare... - Perché l'hanno portata a noi poco fa - spiegò Lusardi. E narrò in breve la cosa. - Allora putroppo non c'è più dubbio. Mi permetta di segnare le generalità: Jetta Viola, vero? paternità? età? Fu un dialogo terribile al quale dovette partecipare anche Sandro che Lusardi interrogava per riferire a sua volta. Terminò con l'esortazione del funzionario a recarsi alla camera mortuaria dove fra un'ora egli avrebbe convocato il rappresentante della legge e il medico legale per gli incombenti d'ufficio. Un silenzio di morte fu per un istante nella camera. Adesso, nemmeno i singhiozzi di Sandro si udivano più. Il disgraziato, sbarrati gli occhi nel vuoto, pareva preso tutto da uno stupore atroce. Il contagio di quel silenzio che pareva materialmente dominato dal peso della improvvisa catastrofe, prese anche Nico Lusardi. Fino allora, la speranza, dapprima, che la disgrafia non fosse irreparabile, poi la necessità d'informarsi e di riferire, lo avevano sostenuto e distratto dal contemplare l'evento in tutta la sua tragicità. Adesso, caduta ogni speranza, solo con l'amico affranto, l'evidenza della sciagura gli s'imponeva a un tratto, lo colpiva non soltanto di riflesso, cioè nell'amicizia antica che lo legava a Sandro Viola ma anche nel più profondo sentimento che egli aveva nutrito per la povera morta. - Jetta! Se la vide a un tratto dinanzi mentre il suo pensiero la rievocava: gli parve proprio d'avvertire, nel silenzio fattosi a un tratto pieno di mistero, la presenza invisibile di lei, come ella fosse entrata in quella stanza dove i due uomini l'ave" vano attesa, col suo passo lieve e vivace, il suo gestire un po' esuberante come la sua vitalità, il suo visetto bruno tutto luce d'occhi e di riso. Morta? Era possibile? Non l'avrebbe veduta più! Non l'avrebbe più trovata in fondo al suo pensiero svegliandosi e addormentandosi come la dominatrice silenziosa della sua vita sentimentale! Non avrebbe più sofferto il voluttuoso tormento di desiderarla inutilmente!' Non avrebbe più dovuto combattere dentro di sé tra l'amicizia e l'amore! ...Un singhiozzo lo scosse. Sandro aveva ripreso a piangere desolatamente in un accasciamento totale di tutte le sue forze. Lo guardò. Era letteralmente disfatto. - L'amava - pensò. E subito dopo : - Eppure la tradiva! Per lui, che apparteneva alla esigua schiera degli uomini che non sanno scindere il gesto dell'amore dal sentimento, la cosa era incomprensibile. Un pensiero di cattiveria gli attraversò il cervello. Dirgli: - Va' là, ti resta Lu! Ebbe vergogna d'averlo concepito. Ben altro bisognava invece dire a quel disgraziato! Bisognava convincerlo a recarsi alla camera mortuaria per il riconoscimento della salma. Non trovava le parole. . A un tratto, la situazione penosissima venne spezzata da uno di quei gesti banali che contrapponendo la realtà piatta ma prepotente della vita alla tragicità della sua esaltazione sentimentale sembrano irriderla. La domestica, ignara di tutto, stanca d'attendere, bussava alla porta e chiedeva: - Devo aspettare ancora o posso buttare? Sandro Viola sobbalzò, si guardò stranito intorno, fece un gesto di fastidio intollerabile. Nico Lusardi si alzò e uscì rapidamente per avvertire la donna della disgraza. Si udì uno strillo acuto, poi un precipitarsi fuori sulla scala. Ma quel tramestìo ebbe per effetto di strappare Sandro Viola allo stupore del suo dolore e Lusardi ne approfittò per avvertirlo: - Bisogna che tu esca con me, Sandro. C'è un dovere penoso da assolvere, il riconoscimento. Vide l'amico sussultare come fosse stato percosso. - Già - lo udì assentire. Poi, come parlasse a sé stesso: - Vederla! vederla, povera Jetta! La notizia, intanto, diffusa dalla domestica, si era sparsa in tutto il caseggiato. Mentre i due uomini stavano per uscire, si produsse un altro incidente drammatico : la cameriera accorreva annunciando che la portinaia, alla notizia, era svenuta di spavento perché la povera signora le era apparsa un'ora prima! Lusardi alzò le spalle dicendo che erano stupidaggini, ma lo sgomento evidente della ragazza. impressionò Viola che disse: - Voglio vedere. Nella portineria, affollata da inquilini accorsi, trovarono davvero la portinaia bianca come una morta, che a stento sorseggiava, battendo i denti contro l'orlo del bicchiere, un cognac offertole dalla signora del primo piano. - L'ha veduta - spiegava il marito. - È entrata nell'andito un'ora fa, s'è avviata fino all'ascensore poi è tornata indietro ed è scomparsa. È verissimo perché mi ha detto subito : « La signora Viola deve aver dimenticato qualche cosa perché è entrata ed è subito tornata indietro ». C'era un tale accento di verità semplice nel racconto dell'uomo che per poco anche Sandro Viola non svenne. Anche Lusardi sentì un brivido nelle spalle. Qualche signora si faceva il segno della croce. Un giovane studente, figlio della signora del primo piano, quella del cognac, disse con autorità: - È il tipico caso di telepatia. Uno dei più belli che abbia mai sentito! Una vecchierella esclamava: - Povera anima! ha voluto rivedere la sua casa! che Dio l'abbia in gloria! Quelle semplici parole sciolsero di nuovo, in Sandro, il nodo del dolore in un pianto desolato. Nico Lusardi ne approfittò per trascinarlo via e per issarlo in un taxi. Giunsero alla camera mortuaria dell'Ospedale che già v'erano convenuti i rappresentanti dell'autorità. - Il marito? - domandò l'usciere con l'indifferenza del mestiere. Sandro Viola fece un passo innanzi sorretto da Lusardi : il cappello ballava nelle sue mani convulse. Il suo aspetto era cosi impressionante che il pretore ne ebbe pietà. - Purtroppo - disse - dovremo accontentarci del riconoscimento generico : statura, vestiti, calzature. Il capo è interamente schiacciato. Lusardi sentì l'amico abbandonargli contro. Intervenne il medico legale: - Qui, arrischiamo d'avere due morti invece di uno! Fu Lusardi che dovette sopportare lo spettacolo atroce della visita del cadavere. Un attimo: il tempo di vedere che le proporzioni del corpo erano proprio quelle di Jetta Viola e sua quella Zazzeretta nera impiastricciata di sangue già rappreso... Anche il modo di vestire, elegante e sobrio, era quello di Jetta e sue, certamente, quelle caviglie sottili inguainate di seta... Finito? era finito? Diede rapidamente gli ordini per la camera ardente e per la veglia notturna; incaricò uno del personale di provvedere per il funerale e per gli annunci; rispose rapido e nervoso alle domande dei « reporters » già accorsi e ritrovandosi poi, a un tratto, dinanzi a Sandro, che il medico legale aveva fatto accompagnare in un salottino attiguo dove stava facendogli odorare dei sali d'ammoniaca, si chiese angustiato : - E adesso, che cosa me ne faccio di costui? Appena furono di nuovo fuori, gli chiese mollemente : - Vuoi venire a dormire a casa mia? Ma Sandro Viola rifiutò quasi con violenta: - No, no, ho bisogno di essere solo. Torno a casa. - Ti accompagno. - Se vuoi; ma, poi, vattene. Povero Nico, - gli disse a un tratto tornando al nome della loro adolescenza, - che bella serata ti ho fatto passare! - A questo puoi pensare? - fece quasi con rimprovero Lusardi. - Cosa vuoi che sia una serata perduta? Per te è stato ben altro! E per lei, povera donna! Riuscì a far parlare il disgraziato distraendolo un poco dalla sua grande pena; lo riaccompagnò fino in casa, volle che prendesse qualche cosa; si offerse di rimanere con lui fino al mattino e poiché Sandro rifiutò, fermo nel proposito di restar solo, si staccò da lui con profonda commozione e uscì. Nel passare dinanzi alla portineria ormai chiusa, un brivido lo colse al pensiero dell'ombra che poco prima aveva visitato la casa abbandonata per sempre...

Un fatto di cronaca