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CONTRO IL FATO

Autore: Steno, Flavia - Editore: - Anno: 1901 - Categoria: letteratura

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Quando Sarah tenendo per la mano la sua bambina entrò nell’ampia sala da pranzo dell'Hôtel Regina, un brusìo d'ammirazione spontanea e involontaria corse fra tutti i presenti. Ella si fermò un istante in mezzo alla sala, calma e indifferente di quell'omaggio che la sua strana bellezza sollevava dovunque, scegliendo coll'occhio il posto migliore fra le sedie ancor vuote. Intanto nello sguardo degli uomini s'accendeva una fiamma d'entusiasmo non celato, e uno stesso desiderio geloso nasceva in tutti di essere il fortunato vicino della signora. Quasi ella avesse indovinato quel desiderio, girò uno sguardo lungo e lento sul conte d'Ostrog, sul barone di Rosenau, sul marchese Lovere, su Carl von Yglau, vicino ai quali erano alcune sedie vuote; poi andò a sedersi fra mistress Dudley e la baronessa Gleunitz, mettendo fra sè e quest'ultima la piccola Solange. Mistress Dudley, la vecchia e improsciuttita inglese, si trincerò in una gran posa austera, quasi per protestare contro la fresca e ardita bellezza della signora, contro i suoi capelli biondi d'un biondo fulvo ed ardente, che sotto il riflesso della luce elettrica s'accendeva e brillava come una massa d'oro liquido.... E l'ostilità sdegnosa di mistress Dudley si riflettè a un tratto sul viso di quasi tutte le signore, scandalizzate da quella donna che osava di venire, bellissima e giovanissima, fra tante brutte creature, senza timore di destare invidia o vendette; che anzi pareva voler vincere tutto e tutti, solo mostrandosi con quel dolce e strano viso tanto bianco, dove le labbra tumide e rosee parevano baciate appena allora, e gli occhi grandi e neri ombreggiati dalle lunghe ciglia, guardavano calmi e sereni con una lieve ombra di meraviglia dentro, come un'interrogazione muta e continua. Aveva un abito d'amoerro grigio a grandi mazzi di rose, che venivano a finire su alle spalle, allacciato con due borchie di perle, mentre sotto un rarissimo tulle bianco increspato s'intravedevano più bianche ancora le braccia ed il sommo del petto. - Una russa.... - disse piano Carl von Yglau al suo vicino di destra, il marchese Lovere. - No, americana - fece questi. - La conoscete? - No, ma scommetterei; soltanto le americane hanno simili capelli e una così splendida carnagione. - Forse inglese.... - disse il conte d'Ostrog. - No, - ribattè ancora Lovere - scommetto che è americana. - Venga essa di dove vuole, il fatto sta che è molto bella - concluse il barone Gleunitz il quale sedeva un po' lontano da sua moglie. - E voi invidiate il posto della vostra signora, non è vero? Gleunitz sorrise. - Uhm! c'è poco da fidarsi delle Yankee.... - Questa poi ha tutta l'aria d'un mistero....- osservò d'Ostrog. - Perché? - Una donna sola con una bimba che è certo sua figlia, poiché è tutto il suo ritratto.... - Che cosa vuol dir questo? madre e figlia! ecco tutto. - E il padre! - interruppe d'Ostrog. - Il padre ci sarà.... - continuò von Yglau. - C'è - affermò Lovere. Lo guardarono tutti incuriositi. - Lo sapete voi, Lovere? - Sì, li ho veduti arrivare oggi; c'era anche un signore che deve essere il marito. Fu come una doccia fredda sull'entusiasmo generale; la bella sconosciuta cominciava a perdere il fàscino del mistero, poiché c'era un marito, e Lovere affermava d'averlo veduto. Certo il marito doveva essere qualche miliardaio negoziante di suini o padrone d'un pozzo di petrolio, e Gleunitz lo domandò: - Un re di maiali o un re di miniere? - Ma, questo non saprei - rispose Lovere. - Essa però non ha affatto l'aria d'essere la moglie né dell'uno né dell'altro. - No davvero.... - disse d'Ostrog, dopo aver guardato un momento la bella forestiera. - Dunque? - interrogò Gleunitz. - Dunque, vi saprò dire domani chi sia. - Domani lo sapremo tutti - replicò quello. - Forse lo sapremo subito - disse Lovere. - Ecco il marito. Infatti un signore molto alto e molto biondo, pallido, sottile, coll'aria un po’ stanca e un po' sciupata di chi ha goduto assai la vita, entrava in quel momento. Parve cercare qualcuno collo sguardo, poi si diresse verso Sarah. - Buona sera, - le disse piano in italiano purissimo - credevo di trovarvi ancora su. - Volete mettervi là? - fece essa per tutta risposta, indicandogli di fronte a lei, dall'altra parte della tavola, una sedia vuota. - Come vi pare - rispose esso; poi chiese sorridendo: - Siete di cattivo umore? - No, ma lo sapete, che nulla mi irrita quanto la tâble tâbled'hôte Tutta questa gente ha l'aria di osservarmi come una curiosità!... - disse nervosamente sottovoce, guardando sul piatto con un lieve broncio da bambina. - Domani pranzeremo su, se volete.... - Sì - rispose essa breve, sorridendogli, subito rasserenata. Egli fece il giro della tavola per prendere il suo posto, e con una rapida occhiata guardò se fra tutti i presenti vi fosse qualcuno di sua conoscenza. In fondo alla tavola un vecchio signore gli accennò sorridendo, poi lo salutò alzandosi.... Egli rispose al saluto, e sovvenendosi a un tratto, disse rivolto a Sarah: - Il principe Belitzine. - Ha salutato Belitzine; - disse Lovere trionfante allora non è un mercante di suini. - Ora lo domando a Belitzine - disse d'Ostrog che gli stava vicino; e voltandosi, colla sua voce più cortese domandò: - Scusi, principe, saprebbe dirmi chi siano i forestieri giunti stasera? - Quelli che io ho salutato or ora? - Precisamente. - Il duca e la duchessa d'Eboli, principi di Sora e di Ceriana. - Italiani adunque? - Il duca è italiano, la duchessa è americana. D'Ostrog ringraziò, e si volse agli amici: - Un premio a me, ed uno a Lovere. - Dunque? - La bella americana, poiché è proprio americana, è duchessa d'Eboli autentica e principessa per giunta. - Le sta bene la corona.... - fece Lovere guardandola. - Duca d'Eboli! non mi è un nome nuovo - mormorò Gleunitz pensando; poi come sovvenendosi a un tratto: - Ma deve proprio esser lui!... Quanti anni gli date? - Uhm! Quaranta! - disse Lovere osservandolo. - Trentacinque certo - soggiunse d'Ostrog. - Ebbene, credo che Lovere sia più vicino al vero. In questo caso, il duca d'Eboli sarebbe precisamente lo stesso che io conobbi di nome e di vista appena, dodici anni or sono a Parigi, completamente rovinato e finito.... - Se è così, - soggiunse d'Ostrog - bisogna dire che egli sia andato in America a rifarsi un' altra fortuna. - E pare che l'abbia trovata. - Osservate miss Cora come è imbroncita! - disse von Yglau guardando accanto al duca d'Eboli una figura d'inglese sbiadita, un po' vecchietta e molto artefatta: - Per l'amor di Dio! non avviciniamola stasera! deve pungere come un istrice! guardate che aspetto truce, e che sguardi terribili lancia a quella povera duchessa. - Fortuna che essa è serenamente imperturbabile. Infatti Sarah mangiava tranquillamente con quell'invidiabile appetito delle americane che non sacrificano mai alla poesia le esigenze dello stomaco, e mettono in mostra i loro dentini più spesso per aprire la bocca a divorare un sandwich che per rivolgere un languido sorriso.... Ogni tanto si chinava verso la bimba per tagliarle un pezzo di carne o per spezzarle il pane o per rispondere a qualche sua domanda. Era adorabile la piccola Solange, una copia perfetta della madre, differente da lei soltanto nei capelli, ch'erano d'un biondo un po' più pallido, più infantile, tutti inanellati intorno ad un visino d'angelo.... Aveva uno di quegli strani abiti fatti a guisa di tonaca di crespo azzurro pieghettato, tutto sciolto dalle spalle in giù, aprentesi come un ventaglio ad ogni passo della bimba, con grandi nastri azzurri appuntati sulle maniche, dalle quali uscivano le braccine ignude e gracili come fragili, tenuissimi fiori. Educata secondo il sistema americano da una istitutrice intelligente e colta, l'avean lasciata crescere spontaneamente come una giovane pianta sana e dritta, senza false vergogne, senza ipocrisie, schietta e franca con tutti, ignorando le lacrime e i capricci, tanto comuni nelle bambine. A cinque anni era così un piccolo prodigio, non per una rimpinzatura di scienza infantile nè per un ammasso di cose imparate pappagallescamente a memoria, ma perchè aveva viaggiato quasi fin dalla nascita, e nella sua piccola mente bambina eran rimaste impresse molte cose varie e belle, che a volte narrava a modo suo con una lingua particolare, fatta di voci italiane, dette con accento americano, che in quella soave boccuccia rosea, prendeva tutta una grazia speciale. - Mamma, - disse forte a un tratto, accennando davanti a sé la terribile miss Cora - perché quella signora ti fa gli occhi brutti? Fu in tutta la tavola uno scoppio di risa spontaneo, che neppure il rispetto per miss Cora potè trattenere. Sarah arrossì, e sorridendo chiese perdono a miss Cora dell'indiscrezione della bimba. - Oh, quelle enfant - sussurrò mistress Dudley scandalizzata. Il duca sorrideva bonariamente guardando la sua bimba, e più lontano il marchese Lovere e d'Ostrog applaudivano in cuor loro la piccola audace. Appena terminato il pranzo, miss Cora si ritirò maestosamente, lanciando un'ultima occhiata tragica alla bambina innocente che la seguì collo sguardo, fin che fu scomparsa. Intanto la baronessa Gleunitz, che adorava i bambini, a riguardo della piccina, era già disposta a perdonare alla madre la sua audace bellezza, molto più che l’esistenza d'un legittimo padrone ne diminuiva assai il valore. E per cattivarsi l'affetto della meravigliosa bambina, colmò il suo piatto di dolci e confetture finissime, profumate come fiori. Solange, non punto stupita, la guardava fare, sorridendo, senza pensar menomamente a rifiutare. Solo quando il piatto fu colmo, la baronessa domandò: - Bastano? Essa accennò di sì, ringraziando. Poi porse semplicemente il piatto a sua madre, che guardò la baronessa e le sorrise. Il primo passo era fatto. La tavola andava ormai spopolandosi; quasi tutte le signore ne erano partite; rimanevano solo Sarah, la Gleunitz e mistress Dudley che sempre arcigna e improsciuttita, finiva il suo formaggio tagliandolo maestosamente in certi cubetti perfettissimi, tutti uguali. Gli uomini s'attardavano guardando Solange per occuparsi. Belitzine era venuto a sedersi presso Sarah e discorreva con questa e col duca, mentre la bimba assaggiava tranquillamente le sue paste e i suoi confetti, sorridendo alla baronessa ogni volta che ne trovava una molto buona. - Come ti chiami? - le chiese questa, per udirla parlare. - Solange. - E ti piacciono i dolci? - Oh, molto! - esclamò con tutta l'espressione del suo gusto infantile, innamorato dello zucchero. - E ne mangerai molti, allora? - Sì; la mamma me ne dà spesso e anche il babbo e anche la signorina. - Chi è la signorina? - È miss Lucy, la mia istitutrice. - E non l'hai condotta con te miss Lucy? - Oh, sì! ma era tanto stanca, stasera, che è rimasta in camera. - Ah! e anche miss Lucy dunque ti dà i dolci? - Sì, quando sono molto buona e gentile, quando prego bene, quando canto! - Ma brava! tu sai anche cantare? - Oh, sì! Vuoi sentire? - Sentiamo. - Aspetta - fece la piccina. E aiutandosi colle mani e colle ginocchia, montò in piedi sulla sedia; poi, colle gracili braccia prosciolte lungo lo strano abito ampissimo e la testina reclinata su una spalla, cominciò a cantare dondolandosi leggermente al ritmo della canzone: Là sulla spiaggia Dove si vede il mare, La gente ci saluta, La gente ci saluta.... - Ma, Solange! - fecero insieme voltandosi il duca e la duchessa sorpresi, mentre discorrevano col principe, ed avevano dimenticato un istante la piccina. - Solange, che cosa fai? Essa s'interruppe un momento e con gran calma: - Ma, babbo, - disse accennando la baronessa - la signora desiderava che io cantassi, e bisogna bene esser gentili!.. Tutti sorrisero di quella adorabile monella, che sapeva vincer sempre. - Brava! - gridarono insieme Lovere e d'Ostrog, avvicinandosi. - Ancora, ancora! Essa sorrise loro come una piccola artista lusingata nel suo amor proprio. - Vedi, mamma, - osservò - i signori vogliono ch'io canti ancora. Sarah guardò il marchese Lovere e gli sorrise. Egli s'inchinò profondamente e presentando alla duchessa un suo biglietto da visita, la pregò gli permettesse di parlare colla bimba. Sarah passò il biglietto a suo marito che lo ricambiò col suo, e accennando a Solange: - È terribile questa piccola birichina, sapete? Se vi fate suo schiavo, essa non vi lascia più libero. - Così sia - rispose Lovere galantemente. - Chi t'ha insegnato a cantare? - chiedeva intanto la baronessa alla bimba. - Ho imparato da me. So questo che ho udito all’E- all’E-den a Vichy, poi so la Lola che ho sentito a Parigi allo Folies Bergères poi i Moschettieri che ho veduto al Zizinia, Zizinia,in Alessandria d'Egitto, e la Serenata che ho imparata a Napoli.... - Ma brava! quante cose sai! quanti posti hai visto!... E, ti piace viaggiare? - Sì, molto. - E non ti fa paura il mare? - Paura? - fece essa ridendo. - Ma se ci vanno tutti in mare! Ci sono i vapori grandi e molte belle signore, e gli ufficiali e il capitano. E poi si ride e si balla e si suona di sera. E poi si va a passeggiare di sopra quando è bel tempo. Pareva un'allodola cinguettante, sempre ritta in mezzo a quel piccolo gruppo d'adoratori, piccola, precoce sovrana, già abituata all'ammirazione e all'omaggio, e insieme aveva un'aria tanto ingenua e semplice, proprio come quei cherubini che si vedono a fianco delle madonne bizantine nelle mistiche creazioni medioevali, nei trittici antichi rarissimi. A un tratto, fuori nel giardino, l'orchestra attaccò il valzer della miss Helgett Helgett- Oh, andiamo! - supplicò Solange alla madre. Uscirono tutti. Sarah a fianco della baronessa Gleunitz, Solange sempre con Lovere e d'Ostrog, mentre il duca, lieto di aver trovato Belitzine, discorreva con lui di viaggi e di affari. Nel giardino c'erano già tutte le signore, vestite dei loro freschi abbigliamenti estivi, sdraiate nelle sedie a dondolo di bambù, o che passeggiavano lungo i viali profumati. Tutta l'eletta schiera dei privilegiati dalla sorte, gli annoiati di felicità eternamente in cerca d'emozioni, che trascinano la noia da Parigi a Pietroburgo, da New York a Londra e da Berlino al Cairo, pel momento innamorati di quell'angolo di terra nascosto ai piedi dei Pirenei, entusiasti dei dieci o dodici alberghi fabbricati sulla viva roccia contro la quale s'infrange sempre tempestoso l'Oceano, elegantemente commossi dalla dolcezza divina dell'ora e dalla splendida musica piena di fremiti, destinata a cullare la loro digestione in quel paradiso di delizie.... Ah, la soavità di quel tramonto! Sotto, riposava bianca e signorile la piccola cittadina elegante e civettuola; lontano il sole moriva nell'Oceano azzurro baciando un'ultima volta le case fabbricate sulla collina e lo splendido casino, i maestosi palazzi dell'Hôtel Regina e d'Angleterre, e più lontano le vette dirupate e scoscese dei Pirenei, mentre tutto un incendio s'accendeva laggiù all'orizzonte estremo, un immenso incendio che il mare rifletteva come se fosse stato d'oro liquefatto e sul fondo di fiamma spiegava solenne e nero le Rocher de la Vierge il celebre scoglio che sorge nel mare a un centinaio di metri dalla riva, colla candida statua della Vergine, ritta, rivolta verso il mare come a guardarlo e benedirlo, faro dei naviganti e stella dell'Oceano!... Sarah e la baronessa s'erano appartate un po' in un viale scoperto per contemplare a loro agio quello spettacolo magnifico. - Ho viaggiato molto, ma non ho mai visto nulla di così bello! - disse la giovane donna, con commozione. La baronessa la guardò sorpresa assai, di vederle gli occhi umidi. - Come siete commossa, a questa bella vista! - disse con simpatia. - Oh molto, molto! Io adoro la natura e il mare soprattutto! Guardate! - disse accennando lontano, con un gesto ampio e largo, l'immenso Oceano dove alcune barche a vela andavano comparendo. – C’è forse qualche cosa di più bello? Quale musica vale il canto che s'innalza dal cuore in questi momenti? Quale preghiera è più sincera o più pura di questa? - È verissimo - osservò la baronessa. Quelle poche parole di Sarah avevano fatto un miracolo. La fredda cortesia della severa signora per la giovane donna, s'era mutata in un attimo in una vera e profonda simpatia; no, un essere che sentiva tanto le bellezze della natura, non poteva non avere un cuore ben fatto, e non era certo una donna leggiera, se preferiva la sua compagnia a quella di tanti uomini, che molto volentieri l'avrebbero accettata. Glielo fece comprendere subito, smettendo a suo riguardo quel riserbo con cui l'aveva trattata fino allora: - Volete che rientriamo? - chiese poi vedendola immobile, sempre intenta a mirare laggiù, dove ormai il sole era tutto scomparso, e il mare perdeva a poco a poco le sue tinte smaglianti. - Fa un po' freddo ora, e voi non avete nulla in dosso. - Oh, questo mi basta! - fece Sarah, alzando intorno al collo un piccolo boa di piuma bianco, che s'era gettato sulle spalle. - Se a voi non spiace, io preferisco di passeggiare ancora un po' qui. C'è troppa gente lassù - disse accennando al salone - e mi stanca un po' la gente. - Come credete.... - fece la baronessa. Ma Sarah si riprese subito: - Dimenticavo la bimba, - disse - miss Lucy non può scendere, e non vorrei ch'essa finisse con lo stancar troppo il marchese. Salirono. Ma Solange non stancava affatto il marchese; li trovarono insieme: essa intenta a spiegargli ch'era salita a prendere il berrettino di seta rosso alla turca e il piccolo paltoncino color nocciuola, perché l'aria della sera è umida e fa molto male. - Sai, mamma, il signor marchese mi regalerà una gran bambola alta quanto me, non è vero? - disse, felice. - E che cosa hai fatto per meritartela? - chiese Sarah sedendole vicino. - Non lo so! - esclamò la piccina dopo aver pensato un momento guardando Lovere con un grande sgomento dipinto in fondo ai begli occhi bruni. - Non lo so! - ripete come supplicandolo che l'aiutasse. - Come? - disse questi sorridendo. - Non mi hai raccontato tante belle cose? - Ah, sì!- esclamò essa allora, felice della trovata. - Gli ho detto tante belle cose! - Chi è salito a prenderti il paltoncino e il berretto? - chiese poi Sarah. - Io, mamma. - E come hai trovato la camera? - Ma... il cameriere m'ha accompagnata su e il signor Lovere.... - E abbiamo anche sbagliato appartamento - disse il marchese. - Ah, sì? Come mai? - Eh, il cameriere ha creduto che l'appartamento della signora duchessa fosse quello a sinistra al primo piano, e ci aperse invece il salotto del signor Rook. - Il signor Rook è qui? - fece Sarah stupita, dissimulando assai male una commozione intensa. - Sì, lo conoscete forse ? - chiese Lovere osservandola. - Sì, di nome, ma sono tanti anni che non ci vediamo più - rispose Sarah un po'rimessa esternamente, ma molto agitata ancora. E non chiese più nulla dello straniero, a malgrado che Lovere continuasse a narrare particolari e fatti che lo concernevano. - Viene ogni anno a Biarritz e occupa sempre tutto l'appartamento a sinistra al primo piano dell'Hôtel Regina. È ricco a miliardi: ma già voi lo saprete meglio di me. Non giuoca mai al Casino, ma spende e spande qui intorno. Conduce una vita assai originale; a volte non si vede per quattro o cinque giorni, fa delle corse a Parigi, a Barcellona, a Marsiglia, a Madrid, poi per delle settimane intere viene con noi a table d'hôte e diverte tutti colla sua facilità di parola sorprendente. Quando è di buon umore è un compagno gradevolissimo. Sarah non interrompeva mai; pareva anzi che non ascoltasse neppure quei particolari, assorta in un pensiero profondo. Ma quando Lovere concluse: - Lo dicono messicano. Ella quasi istintivamente, certo involontariamente, corresse: - No, è di Wyoming, nel Colorado. - Ah! forse vostro compatriotta? - insinuò Lovere intuendo un mistero. - Sì - disse breve. E a un tratto, come se la duchessa d'Eboli fosse scomparsa in lei per lasciar posto solo all'americana eccentrica, si alzò e facendo un profondo inchino alla baronessa e al marchese: - Buona sera e mille grazie - disse prendendo per mano la piccola Solange. - Arrivederci! - fece questa al marchese, gettandogli un bacio. - Addio!- disse Lovere. E stette a vederle salire, entrambe originali ma carissime creature, pensando al subitaneo cambiamento della duchessa. - Non vi è sembrata un po' brusca quella partenza? - interrogò la baronessa mortificata. - Ah, bah! non dovete badarci - disse Lovere. - È una partenza all'americana, bisogna abituarcisi. - Meglio così se è l'uso - disse la buona tedesca alzandosi e rivolgendosi ancora al marchese. - Volete aiutarmi a cercar mio marito? - chiese prendendogli il braccio. - Sempre ai vostri ordini, baronessa. Ma sapete con chi fosse vostro marito? - M'è sembrato di vederlo insieme a von Yglau. - In tal caso bisogna cercarlo al biliardo. Se volete favorire.... Nel vestibolo incontrarono il duca d'Eboli che saliva. - Avete visto la duchessa, marchese? - Sì, ci ha lasciato un momento fa.... Il duca ringraziò, salì rapido i pochi gradini, e bussò alla camera di sua moglie. Questa non s'era ancora coricata, aveva soltanto messo a letto la bimba, e ancor più bella e più fresca in un semplice accappatoio bianco, stava appoggiata al balcone verso il mare. - Entrate.... - disse udendo bussare. - Sarah; - fece il duca andando verso di lei - ho una notizia da darti. Una notizia che ti recherà una grande sorpresa. Essa trasalì, temendo che egli pure sapesse:... che cos'altro avrebbe potuto dirle con quel tono dove era celata tanta sanguinosa ironia? - Dimmi.... - sussurrò. - Che cos'hai? - fece lui dapprima osservando la sua aria trista e preoccupata. - Nulla, sono un po' malinconica. - Ebbene, rallegrati, invece, poiché abbiamo l'onore d'essere i vicini dell'eccellentissimo signor Rook.... Essa sentì un brivido dalla testa ai piedi, pensando alla probabilità d'un incontro; però si fece forte davanti a suo marito, e fingendo un'indifferenza che non sentiva: - Che m'importa? - disse quasi allegra. - Ciò mi è affatto indifferente! - Davvero? - esclamò il duca, convinto di quella indifferenza tanto bene simulata. - Davvero. Non sei tu con me? - Meglio così, se sei indifferente, - disse lui baciandola - t'accerto ch'ero un po' impensierito.... - E per questo diventavi ironico e cattivo - rispose Sarah. - Perdonami! Sai, temevo qualche incidente.... Tu sei calma, ciò mi basta. Addio, sta' pur tranquilla che non mi fa certo paura il tuo Yankee coi suoi miliardi.... Sarah, rimasta sola pianse....

II - WILLIAM ROOK.

CONTRO IL FATO