CONTRO IL FATO
Autore: Steno, Flavia - Editore: - Anno: 1901 - Categoria: letteratura
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II - WILLIAM ROOK.
Quella sera il signor Rook non era a Biarritz. Secondando l'impulso della sua originalità stranissima, che inclinava in quel momento al vagabondaggio, egli s'era recato due giorni prima a Madrid e, contro il solito, si divertiva abbastanza nell'ambiente assai chiassoso, un po' sguaiato d'un café chantant internazionale. Non che fossero di suo gusto il pas à deux francese e la zarzuela andalusa caratteristica, ma lo interessava discretamente la cornice, e si dimenticava osservando con curiosità un po' stupita, i visetti dipinti e gli occhi birichini delle artiste occupate coscienziosamente, da brave bimbe, a divertire il pubblico, composto di maschi, con tutte le risorse suggerite dalle Muse, coi vezzi copiati dalla dea Venere. Una brunetta assai graziosa, applaudita freneticamente per una spaccata degna del Moulin Rouge, era venuta dopo il rôle, a sedersi accanto a William, non punto intimidita dagli occhi verdi di lui, strani e un po' crudeli, sotto le sopracciglie folte, nerissime, unite sulla fronte così, da rassomigliarlo ad un orso minaccioso. E per compensare la fanciulla della sua audacia non comune, e per ringraziarla insieme della pia intenzione che aveva avuta volendolo distrarre, dopo due minuti di conversazione, il signor Rook s'era levato dal dito un anello ricchissimo e l'aveva passato destramente nelle mani fragili e bianche della fanciulla, congedandola felice. Una delle solite sue stranezze, uno «scherzo» diceva lui, «di ottimo genere» soggiungevano le bambine dell’International Café tutte innamorate dell'americano generosissimo. Ma stranezze e scherzi avevano un doppio effetto; quello di farlo giudicar minchione dagli uomini meno ricchi e più cupidi di lui, incapaci di comprendere come si potessero regalare così tante belle creature senza approfittarne, e l’altro invece di dissipare, come per incanto, dall’animo suo qualunque malumore, di toglierlo per un momento a quello spleen incurabile che era la sua gran malattia, il suo tormento atroce. Ecco: ora sorrideva quasi felice per lo stupore un po' ingenuo delle disgraziate bimbe allegre, che dalle tavole vicine lo guardavano meravigliate pensando all'enorme fortuna di quell'uomo, che pur essendo generoso e grande, non impazziva per nessuna di loro, e che anzi, non aveva mai chiesto a nessuna neppure un bacio, in cambio delle sue prodigalità generose. William Rook quella sera era quasi felice. Eppure, se qualcuno avvicinandosi gli avesse sussurrato all'orecchio un nome solo, un breve nome di due sillabe, larghe e ridenti, l'avrebbe veduto trasalire come colpito dolorosamente nell'anima; e ancora, se qualcuno gli avesse detto che tornando a Biarritz, egli avrebbe incontrata la donna che portava quel nome, sarebbe balzato in piedi, pallido e alterato in volto, deciso di fuggire all'angolo opposto dell'Europa, o al di là dell'Oceano, per non correre il pericolo di rivedere il dolce viso pallido e gli occhioni nerissimi, luminosi nell'aureola biondissima dei capelli fini. Il signor Rook odiava la duchessa d'Eboli, e la odiava perché aveva amato troppo miss Sarah Gould.... L'odio nasce assai sovente dall'amore, non è vero? Questo, anzi, ha il vertice proprio dove quello ha le radici; al di là dell'amore è spesso l'odio, come nell'essenza di questo è spesso celata la divina scintilla d'amore. Anche la storia del signor Rook era una storia dolorosa così. Oh, non bisognava risalire molto lontano! Otto anni prima soltanto, nell'ubertosa pianura del Colorado, al di là dell'Oceano immenso. Sarah Gould lo chiamava allora Willy con accento dolcissimo, più melodioso d'ogni melodiosa canzone: egli chiamava lei la sua diletta Sarita. Era così piccola e sottile l'amatissima! Una cosina minuscola di fronte a lui, alto e colossale, nella robustezza della virilità rigogliosa. Chissà! forse appunto il suo aspetto d'un Ercole antico, aveva spaventata e impensierita la diletta! eppure no: allora essa lo amava. Lo amava, o credeva d'amarlo. Si ama forse a sedici anni? Egli aveva avuto il torto di credere e di illudersi. La figlia del miliardaio Gould gli aveva sorriso un giorno, là nel salone dello Skating, e s'era lasciata mettere i pattini da lui. Quanto tempo per la dolce occupazione! Rammentava ancora i piedini calzati d'azzurro e l'abitino azzurro di Sarah, listato di pelle di cigno bianco e il berretto di pelo scuro, messo bizzarramente sui capelli biondi, e la corsa, la breve corsa a due sul ghiaccio verde, col vento che sferzava in volto, colle trecce di lei sciolte all'aria, colle mani di lei nelle sue.... e le dolci, innocenti parole.... - Ti voglio bene - gli aveva detto Sarita. E per provarglielo, aveva acconsentito in seguito a scendere ogni sera un momento in giardino, quando egli passava tornando dal lavoro. Era sempre un po' tardi e faceva buio: nell'angolo più remoto della strada egli aspettava appoggiato alla cancellata del giardino: Sarah veniva pianissimo per non essere veduta dal padre; miss Violet, l'istitutrice, faceva da scolta dieci minuti appena: il tempo di stringersi la mano attraverso le sbarre della cancellata, di scambiarsi una rosa, di sussurrarsi le buone frasi eloquenti: - Sei stanco? - Oh, no; sono tanto felice di lavorare! Appena sarò ricco, ti sposerò, Sarah.... - Non importa: io sono ricca per due, e anche tu hai molte terre e campagne. Il babbo lo dice. - Sì, ma i Rook non valgono i Gould. - Io ti voglio bene, ci sposeremo appena avrò diciassette anni. - E tuo padre? La bimba fece un gesto di sicurezza beata. - Mi ama troppo per contraddirmi; eppoi, a te pure vuol bene. - Davvero? - Sì, dice che sei onesto e lavoratore. Ahimè! non era bastato essere onesto e lavoratore. Una sera, la bambina adorata era giunta con una notizia crudele. - Sai, Willy? - Che? - Parto. - Tu? - Sì, vado in Europa con miss Violet. Ah, lo schianto! - In Europa? E ti par poco? E lo dici così, Sarita? Non t'importa dunque di me? Essa era rimasta stupita. Come poteva impensierirsi per un viaggio tanto breve? Poi, era assolutamente indispensabile, bisognava veder Parigi; tutte le sue compagne v'erano state ormai, Lucie, Daisy, Margareth e Betsy ne parlavano sempre. Il babbo voleva quel viaggio, essa ne era felice; perchè non ne sarebbe stato egli pure felice? Sei mesi! Che cosa sono sei mesi? Una gita a Parigi, una corsa in Italia, un mese a Londra, una visita allo zio colonnello che vegetava nel suo eremo di Lynn-Cottage, sulle rive del mar d'Irlanda; poi di nuovo a Parigi e il ritorno. Che temeva mai Willy? Egli sapeva bene che cosa temeva: la dimenticanza e l’oblìo, che la novità delle cose e la conoscenza della vita avrebbero portato certo nel cuore della piccola stordita. E non s’era ingannato, perché non l'aveva veduta più. I sei mesi erano passati in ansie angosciose, continue, in un'alternativa straziante di speranze e di sconforto; poi, dopo un anno era giunta una notizia tristissima. La diletta, l'adorata si faceva sposa! Era bastato un anno e la traversata dell'Atlantico, perchè tutto le promesse giurate fossero poste in oblìo, perchè l'immagine di Willy le uscisse interamente dal cuore. Un anno! ed egli aveva intanto lavorato come un condannato alla catena per rendersi degno di lei: in un anno era diventato capo imprenditore per tutte le miniere carbonifere del Colorado, era stato accolto nei consigli di amministrazione delle principali imprese, s'era fatto un nome a forza di sudori e di sacrifici. A che era servito? Sarah prendeva marito! Ah, la vecchia Europa fatale! Il colpo era stato così brusco, la scossa tanto forte e inattesa, che per un po' William non aveva neppur voluto interessarsi dei particolari. Che gl'importava ch'ella si maritasse? Non sarebbe più stata sua, questo era tutto! A che conoscere il nome del fortunato cui sarebbero toccate le gioie da lui invano sognate con tutta la violenza del desiderio contenuto a stento in attesa dell'ora unica? È inutile, è inutile! Ma ciò ch'egli non aveva voluto, l'aveva fatto il caso. Un giorno, per una combinazione non cercata, gli era venuto fra le mani un giornale dove si parlava del prossimo matrimonio della bellissima miss Gould col duca d'Eboli, un italiano residente a Parigi, che il giornale diceva perfetto gentiluomo, di nobiltà antichissima, sportman elegante, serio, l'ideale insomma.... E William aveva letto con una voluttà amara, felice di tormentarsi, illudendosi forse di poter guarire attingendo allo sprezzo quell'oblìo che la forza d'animo non bastava a dargli. Anche questo era inutile. Datosi anima e corpo al lavoro, diventato in breve uno dei più forti proprietari degli Stati Uniti, non era riuscito a dimenticare la spergiura, e sovente gli era accaduto nell'ebbrezza di una voluttà comprata a prezzo d'oro, d'invocare con accento disperato, cupo d'odio e d'amore insieme, il nome della lontana dimentica. Poi, l'odio o l'amore o la disperazione, forse tutti questi sentimenti uniti insieme, o meglio la fatalità, lo avevano spinto un giorno a varcare l'Oceano e a toccare la detestata Europa. C'era stato due anni prima, sei anni dopo il matrimonio di Sarah, ma egli non l'aveva veduta mai; invece si era incontrato un giorno col duca d'Eboli in uno di quei clubs clubsalla moda, che nella baraonda parigina son come la foce cui convergono tutti i fiumi cosmopoliti. Come mai lo aveva preso in quella notte il desiderio di conoscere la storia del marito di Sarah non sapeva; sapeva invece d'aver interrogato in proposito un amico, e rammentava la risposta sgradita ed urtante con cui l'amico aveva accolta la sua domanda un po' ingenua. - Chi è il duca d'Eboli? Il socio di tutti i circoli, l'amico delle più eleganti cocottes, l'amante delle signore più alla moda, il principe delle corse, il vincitore dell'ultimo Grand-prix, il padrone delle più ricche scuderie di Francia, del più splendido palazzo del boulevard Haussmann Haussmanninfine, se anche questo t'interessa, il marito legittimo della meravigliosa duchessa Sarah. Se questo lo interessava! Ah, sì, anche troppo. E la seconda domanda altrettanto ingenua, avrebbe potuto aprir gli occhi all'amico, se l'amico fosse stato appena appena furbo. - Un matrimonio d'amore? - Uhm! È difficile a dirsi, caro mio! Dato un tipo come Luciano d' Eboli e una bellezza fulgida come quella di Sarah, tutto è possibile: anche l’amore. Ma la duchessa portava nel palmo delle manine bianche un milioncino di dollari autentici d'oltre atlantico, ed è assai arduo contrabbilanciare a forza di sentimento il peso di un milione di scudi. - Credi dunque che? - Io non credo niente, caro Rook, - s'era affrettato di soggiungere l'amico - ripeto ciò che dice la gente, ma non giudico per conto mio. D'altronde, qualunque fosse lo scopo di Luciano nel contrarre questo matrimonio, non gli si può dire d'essersi venduto. Miss Sarah aveva l’oro, ma il duca aveva uno scudo, una corona, un titolo, anzi, due titoli, e io credo che neppure le vostre americane siano indifferenti al fulgore d'una corona principesca. - È vero. - Poi, è giustizia confessare che Luciano si mostrò veramente innamorato della moglie. Per più d'un anno non gli si conobbe nessuna amante, non si vide in nessun club, club,e neppure al teatro, se non accompagnato dalla splendida consorte. - Voleva l'applauso - disse amaramente William. - Forse,... non è improbabile. Luciano è un originale; può darsi che il veder accendersi di desiderio gli occhi di tutti gli uomini che fissavano la sua signora, lusingasse il suo amor proprio.... Fatto sta, che per un anno la tenne in mostra come una curiosità. - Poi? - Poi la fece sparire prima che i curiosi avessero avuto il tempo di stancarsene. - E ora? - Ora, egli ha ripreso completamente le sue abitudini di scapolo, e fa di nuovo una vita allegra. - Ma la duchessa? L'amico s'era stretto misteriosamente nelle spalle. - Sono parecchie le voci che corrono in proposito. Chi dice si consoli delle infedeltà del marito, lasciandosi amare dal bel visconte di Saussière; chi la ritiene virtuosissima, incapace di bassezze, rassegnata, martire, piena di meriti; chi, ancora, la dice ingenua al punto d'illudersi e non credere neppure alle cose più appariscenti. - E voi?... - Io? io sono con questi ultimi, e osservo un fatto che mi conferma pienamente nelle mie idee. Se il duca Luciano sapesse che sua moglie sa tutto, non si prenderebbe la pena di nascondere gelosamente le sue scappate, non la circonderebbe ognora di quelle premure che possono illudere e lusingare qualunque donna cresciuta fuori del corrotto e vizioso ambiente parigino: non vi pare? - Ah, il duca Luciano salva le apparenze! - Sì; egli rientra sempre in casa prima dell'alba, non manca mai a pranzo, accompagna la duchessa all’Opéra all’Opératutti i martedì, e d'estate si rassegna a passare con lei i tre mesi della canicola lungo le spiagge dell'Atlantico o su quelle del mare del Nord. - Allora è un marito esemplare. - Tutto ciò che si può pretendere oggi da un marito elegante. Quanti non si danno neppur la pena di mentire, no? - Sarà, io non conosco la società parigina. - La conoscerai. D'Eboli è uno dei beniamini. - Tuo amico? - Non intimo: di club. club.- E.... - aveva soggiunto William un po'trepidante ha figli? - Una bimba. - Ah! - Fu appunto dopo la nascita della piccina, che Luciano riprese lo abitudini antiche. - Con chi è ora? - Con tutto e con nessuna. Sai; le relazioni particolari sono compromettenti, e d'Eboli non si compromette. La viziosissima Lionetta diceva, sere fa, che il duca ricomincia l'apprentissage dimenticato affatto presso la castissima sua signora. - Come! e nella vostra società si permette a una mondana d'insultare una signora? - Son cose da mezzanotte in là, caro Rook; d'altronde la colpa è del duca stesso, il quale confessava ad una bimba gaia, gran sacerdotessa del vizio, come la cosa che più lo avesse tenuto legato alla catena matrimoniale, fosse appunto la novità assoluta per lui, d'aver trovato una donna davvero ingenua, ignorante e pura. - Infamie! - aveva sussurrato William alzandosi per troncare la conversazione. Ormai ne sapeva anche troppo. Sarah si credeva felice, ma era stata sventurata assai. Che importava? Non se l’era forse meritato? Era un giusto castigo per la spergiura. Eppoi, non era egli pure assai infelice? Soffrisse anch'essa dunque, per sempre. Inutile! Ogni frase, ogni parola della conversazione udita, gli era tornata alla mente, per parecchi giorni, straziandolo di dolore e di desiderio. Sì, sì, anche di desiderio. Vederla! Chissà come era diventata! Chissà qual donna era sorta dalla bimba? qual madre? Dio, Dio! la sua diletta adorata era madre! Lo fosse stata per lui! Con quale impeto di tenerezza appassionata egli avrebbe adorato le sue due creature! come sarebbe stato felice di comprare, a forza di sacrifici, la loro felicità, di acquistare per esse a forza di dolore l’impunità del soffrire!... Invano, invano! Così, dopo una settimana di strazio, di meditazione, d'impeti disperati, di tentativi inutili, di desiderî subito repressi e vinti, era partito da Parigi, quasi fuggendo, per sottrarsi al tormento che lo prendeva di nuovo come un tempo.... come un tempo.... E vagando per l'Europa, come l'Ebreo della leggenda, sempre in cerca di pace, era riuscito, se non a dimenticare, almeno a stordirsi, partecipando alle forme più chiassose della vita elegante, spendendo regalmente per darsi il lusso di veder balenare un sorriso negli occhi cupidi d'un viso sfacciato, o in quelli imploranti da un piccolo volto disfatto.... Viveva; non dimenticava. Ma guai, ma guai a chi gli avesse rammentato!...
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