I FIGLI DELL'ARIA
Autore: Salgari, Emilio - Editore: - Anno: 1904 - Categoria: letteratura
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"La mia meravigliosa aeronave" aveva detto il comandante. Ah! Era ben meravigliosa quella macchina volante che aveva rapito, sotto gli occhi stupiti dei cinesi, i due prigionieri condannati a morte. Rokoff e Fedoro, appena usciti dalla tenda, si erano arrestati mandando un duplice grido di sorpresa e di ammirazione. Quale splendido congegno aveva ideato quello sconosciuto che si faceva chiamare "il capitano!" Era lo scioglimento dell'arduo problema della navigazione aerea, che da tanti anni turbava la mente degli scienziati, e quale scioglimento! Una perfezione inaudita, assolutamente sbalorditiva. Dapprima Rokoff e Fedoro avevano creduto di trovarsi dinanzi ad uno dei soliti palloni, dotato di qualche motore, ma si erano subito disingannati. Non era un aerostato, era una vera macchina volante, una specie di uccellaccio mostruoso, che solcava placidamente l'aria coll'arditezza e la sicurezza dei condor delle Ande o delle aquile. Un uccello veramente non lo si poteva chiamare, quantunque nelle ali e nel corpo ne rammentasse la forma. Consisteva in un fuso lungo dieci metri, con una circonferenza di tre nella parte centrale, costruito in un metallo argenteo, probabilmente alluminio, nel cui centro si vedeva un motore che non doveva però essere mosso né dal carbone, né dal petrolio, né da alcun olio o essenza minerale, perché non si vedeva fumo né si sentiva alcun odore. Ai suoi fianchi, mosse da quella macchina misteriosa, agivano due immense ali, simili a quelle dei pipistrelli, con armatura d'acciaio o d'alluminio e la membrana composta da una spessa seta o da qualche altro tessuto che le rassomigliava. Un po' al disotto del fuso, che serviva di ponte e anche di abitazione, si estendevano a destra ed a sinistra, tre piani orizzontali, lunghi ciascuno una decina di metri, pure con armatura di ferro, ricoperti di stoffa, lontani l'uno dall'altro quasi un metro, vuoti nel mezzo, che dovevano, presumibilmente, agire come gli aquiloni e mantenere l'intero apparecchio sollevato. Non era però tutto. Sulla punta estrema del fuso, un'elica immensa, che girava vorticosamente, con velocità straordinaria, pareva che dovesse aiutare il movimento delle ali, mentre a poppa si vedevano due piccole alette che dovevano certamente servire per dare all'aerotreno la direzione voluta. Fedoro e Rokoff erano rimasti immobili, colla bocca aperta, impotenti ad esprimere la loro ammirazione. Il capitano, appoggiato alla balaustrata che correva intorno al fuso metallico per impedire delle cadute pericolose, li guardava sorridendo silenziosamente. - Che cosa ne dite di questo treno aereo? - chiese finalmente al russo ed al cosacco. - Meraviglioso! - Sorprendente! - Magnifico! - Sì un capolavoro - rispose il capitano con vivacità. - Ecco risolto finalmente il problema della navigazione aerea. - Ma ... signore ... - disse Fedoro. - So che cosa volete chiedermi - disse il capitano. - A più tardi le spiegazioni, dopo la colazione. Date invece uno sguardo a questo superbo panorama. Pechino si estende dinanzi a noi e fra poco ci libreremo sopra la città imperiale. Ora ci troviamo nel parco dei Mari del Sud, guardatelo, signori, una cosa veramente splendida! Lo "Sparviero", il quale si avanzava con velocità moderata, certo per volere del suo comandante, filava sopra il famoso Nanhai-tze, uno dei più splendidi parchi del mondo, che si estende al sud della capitale cinese, da cui si trova separato da una piccola pianura paludosa. È un immenso giardino, vasto tre volte più di Pechino, perché ha una superficie di circa duecento chilometri quadrati, con una periferia di sessantacinque, difeso da massicce muraglie che si connettono coi baluardi eretti a difesa degli approcci della capitale. Villaggi, campi coltivati, boschi, costruzioni strane, attendamenti delle colonie militari, sfilavano dinanzi agli sguardi meravigliati di Rokoff e di Fedoro, mentre più al nord pareva che s'avanzasse correndo, l'enorme massa di Pechino, colle sue torri, coi suoi templi, colle sue muraglie, colle sue migliaia e migliaia di guglie di antenne, coi suoi tetti di porcellane azzurre, verdi e giallo dorate. - Che spettacolo! - esclamava Fedoro. - Superbo, magnifico! - ripeteva Rokoff con entusiasmo. - Ora comprendo la passione degli aeronauti! Essi soli possono contemplare simili meraviglie perché hanno la mobilità. Ecco la gigantesca città che pare si precipiti contro di noi! Pechino a volo d'uccello! Chi l'ha mai veduta? - E come procediamo bene, senza scosse, senza soprassalti! Che macchina perfetta, Rokoff! - Meravigliosa, Fedoro. - Ecco le prime muraglie! - E laggiù i tetti gialli della città imperiale. - Guarda, Rokoff, ammira! - Non ho occhi bastanti per vedere tutto! Vorrei averne una dozzina invece di due. Lo "Sparviero", attraversato il parco dei Mari del Sud, si avanzava sopra Pechino, tenendosi ad un'altezza di quattrocento metri. L'immensa città si svolgeva tutta intera sotto gli occhi dei quattro aeronauti. La capitale del più potente impero del mondo, o meglio del più popoloso, sorge su una vasta pianura parte sabbiosa e parte fangosa, occupando una estensione immensa, perché nuove borgate continuano ad aggrupparsi intorno alle sue mura. Come quasi tutte le città mongole, forma un quadrato più o meno perfetto, la cui superficie è stata valutata in seimila ettari e si divide in due città ben distinte, ognuna delle quali ha un nome particolare: Nuich' Eng ossia "città entro le mura" o tartara e Cheng-wai o "fuori mura". Entrambe però sono cintate e difese da torri massicce di forma quadrata e da bastioni merlati alti da quindici a sedici metri, non certo però capaci di resistere a lungo al tiro delle artiglierie moderne, quantunque sembrino a prima vista poderosi, essendo lastricati di marmo. La città fuori mura è quella commerciale, un caos di vie e di viuzze sfondate e polverose, di case di tutte le forme e dimensioni, di negozi e di baracche, dove brulicano milioni di celestiali. Quella tartara invece è destinata alla corte imperiale ed è la meglio difesa, avendo mura più alte e massicce e le porte che sono quattro, sormontate da torrioni d'aspetto imponente. Se la Cheng-wai presenta gravi sintomi di decadenza, l'altra invece si mantiene ancora superba e sempre meravigliosa. Secoli e secoli sono passati sui suoi giardini incantati, sulle sue splendide gallerie, sui suoi grandiosi palazzi, sui suoi tetti di porcellana gialla, sulle sue cupole meravigliose, ma pare che non l'abbiano affatto invecchiata, anzi tutt'altro. Lo "Sparviero", dopo essersi librato sulla Cheng-wai, dove si vedevano radunarsi nelle piazze e sulle vie miriadi di cinesi attratti da quell'immenso uccello che dovevano prendere per qualche drago mostruoso, si era lentamente diretto verso la città imperiale, le cui mura rosse spiccavano vivamente fra il verde dei giardini. Prima però di prendere la corsa verso i tetti gialli, scintillanti sotto i raggi del sole, lo "Sparviero" con un largo giro aveva raggiunto il tempio del cielo, uno dei più grandiosi che sorgano nella capitale, librandosi per alcuni minuti su di esso. Come quello dell'Agricoltura, è difeso da una cinta ombreggiata da filari d'alberi, lauri e pini e si erge sopra una terrazza a gradini di marmo, lanciando ben alti i suoi tetti sovrapposti e la sua larga rotonda adorna di maioliche verniciate e di pilastri azzurri, rossi, scarlatti e gialli con foglioline d'oro. - Ammirabile! Stupendo! - esclamava Rokoff. - Ed immenso - disse Fedoro. - E quello che sorge laggiù è più bello ancora - disse il capitano, che si era collocato presso di loro. - È il tempio dell'Agricoltura, è vero capitano? - Sì - rispose l'aeronauta. - Vedete anche il piccolo campo sacro, dove una volta l'Imperatore e i principi si recavano, all'epoca dei lavori di primavera, a guidare l'aratro d'avorio e d'oro, invocando le benedizioni del cielo e della terra. - Ora non si fa più quella cerimonia? - chiese Rokoff. - No, e ciò dopo l'entrata delle truppe franco-inglesi nella capitale, ossia dal 1860. Guardate, il tempio è superbo, degno di questo gran popolo. Con una rapida volata lo "Sparviero" lo aveva raggiunto, descrivendo un vasto giro intorno alla colossale costruzione la quale lanciava verso il cielo i suoi tre tetti sovrapposti, coperti di tegole gialle ed azzurre. Si tenne qualche istante quasi immobile, onde gli aeronauti potessero meglio contemplare i marmorei scaloni e la selva di pilastri variopinti e coperti di sculture, poi, innalzatosi di duecento metri mosse dritto verso la città imperiale, fugando colla sua presenza le guardie che vegliavano sui bastioni. Dalle vie e dalle piazze della Cheng-wai salivano, di quando in quando, dei clamori assordanti mescolati allo strepito di migliaia di gong e di tam-tam e di conche marine e si vedeva la folla precipitarsi verso le muraglie della città tartara. - Che abbiano paura che noi andiamo a uccidere l'Imperatore? - chiese Rokoff. - Siamo sopra la città inviolabile e hanno ragione di inquietarsi - rispose il capitano. - Che ci prendano per mostri? - Crederanno lo "Sparviero" un drago sceso dalla luna. - Che ci sparino addosso? - chiese Fedoro. - Non credo, avendo troppa paura dei draghi - disse il capitano sorridendo. - D'altronde ci è facile metterci fuori di portata, potendo il mio "Sparviero" raggiungere delle altezze incredibili, dove certo non arrivano le palle dei più potenti cannoni. Finché si accontentano di urlare e di battere i loro gong, lasciamoli fare. Ecco i palazzi imperiali. Che cosa ne dite di tanta magnificenza? La città tartara od imperiale, è divisa pure in due città ben distinte, da muraglie altissime, tinte di rosso e difese da bastioni e da torri. Nella prima abitano i funzionari e i soldati; nella seconda l'imperatore e i principi del sangue, ciambellani, e così via, i quali, tutti insieme, raggiungono la popolazione di una città di terz'ordine. Ha quattro porte che corrispondono coi quattro punti cardinali e che nessuno può varcare senza speciale permesso ed è chiamata la città gialla ossia santa. Quivi palazzi grandiosi del più puro stile cinese, gallerie immense sostenute da colonne dorate, tetti a punte arcuate con tegole di porcellana, cortili immensi lastricati di marmo bianco e adorni di mostruosi draghi e di chimere di bronzo, giardini meravigliosi, viali ricchi d'ombre, chioschi e padiglioni che sembrano formati di merletti, ponti, canali e laghetti dove si cullano barchette scolturate e ricche di dorature. Nel centro sorgono due colline, erette dalla mano dell'uomo, dalle cui cime il possente imperatore può dominare tutta la immensa città che lo circonda. La più alta, chiamata Meician, o Montagna del Carbone, e se si deve credere ad una leggenda popolare, poserebbe su colossali depositi di carbone, accumulati nell'eventualità d'un lungo assedio. Anche intorno ai palazzi imperiali e nei giardini, regnava una confusione straordinaria, suscitata dall'improvvisa comparsa del mostruoso uccello. Guardie imperiali, armate di fucili, accorrevano da tutte le parti urlando e facendo muggire le conche di guerra e sulle terrazze e nelle gallerie si vedevano raggrupparsi donne manifestando il loro spavento con gesti disperati. Forse anche l'Imperatore si era degnato di lasciare i suoi appartamenti per vedere quell'uccellaccio di nuova specie, che osava volteggiare sopra i tetti e gli alberi della città inviolabile. - Capitano - disse ad un tratto Rokoff, indicandogli un bastione sul quale si erano aggruppati parecchi soldati. - Si preparano a far fuoco contro di noi. Stanno puntando un pezzo d'artiglieria. - Sono a milleduecento metri - rispose l'aeronauta con voce tranquilla. - Spareranno male di certo, tuttavia prendiamo le nostre precauzioni. Avete veduto abbastanza la città gialla? Allora possiamo andarcene. Ehi, macchinista? - Signore! - Saliamo e aumentiamo. - Subito, capitano. In quell'istante sul bastione si vide una nube di fumo attraversata da un getto di fuoco, poi si udì una detonazione. Un sibilo acuto, che aumentava rapidamente, giunse agli orecchi degli aeronauti, poi si perdette in lontananza. - Troppo bassa - disse il capitano, senza perdere un atomo della sua calma. - Ero certo che ci avrebbero sbagliati. Lo "Sparviero" s'innalzava sbattendo vivamente le sue ali, le quali provocavano una forte corrente d'aria. Salì fino a seicento metri, descrivendo una spirale, poi si slanciò innanzi colla rapidità d'una rondine e passò sopra gli opposti bastioni, dirigendosi verso il nord. - Dove andiamo, signore? - chiese Rokoff, vedendo che lo "Sparviero" si allontanava dalla capitale. - A far colazione per ora - rispose il capitano. - La pianura di Pechino non ha nulla d'interessante per trattenerci qui. Più tardi vi sarà qualche cosa da vedere, prima di andarcene verso la grande muraglia. - Ma la vostra direzione quale sarebbe? - insistette Rokoff. - Il nord - rispose asciuttamente il capitano. - Macchinista è pronta la colazione? - Sì, signore. - Venite - disse il comandante volgendosi verso Rokoff e Fedoro. - Suppongo che avrete fame. - Come lupi a digiuno da una settimana - rispose il cosacco. - Le razioni dei carcerati non sono abbondanti nelle prigioni cinesi. - Lo so, anzi si corre sovente il pericolo di morire molto spesso di fame - disse l'aeronauta. - Si fa molto economia là dentro. Il macchinista, legata la piccola ruota del timone che serviva a far agire le alette di poppa, in pochi istanti aveva apparecchiata la tavola situata dietro la macchina, al riparo d'una tenda. Tovaglia di Fiandra finissima, piatti e posate d'alluminio, bicchieri di cristallo di Boemia, poi tondi contenenti dell'arrosto freddo, delle costolette, dei salumi, delle frutta: ricchezza, buon gusto ed abbondanza insieme. Una cosa aveva però subito colpito il russo ed il cosacco: vivande e frutta erano coperte da un leggero strato scintillante che pareva ghiaccio. - Assaggiate questo capretto arrostito - disse il capitano. - Quantunque sia stato cucinato in Giappone, deve essere ancora squisito. Rokoff e Fedoro si guardarono l'un l'altro con stupore. - Anche queste costolette, sebbene arrostite a Tahiti, devono essere eccellenti. - Ma ... scherzate? - chiese il cosacco,. il cui stupore era al colmo. - E questo pasticcio di carne che ho fatto preparare a San Francisco di California? - continuò il comandante, che pareva si divertisse molto della meraviglia dei suoi ospiti. - Ho però di meglio. Ecco una trota preparata a Nuova York, in uno dei principali alberghi. L'hanno messa a friggere quarantadue giorni or sono, pure rispondo della sua freschezza. Assaggiate, signori miei. Se fosse stata pescata ieri sera, non sarebbe più deliziosa. Rokoff che amava il pesce, quantunque poco persuaso delle parole dette dal capitano, si provò ad assalire quella trota che veniva dalla lontana capitale degli Stati Uniti. - Che cosa dite? - chiese il comandante, con accento malizioso. - Squisita ... eccellente ... solamente la trovo terribilmente fredda ... come se fosse stata pescata in qualche fiume gelato della Siberia e lasciata a ghiacciare per un mese. Avete dunque una ghiacciaia a bordo del vostro "Sparviero"? - Sì, e una ghiacciaia che vi farebbe gelare per sempre in meno di due minuti - rispose il capitano. - Avete qualche macchina da ghiaccio? - Ho di meglio, signor Rokoff. A voi queste uova. Provate a spezzarle - Sono coperte da uno strato di ghiaccio. - Vi pare ma non sono tali. Rompetele e mangiate. Il cosacco tentò di aprirle, ma il guscio resistette a tutti i suoi sforzi. - Vi occorre un martello - disse il capitano. - Il macchinista le ha lasciate gelare troppo. Assaggiate invece questo ananas raccolto alle Marianne. - Sembra un blocco di ghiaccio. - Sarà migliore così, perché nulla avrà perduto del suo sapore e del suo profumo. E voi, signor Fedoro, come trovate quel pasticcio di San Francisco? - Non ne ho mai mangiato uno più gustoso, però mi si gelano i denti. - Bisognava lasciarlo un po' più esposto al sole. Non avevo pensato che voi non siete abituati a cibi così freddi. Macchinista, una buona bottiglia di gin e di whisky. Ci riscalderà un po'. Il capitano, ch'era diventato d'una amabilità straordinaria, servì ai suoi ospiti dell'eccellente whisky, poi offrì delle sigarette e delle pipe. - Ed ora, - disse - voglio soddisfare la vostra curiosità, perché suppongo che non mi lascerete troppo presto. Se dovessi deporvi qui, i cinesi non tarderebbero ad acciuffarvi ancora e più innanzi non vi converrebbe lasciarmi. - Ma dove andate? - chiese Rokoff. - Vi piacerebbe tornare in Europa a bordo del mio "Sparviero"? - In Europa! - esclamarono il russo ed il cosacco ad una voce. - Noi faremo la traversata dell'Asia - rispose il capitano. - Chi rifiuterebbe una simile proposta! - esclamò Rokoff con entusiasmo. - Non avete paura a seguirmi? - Oh no, signore! Abbiamo troppa fiducia in voi e nel vostro "Sparviero". - Voi però potreste supporre di aver salvato due bricconi - disse Fedoro. - Ho avuto il tempo di apprezzarvi e d'altronde so che voi siete uno dei più ricchi negozianti di tè della Russia meridionale e che il vostro amico è un ufficiale dei cosacchi. Tali persone non possono essere dei banditi. - Come sapete questo? - esclamò Fedoro. - Lo so e basta, è vero, signor Rokoff? - disse il capitano. - Più tardi mi racconterete le vostre avventure; per ora occupiamoci del mio "Sparviero". I PRODIGI DELL'ARIA LIQUIDA Il capitano si alzò, fece il giro del ponte guardando l'immensa pianura che si estendeva sotto la macchina volante, si fermò un istante dinanzi ai barometri ed ai termometri appesi alla balaustrata, scambiò alcune parole col macchinista in una lingua sconosciuta, poi tornando verso la tavola, accese una sigaretta e si sedette. - Ditemi, signori miei, - disse, guardando con aria di grande condiscendenza i suoi due compagni di viaggio - siete soddisfatti delle evoluzioni compiute dal mio "Sparviero"? - È una macchina perfetta, davvero stupefacente - disse Rokoff con convinzione. - È lo scioglimento della questione della navigazione aerea - aggiunse Fedoro. - Sì, il vero scioglimento - disse il capitano, - Da parecchi lustri, gli scienziati studiano invano per trovare un pallone dirigibile che permetta all'uomo di solcare l'aria con piena sicurezza e senza porsi in balia delle correnti aeree così mutabili e sovente così pericolose. Quali risultati hanno ottenuto i loro studi? Nessuno di certo che sia per lo meno pratico. E sapete il perché? Perché hanno trascurato la meccanica, ostinandosi invece coll'idrogeno. Le innumerevoli catastrofi che si sono susseguite dall'innalzamento delle prime mongolfiere agli ultimi e più perfezionati palloni, non li hanno ancora persuasi che col gas non si deve avere troppa sicurezza. Si è fatto un gran chiasso intorno agli esperimenti di Giffard e di Renard coi loro palloni dirigibili, perché quest'ultimo era riuscito, con tempo calmo, a compiere un breve tragitto tornando al punto di partenza; ha sollevato immenso entusiasmo il brasiliano Santos Dumont; si attendono meraviglie dal pallone del conte da Schio, un italiano, e da altri ancora. Ebbene si provino costoro a tentare una lunga traversata, a sfidare venti impetuosi, ad affrontare uragani. I loro palloni, nonostante le loro eliche e la forza delle loro macchine, verranno abbattutti, squilibrati, trascinati e altre catastrofi si seguiranno. - Lo credo anch'io - disse Rokoff. - Per molto tempo - proseguì il capitano - mi sono pur io ostinato coi palloni dirigibili. Ho fatto costruire fusi semplici e accoppiati, ho fatto perfezionare macchine a petrolio ed a benzina, spendendo somme enormi e senza risultati pratici. Eppure oggi abbiamo motori potenti e leggeri, abbiamo metalli del pari leggeri e solidi quanto il ferro, abbiamo mille perfezionamenti nella meccanica e anche delle forze che ieri ancora erano sconosciute e che se fossero state note trentanni or sono, avrebbero segnato un completo trionfo per Spencer e per Kaufmann. - Chi sono costoro? - chiese Fedoro, il quale ascoltava attentamente il capitano. - È qui che vi aspettavo per dimostrarvi che la questione della navigazione aerea, avrebbe potuto essere stata risolta da trenta e più anni. Nel 1868, all'esposizione del classico Palazzo di cristallo di Londra, fra i vari palloni più o meno dirigibili, venivano presentate due macchine volanti: una ideata da Spencer, l'altra da Kaufmann. Salvo alcune modificazioni da me introdotte, rassomigliavano nelle forme al mio "Sparviero". Provate su corde tese, lunghe quattrocento metri, e trattenute da pulegge scorrenti, avevano dato risultati stupefacenti. Che fossero perfette, io non lo credo, ma se lo Spencer e Kaufmann avessero proseguito i loro studi, io sono convinto che a quest'ora gli uomini volerebbero per l'aria gareggiando cogli uccelli. Che cosa ho fatto io? Ho modificato le loro macchine, scartando però i loro motori a carbone, troppo pesanti e poco maneggiabili. Al ferro ho surrogato l'alluminio, molto più leggero ed egualmente resistente; al carbone ... una forza ben più poderosa, poco costosa, ieri ancora ignota e che domani metterà in azione locomotive, corazzate, telai, automobili e che risolverà tutti i problemi della dinamica. Questa forza me l'ha data l'aria liquida. - L'aria liquida! - esclamarono Rokoff e Fedoro. - Quando Tripler pel primo riuscì ad ottenerla, non si immaginava certo di aver scoperta una forza che porterà la rivoluzione nel mondo. Solamente molto più tardi doveva accorgersi dell'importanza straordinaria della sua scoperta. Pensate che l'aria liquida ha circa cento volte il potere espansivo del vapore e che essa comincia a produrre la sua forza nel medesimo istante in cui è esposta all'aria esterna. Per ottenere il vapore è necessario che l'acqua raggiunga una temperatura di 212o Fahrenheit, ossia che se l'acqua entra nelle caldaie a 50o di calore, se ne devono immettere in essa altri 162o prima che possa fornire una libbra di pressione. L'aria liquida invece ne dà venti. Valendomi dunque degli studi fatti dal Tripler e da altri scienziati, e specialmente dall'Estergren, che ha già applicato l'aria liquida a molti meravigliosi congegni, ho costruito un motore d'una solidità a tutta prova, d'una leggerezza unica, il quale mi fornisce a esuberanza la forza necessaria per far muovere le ali del mio "Sparviero" e le eliche. Come vedete, una cosa semplicissima. Un'altra macchina, costruita nelle officine dell'Estergren, mi fornisce l'aria necessaria con una spesa modicissima ed in tale quantità da non saper che cosa farne, perché in una sola ora me ne procura tanta da bastarmi per una settimana. Ma vi è di più. Fa troppo caldo? Metto in azione il mio ventilatore e ottengo in pochi istanti una temperatura da Siberia. Ho dei viveri da conservare? Li metto nelle celle refrigeranti del mio fuso e li gelo ed ecco perché posso farvi assaggiare delle trote pescate due mesi or sono nel San Lorenzo o dei pasticci acquistati a San Francisco o della frutta raccolta nelle isole dell'Oceano Pacifico. Voglio sparare il cannoncino che tengo là dietro la macchina? È l'aria liquida che me ne dà la forza, senza ricorrere alla polvere. Voglio far saltare mezza città? Non faccio altro che immergere un pezzo di lana nella mia aria liquida ed ecco che infiammandosi esplode con tutta la terribile violenza del cotone fulminante. A suo tempo, se le circostanze lo esigeranno, ve ne darò la prova. - Ma da dove venite voi? Chi siete? - domandò Rokoff, che lo guardava quasi con terrore. - Da dove vengo? Dall'Oceano Pacifico, per ora. Chi sono io? Il capitano dello "Sparviero". Venite: ecco delle cose interessanti da vedere. Le tombe dei Ming! Un'altra meraviglia che vale veramente la pena di guardare con attenzione. Quello strano personaggio si era vivamente alzato dirigendosi verso la prora, dove la grande elica che serviva di rimorchio e fors'anche di direzione, turbinava velocemente. Rokoff e Fedoro, che non si erano ancora rimessi dal loro stupore, stettero un momento seduti, guardandosi l'un l'altro, poi seguirono il capitano senza parlare. Lo "Sparviero" si dirigeva verso una collina verdeggiante, sulla quale si vedevano biancheggiare delle strane costruzioni. Sotto, la pianura s'alzava gradatamente, coltivata a piante di gelso e di cotone, intersecata da torrentelli che parevano nastri d'argento e cosparsa di capanne di fango secco e di paglia. Dei contadini di quando in quando apparivano fra i solchi e dopo un momento di stupore, fuggivano urlando come ossessi, alla vista della macchina volante. - Sapete come si chiama quella collina? - chiese il capitano ai suoi ospiti? - No, signore - rispose Fedoro. - Non sono mai andato oltre Pechino. Dopo la distruzione di Taku, la presa di Tient-tsin e l'entrata delle truppe europee nella capitale, l'uomo bianco non osa più inoltrarsi nelle provincie interne della Cina. - È vero - disse il capitano. - Gli europei e gli americani, colla loro grande spedizione, credevano di aprire per sempre le barriere cinesi ed invece le hanno chiuse più di prima. I boxer vivono ancora dovunque e la tremenda lezione non è bastata a calmarli. - E quella collina? - chiese Rokoff. - È la Scisan-ling, ossia dalle tredici fosse - rispose il capitano. - Là vi sono le famose tombe della dinastia dei Ming. - E andiamo a vederle? - Vi passeremo sopra. Si appoggiò al bordo e si rimise a fumare, tenendo gli sguardi fissi sulla collina che pareva si precipitasse incontro allo "Sparviero" con velocità straordinaria. Intanto nelle vallette, all'ombra di gruppi di pini e di ginepri, cominciavano ad apparire numerose tombe, appartenenti probabilmente a ricchi personaggi od a principi. Quasi tutte avevano la forma di tartarughe gigantesche, portanti sul clipeo delle tavole di marmo piene d'iscrizioni con ai lati colossali leoni e chimere di bronzo o di pietra bigia. Lo "Sparviero", rallentata la corsa, dopo essersi innalzato di altri trecento metri onde poter dominare tutta intera la collina, ridiscese imboccando una stretta valletta che s'inoltrava fra profondi burroni, e si arrestò al disopra d'un vasto spiazzo dove si vedevano delle superbe costruzioni. Era il parco sepolcrale dei Ming, uno dei più splendidi che si vedono nel circondario di Pechino. Esso si trova a circa quaranta chilometri dalla capitale, in un luogo solitario della catena dei Tiencia, fra gruppi di pini che formano dei bellissimi viali ombrosi e di querce grossissime. Vi si penetra per un immenso porticato di marmo bianco, il quale mette in un viale abbellito da statue che rappresentano dei mandarini, dei sacerdoti e dei guerrieri, elefanti, cammelli, leoni, cavalli e liocorni mostruosi, alcuni in piedi ed altri inginocchiati e alti due, tre e perfino quattro metri. Vi sono monumenti bellissimi, fra i quali spicca il tempio dei sacrifici sostenuto da sessanta colonne di lauro alte ognuna tredici metri, con una circonferenza di tre. Lo "Sparviero" descrisse parecchi giri al disopra del parco, poi deviando bruscamente prese la corsa verso il nord-ovest, attraverso le montagne dei Tiencia. Dove andava? Rokoff e Fedoro avrebbero desiderato saperlo, ma non osarono chiederlo. Il capitano, d'altronde non pareva disposto a soddisfare la loro curiosità, perché li aveva bruscamente lasciati dirigendosi verso poppa, dove si trovava il macchinista. Si sedette dietro la ruota e dopo aver scambiato alcune parole col suo compagno, si era messo a osservare il paese circostante, senza più occuparsi dei suoi ospiti. - Ebbene, Fedoro, che cosa ne dici di tutto ciò? - chiese Rokoff. - A me pare di essermi risvegliato in questo momento e d'aver sognato. - Anch'io mi domando ancora se sono vivo o morto - rispose il russo. - Vi sono certi momenti in cui dubito di non essere stato ammazzato. Se non avessi veduto coi miei occhi Pechino, mi crederei in un nuovo mondo. - Infatti, l'avventura è strana, Fedoro, tale da far impazzire. Trovarci dinanzi alla morte e risvegliarci in aria in viaggio per l'Europa! Quando noi lo racconteremo ai nostri amici, non ne troveremo uno che ci crederà. - Mostreremo loro lo "Sparviero". - Se ci porterà fino a Odessa. Il capitano ha detto che vuole raggiungere l'Europa, ma non dove ci deporrà - disse Rokoff. - E chi credi che sia quell'uomo? - Non te lo saprei dire, perché mi ha detto che parla tutte le lingue. - Un gran dotto di certo. - E anche un originale, Fedoro. - E non vuole dirci dove ci trasporterà ora. - Attraverso l'Asia. - Un, viaggio meraviglioso - disse il russo. - Che non mi rincresce affatto - aggiunse Rokoff. - E che compiremo presto, perché questa macchina mi pare dotata di una velocità tale da sfidare gli uccelli. - Filiamo come le rondini, Fedoro. Guarda come spariscono i campi, i boschi e i villaggi! Questa macchina volante è una vera meraviglia. - Purché qualche accidente non le faccia spezzare le ali e ci mandi a fracassarci sulla superficie della terra! - Non credo che ciò possa accadere - disse Rokoff. - Questo treno aereo è d'una solidità incredibile. Malgrado lo sforzo poderoso delle macchine, non si sente il più leggero fremito nel fuso. Leggerezza, potenza e solidità! Quel diavolo d'uomo non poteva ottenere di più. Ma e dove andiamo noi? Mi pare che lo "Sparviero" abbia deviato ancora. - Si dirige verso quella città che vedo sorgere là in fondo - disse Fedoro. - Una città? - Forse quella di Tschang-pin, perché alla nostra sinistra vedo un corso d'acqua che deve essere molto voluminoso. Deve essere il Pei-ho. - Allora ci dirigiamo al nord. - E verso la grande muraglia, ne sono certo - rispose Fedoro. - - L'Europa non si trova già al nord. - Lo "Sparviero" piegherà poi verso l'ovest. - No, signori - disse una voce dietro di loro. - Non ora; più tardi, molto tardi. Il macchinista si era accostato loro tenendo fra le labbra una di quelle monumentali pipe di porcellana, usate dagli olandesi e dai tedeschi. Il compagno del capitano era un bel giovane di venticinque o ventisei anni, di statura media, muscoloso e ad un tempo di taglia snella, colla pelle assai bruna, gli occhi nerissimi tagliati a mandorla e i capelli ondulati e biondissimi, che portava lunghi. Dire a quale razza appartenesse, sarebbe stato molto difficile, perché pareva che i lineamenti degli uomini del nord e del sud si fossero fusi in lui. Aveva del semitico, del greco, del romano e dell'anglosassone. Da quale paese dunque veniva? Che però appartenesse alla razza bianca, malgrado la tinta oscura della sua pelle, non vi era da dubitare. - Non piegheremo verso l'ovest? - chiese Rokoff dopo averlo osservato con curiosità. - Non per ora - ripeté il macchinista in cattivo russo. - Continueremo dunque la corsa verso il nord. - Sì, signore. - Allora andremo in Siberia. - Non lo so - rispose il giovane, quasi si fosse pentito d'aver detto troppo. - È il capitano che comanda. - Eppure ci aveva detto di condurci in Europa - insistette Rokoff. - Se lo ha detto, manterrà la parola. - È molto tempo che viaggiate? - chiese Fedoro. - Molto e poco. - Vale a dire? - Che non lo so. - Ecco una risposta strana. Non siete partito col capitano? - Può essere. - Non sapremo mai nulla da costui - disse Rokoff in francese a Fedoro. - Non devo parlare, tale è l'ordine - disse il macchinista nell'egual lingua e sorridendo. - Ah! Voi parlate anche il francese! - esclamò il cosacco, confuso. - Ed altre ancora, signore. Ecco Tschang-pin: la gran muraglia non è lontana. - Faremo provare una gran paura ai cinesi. - To'! Che cos'è quell'immenso recinto brulicante d'animali? - chiese Rokoff indicando una specie di parco che si estendeva per miglia e miglia verso l'ovest. - Una delle riserve dell'imperatore - rispose Fedoro. - Ne ha parecchie nella provincia di Pechino. - Vi sono migliaia di cavalli. - E tutti di proprietà imperiale. - E che cosa ne fa l'Imperatore? - Non lo saprei, perché non cavalca quasi mai. Tuttavia posso dirti che tiene a sua disposizione quasi centomila destrieri, scelti fra i migliori del suo sterminato impero. - Tanti da morire prima di averli provati tutti, anche se dovesse diventare vecchio quanto gli antichi patriarchi. - Sì, Rokoff. - Vedo anche dei buoi. - Ne possiede dodicimila. - E delle pecore. - Si dice che ne abbia duecentoquarantamila. - Ecco un proprietario che invidio, Fedoro. E quella massa enorme che s'innalza presso le mura del parco? La si direbbe una campana. - Fedele copia di quella di Pechino - disse il capitano, che si era silenziosamente accostato a loro. - Solamente che quella è in pietra, mentre quella della capitale è di bronzo finissimo. - Io non ho mai potuto vederla, ma se quella è una copia, deve essere ben mostruosa. - La più grande che esista al mondo, avendo tra una altezza di cinque metri, un diametro di quattro e mezzo e un peso di sessantamila chilogrammi. Se la bella Ko-hi non si fosse sacrificata, non so se i cinesi, per quanto abili, sarebbero riusciti a fonderla. - Ko-hi! - esclamò Rokoff, guardando il capitano. - Chi era? - Una delle più belle fanciulle dell'impero. - E che cosa c'entra colla famosa campana? - Signor Fedoro - disse il capitano, volgendosi verso il russo. - Non conoscete la storia di questa campana? - No, signore. Il capitano s'appoggiò al bordo, guardò per alcuni istanti Tschang-pin che ingrandiva a vista d'occhio, poi disse, quasi bruscamente: - Narrasi che l'imperatore Yung-ko avesse incaricato il mandarino Kuang-yo di fondergli una campana che, per mole, non avesse l'eguale nel mondo. L'impresa era così ardua, che per due volte l'immenso torrente di bronzo fuso si riversò nello stampo senza riuscire a dare una campana perfetta. L'imperatore, sdegnato, concesse una terza prova, minacciando di morte lo sventurato mandarino nel caso che non fosse riuscito. Interrogato un astrologo, questi aveva predetto che la fusione sarebbe riuscita se assieme al bronzo si fosse mescolato il sangue d'una vergine. Kuang-yo aveva una figlia, giovane e bellissima. Apprendendo la profezia dell'astrologo e temendo l'ira dell'imperatore contro suo padre, la fanciulla si decise per l'orrendo sacrificio. Ed ecco che, quando il fiume di bronzo usciva come lava ardente dall'immensa fornace, la bella giovane si slancia, gridando: "Per mio padre!" Un soldato si precipitò su di lei per trattenerla, ma già il giovane corpo si era immerso nel metallo, non lasciando in mano dell'uomo, che voleva salvarla, che una delle sue piccole scarpe. Il mandarino, che aveva assistito al sacrificio della figlia, impazzì, ma la fusione riuscì pienamente, come aveva predetto l'astrologo. Si dice che il primo suono che diede la campana sembrò un colpo di scarpetta. Era la disgraziata giovane che reclamava ancora, nelle vibrazioni del bronzo, la sua piccola shieh. Macchinista alziamoci! Ecco le prime case di Tchang-pin ed ecco i primi colpi di fucile destinati a noi. Non sono cortesi questi abitanti!
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