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ATTRAVERSO L'ATLANTICO IN PALLONE

Autore: Salgari, Emilio - Editore: - Anno: 1895 - Categoria: letteratura

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§Alle cinque del mattino i raggi del sole invasero bruscamente lo spazio, illuminando l'oceano fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Quasi contemporaneamente, il forte vento che spingeva l'aerostato verso l'est scemò grado a grado, e parve che la corrente si spezzasse, o si disperdesse, come se avesse trovato un ostacolo. Veniva forse respinta dai venti alisei, che soffiano da levante a ponente, partendo dalle coste del Portogallo e dalla Spagna, e terminando nell'America centrale? L'ingegnere, che temeva d'essere stato trascinato dall'uragano molto al sud, lo supponeva. Se ciò era vero, per il Washington si preparava un brutto momento, poiché poteva venire afferrato da una grande corrente e ricondotto verso le coste americane, senza che gli arditi aeronauti avessero potuto opporvisi in modo alcuno. "A mezzodì faremo il punto e sapremo dove ci troviamo" disse Kelly ad O'Donnell che lo interrogava. "Speriamo di non essere discesi tanto al sud." Il caldo però cresceva di mano in mano che il sole si alzava sull'orizzonte, e questo era un indizio certo che l'aerostato era stato condotto nelle regioni ardenti del tropico del Cancro. Alle nove il termometro già toccava i 32o Rèaumur ed accennava ad alzarsi ancora. O'Donnell, abituato ai climi freddi del Canada, cominciava a soffrire assai ed aveva disteso la tenda per difendersi dai morsi di quel sole, diventato così bruscamente insopportabile. Il solo Simone, da vero negro, pareva che si trovasse benissimo in quella temperatura elevata: anzi sembrava che si fosse persino calmato, poiché ora se ne stava silenzioso, non aveva più gli sguardi smarriti, né il suo viso manifestava l'impressione paurosa di prima. Alle dieci il pallone era quasi immobile. Una calma assoluta regnava sopra l'oceano, il quale, col cessare del vento, era ridiventato tranquillo e terso come una immensa lastra azzurra. "Ci troviamo nelle regioni tropicali" disse l'ingegnere che da qualche minuto osservava la superficie dell'Atlantico. "Da che cosa lo arguite?" chiese O'Donnell. "Vedete laggiù volare quegli uccelli?" L'irlandese si curvò sul bordo della navicella e col cannocchiale vide alcuni volatili dalle penne bianche e nere, le ali forcute, la coda fornita di due lunghe penne, i quali si precipitavano di quando in quando sui flutti con estrema rapidità, per pescare i pesci che guizzano alla superficie. "Che uccelli sono?" chiese. "Fetonti, o, come li chiamano i marinai, paglie in coda. Questa specie non si allontana mai dai tropici." "Ma come si trovano qui, a una così grande distanza da terra?" "Sono uccelli dal volo potente e possono in poche ore attraversare incredibili distanze. Chissà? Forse hanno i loro nidi alle Azzorre, o alle Canarie, o alle isole del Capo Verde." "Dove ci troviamo noi dunque?" "Lo sapremo fra un'ora e mezzo. O'Donnell. Il mezzodì non è lontano." Durante quell'ora e mezzo il Washington non guadagnò più di dieci miglia: il calore invece aumentò sempre più, toccando i 35 gradi. Se a quell'altezza di 3800 metri era così elevato, quale non doveva essere presso la superficie dell'oceano? Colà il termometro doveva segnare i 40 gradi, se non di più. A mezzodì preciso, l'ingegnere fece il punto. Fatto rapidamente il calcolo, dopo le osservazione dell'ottante constatò che il Washington si trovava a 17o 15o di longitudine ovest, ed a 24o 39o di latitudine nord. "Siamo a poche miglia dal tropico" diss'egli. "I fetonti non mi avevano ingannato." "Dobbiamo aver percorso una distanza immensa da ieri a stamane" disse O'Donnell. "Ieri ci trovavamo a ... " "A 32o 54o di longitudine e a 30o 7o di latitudine" disse l'ingegnere. "Dunque noi abbiamo percorso in ventiquattr'ore?" "Circa mille miglia verso il sud-est." "Sfido qualunque vascello a varcare uno spazio in così breve tempo. Se il vento ci spingesse sempre in tale direzione dove ci trascinerebbe?" "Verso le isole del Capo Verde." "E se ci portasse all'est?" "Sulle coste del deserto di Sahara." "Dove andiamo ora?" "All'est." "Ma gli alisei in questa regione, Mister Kelly?" "Non sono lontani, e se scendiamo poche decine di leghe verso il sud, li incontreremo. Sapete dove temo di trovarmi?" "Non lo saprei." "Nella zona delle calme del Cancro." "Brutta scoperta. Mister Kelly." "Terribile, O'Donnell, poiché queste calme possono tenerci immobili, o quasi, per parecchi giorni e forse per delle settimane. Il nostro aerostato ha, si può dire le ore contate e cadrà in pieno oceano." "Ma abbiamo la navicella." "È vero; ma le nostre provviste sono limitate, e soprattutto l'acqua comincia a scemare rapidamente, con questo calore intenso." "Diavolo! La cosa è più seria di quanto credessi, Mister Kelly. Tuttavia non disperiamo: chissà che questa calma si rompa ben presto e il vento ci sospinga sulle coste africane." Quella calma che li imprigionava non accennava a cambiarsi. Pareva che le correnti aeree si fossero disperse, o che il calore solare le avesse assorbite, poiché non soffiava il più leggero alito di vento, né in alto, né presso la superficie dell'oceano, che era liscia come un cristallo. Solo il caldo aumentava in modo inquietante, facendo rapidamente svaporare la provvista di acqua racchiusa nei barili di alluminio. Per colmo di sventura, l'idrogeno sfuggiva attraverso i pori della seta. Si era guastata la vernice in qualche punto, a causa dell'umidità depositata sugli aerostati dalle nubi, o si scioglieva invece per l'estremo calore? Forse per un motivo, o per l'altro, la forza ascensionale del Washington era scemata, e verso le punte estreme dei due immensi fusi tornavano a disegnarsi delle pieghe. Da tremilaseicento metri, in otto ore, era disceso di quasi cinquecento. Se non avessero gettato quel sacco di zavorra, sarebbe forse disceso di altri mille. L'ingegnere tuttavia non si sgomentava, possedeva ancora i suoi quattrocento metri cubi di idrogeno e circa seicentocinquanta chili di zavorra, o con questi mezzi calcolava di mantenere in aria il suo aerostato parecchi giorni ancora. Scomparso il sole, la discesa del Washington si accentuò e divenne ben presto assai rapida, abbassandosi la temperatura di parecchi gradi in pochi quarti d'ora. Alle dieci non era che a duecento metri dalla superficie dell'oceano. Prevedendo un'altra caduta e volendo risparmiare la zavorra più che poteva, l'ingegnere fece gettare la guide-rope unitamente ai due coni e all'àncora a branchi. Poiché gli oggetti immersi in acqua perdevano una parte del loro peso specifico, con tale manovra si scaricava l'aerostato di un peso non disprezzabile. Infatti, il Washington malgrado la temperatura continuasse a scemare, arrestò la sua discesa, mantenendo i suoi duecento metri. Quella prima notte, passata fra le calme del tropico, fu tranquilla. L'aerostato rimase perfettamente immobile, lasciando agio agli aeronauti di riposare comodamente. L'ingegnere però, che dormiva con un solo occhio, fu svegliato più volte dai balzi dei pesce-cani, i quali si erano radunati in parecchi sotto il Washington urtando più volte i due coni e l'ancorotto. All'alba il sole apparve all'orizzonte bruscamente, fugando le tenebre, e la temperatura, che era scesa a 28 gradi, salì quasi istantaneamente a 34 gradi. Il Washington parve che si svegliasse di colpo e s'innalzò lentamente nell'aria, ma quasi a malincuore. stentatamente. Quegli uomini, quella zavorra, quel battello e tutti gli oggetti che conteneva, cominciavano a diventare pesanti per le sue forze, che a poco a poco s'indebolivano, pari a quelle d'un ferito che perde lentamente il proprio sangue. Tuttavia risali fino a settecento metri, e toccata quell'altezza, incontrò una debole corrente d'aria che si dirigeva verso l'est, ma con una leggera deviazione verso il sud-est. "Hum!" fece O'Donnell, che si era svegliato. "Siamo un po' ammalati, Mister Kelly. Le forze del vostro valoroso Washington se ne vanno, e bisognerà rinvigorirle." "Lo credo, O'Donnell." rispose l'ingegnere. "Se questa calma continua, non so che accadrà di noi." "A che velocità ci spostiamo?" "Appena sette miglia all'ora." "Diavolo! Il nostro Washington è diventato una lumaca! Ditemi, Mister Kelly: vi sono stati degli aeronauti che sono precipitati in mare coi loro palloni?" "Molti, come ve ne sono stati molti che si sono schiacciati contro terra." "La lista dei naufragi aerei deve essere immensamente lunga, Mister Kelly." "Meno di quello che si crede, O'Donnell, e le catastrofi avvenute si devono quasi sempre alle imprudenze degli aeronauti. Si calcola che siano state fatte, dalla scoperta dei palloni, più di ventimila ascensioni, e le disgrazie non superano forse il centinaio." "Devono però essere state tremende!" "Questo è vero. O'Donnell, poiché quando un pallone scoppia o precipita, nessuna manovra può salvare l'aeronauta." "Chi sono stati i primi a fare quel terribile capitombolo?" "Pilâtre, il rivale di Blanchard, e il suo compagno Romain, furono le prime vittime della scienza aerostatica. Si erano innalzati da Boulogne il 15 giugno del 1785, per tentare la traversata della Manica e scendere in Inghilterra, con un pallone munito di un fornello, il quale doveva mantenere il gas continuamente dilatato, introducendo una corrente d'aria calda in una specie di tubo. Volendo innalzarsi di più, invece di spegnere il fornello, lo attivarono, e il pallone scoppiò con un rimbombo formidabile. I due disgraziati piombarono a terra, sfracellandosi in mezzo a un bosco, a circa quattro chilometri dalla città, accanto a una torre che esiste ancora. Pilâtre fu ucciso sul colpo: il suo compagno respirò alcuni minuti, poi morì, senza aver pronunciato una parola. Una modesta colonna, situata all'estremità d'una prateria, ricorda la tragica fine di quelle prime vittime dell'aerostatica. Zambeccari, ardito aeronauta italiano, che diede un grande impulso all'aerostatica, fu un'altra vittima. Sfuggito miracolosamente alla morte in pieno Adriatico, sul quale il vento lo aveva trascinato dopo essersi innalzato da Bologna il 21 Ottobre 1804, alcuni anni più tardi morì bruciato sotto gli occhi della moglie, dei figli e d'un numero immenso di spettatori, essendosi rovesciata la lampada che serviva a dilatare il gas. Il suo corpo fu trovato carbonizzato." "Quale orribile fine!" esclamò O'Donnell, rabbrividendo. "Nel 1802 Olivari s'innalzò con una semplice mongolfiera di carta: il suo pallone prese fuoco, e quell'audace precipitò al suolo, sfracellandosi." "E aveva avuto l'audacia di salire con un pallone di carta?" "Sì, O'Donnell, ma simili audacie si chiamano pazzie. Il 7 Aprile 1806 Momesent s'innalzò con un pallone fornito d'una tavola invece di una navicella, per renderlo più leggero. L'aeronauta perdette l'equilibrio e andò a schiantarsi nei fossati della città di Lilla, scavandosi da se stesso una tomba nella sabbia." "Che capitombolo!" "Il 17 Luglio 1812 Bittorf salì con una mongolfiera di carta e morì come Olivari, vittima della sua imprudenza. Più tardi precipitarono i fratelli Brachet, che alla navicella avevano sostituito un contrappeso. Non avendo potuto rallentare la discesa del pallone, si sfracellarono contro terra. Il 6 Luglio 1819 è una donna che cade vittima della sua audacia, la prima che avesse osato lanciarsi nelle alte regioni dell'aria. È la signora Blanchard: piombò sul tetto di una casa a Parigi e rimase uccisa." "Povera signora!" "Dimenticavo La Mountain un imprudente alzatosi il 4 Luglio 1874 con una mongolfiera a Jone, nel Michigan. Invece di imprigionare il pallone nella rete, come si usò sempre, aveva avuto la disgraziata idea di racchiuderlo fra delle funi non arretate: queste si ravvicinarono le une alle altre, la mongolfiera uscì e lo sventurato aeronauta precipitò insieme alla navicella e alle corde penzolanti, schiacciandosi su di un campo, sotto gli occhi di migliaia di spettatori terrorizzati. Dimenticavo Durof, innalzatosi il 31 Agosto 1874 a Calais assieme alla sua giovane moglie. Fu questo uno dei più drammatici naufragi aerei. Il suo aerostato, che si chiamava Tricolore, venne trascinato sull'oceano e dopo dodici ore cadde fra le onde. Marito e moglie, aggrappati al cerchio, lottarono disperatamente fra i marosi che cercavano di strapparli dal cerchio e d'inghiottirli, finché la giovane donna svenne. Suo marito la sostenne e non lasciò il cerchio. Una nave li scorse, gettò in acqua un canotto ed ebbe la fortuna di salvarli! L'ultima catastrofe fu quella dello Zenith il pallone montato da Croce-Spinelli, Silvel e Tissandier. Voi sapete che solo quest'ultimo si salvò." "E un'ecatombe di aeronauti. Mister Kelly." "V'ingannate, O'Donnell. Forse, in ventimila viaggi fatti dalle navi, le vittime inghiottite dagli oceani sono più numerose." "E dite che queste catastrofi si devono alle imprudenze degli aeronauti?" "Sì, ma talvolta anche degli spettatori, del popolo che assiste alle ascensioni e che non tiene conto dei pericoli ai quali vanno incontro gli aeronauti. Fu il popolo che costringe Zambeccari a fare l'ascensione del 21 Ottobre 1804 a Bologna. L'aeronauta non voleva partire, essendo il vento sfavorevole; ma fu beffeggiato, chiamato codardo, ed egli partì con due compagni, Andreoli e Grassetti, senza aver preso cibo, con il fiele sulle labbra, con la disperazione nell'anima: trascinati sopra l'Adriatico, furono salvati per miracolo da un bastimento. Nel 1812, il 21 Settembre, quello stesso popolo bolognese lo forzò ad affrettare l'ascensione: il pallone s'incendiò e il disgraziato morì bruciato vivo. Ad Arban toccò una sorte consimile, a causa del popolo triestino, che l'8 Settembre 1846 lo costrinse con ingiurie e minacce a innalzarsi malgrado il vento contrario, senza corda-guida, senza un'ancora, e venne raccolto morente in mezzo all'Adriatico. Ma quell'uomo era predestinato a venire inghiottito dal mare. Infatti, alcuni anni più tardi s'innalzava a Barcellona e ... " L'ingegnere non proseguì, si era girato verso l'est e i suoi occhi parevano fissi su qualche cosa. "Scorgete qualche nave?" gli chiese O'Donnell. "Non so che cosa sia, ma vedo laggiù un punto nero, che mi sembra immobile." %Capitolo15 La nave dei morti §Verso l'est, a una grande distanza, un punto nero spiccava nettamente sulla tranquilla superficie dell'Atlantico e sembrava perfettamente immobile. Non poteva essere un uccello, né una barca, poiché a tale distanza né l'uno né l'altra sarebbero stati visibili, né un pescecane di grandi dimensioni, poiché non sarebbe rimasto immobile, né un vascello, poiché su quel punto nero non si scorgevano né un pennacchio di fumo, che si sarebbe facilmente riconosciuto, né delle vele. "Che cosa può essere?" si chiese O'Donnell, fissando con grande attenzione quella macchia nera che si trovava proprio sulla direzione dell'aerostato. "Forse un cetaceo che dorme tranquillamente a fior d'acqua, o che è stato ucciso" disse l'ingegnere. "Una balena qui, in questi climi caldi?" "No, O'Donnell: le balene non abbandonano quasi mai i mari freddi: ma i capidogli si trovano dovunque, anche sotto l'equatore." "Vediamo" disse l'irlandese, prendendo il cannocchiale puntandolo in direzione della macchia nera. Guardò per parecchi minuti con estrema attenzione, poi abbassò lo strumento. La più viva sorpresa era dipinta sul suo viso. "Non è un cetaceo" disse. "Che cosa è dunque?" chiese l'ingegnere. "L'avanzo di un disastro marittimo, Mister Kelly." "Un rottame?" "Sì, una nave senz'alberi, coricata sul tribordo e senza equipaggio." "Un veliero." "Senza dubbio perché non scorgo la ciminiera della macchina." "Sarà stato abbandonato dal suo equipaggio." "Abbandonato! No, Mister Kelly." "Come lo sapete?" "Ho veduto sospese alle gru di babordo e di tribordo quattro imbarcazioni." "È impossibile, O'Donnell!" "Guardate, Mister Kelly." L'ingegnere prese a sua volta il cannocchiale e guardò. "Avete ragione" disse poi. "Le scialuppe sono a posto." "Che l'equipaggio si sia salvato su di una zattera?" "Avrebbe portato con sé anche le imbarcazioni, che sono sempre preferibili a una zattera che veleggia male e che una tempesta può facilmente sfasciare." "Che l'equipaggio sia stato raccolto da qualche nave?" "Potrebbe essere; ma perché la nave salvatrice avrebbe lasciato le imbarcazioni, che hanno un certo valore?" "Sarei curioso di chiarire questo mistero, Mister Kelly." "Lo chiariremo, O'Donnell. Il vento ci spinge proprio diritti su quella nave, e prima di sera noi l'abborderemo." "Purché il vento non cambi." "Sono deciso ad abbassarmi ed a gettare le mie àncore. Forse su quella nave possiamo trovare dell'acqua e riempire i nostri barilotti, che si stanno svuotando con una rapidità che mi spaventa. È molto se ne abbiamo centocinquanta litri." "In trenta ore il sole ci ha assorbito più di quaranta litri!" esclamò O'Donnell. "Se questa calma ci tiene imprigionati quattro o cinque giorni ancora, noi saremo alle prese con la sete." "Vedete che è necessario abbordare quella nave." "Se vi passeremo solamente vicini, io sono deciso a calarmi in acqua, Mister Kelly, e a rimorchiare il pallone." "Ed io a sacrificare un po' d'idrogeno." Perdurando la calma, l'aerostato si avvicinava alla nave con estrema lentezza, essendovi appena appena un soffio d'aria, e non sempre continuo. Era molto se i due fusi percorrevano uno spazio di cinque o sei chilometri all'ora, mentre quel rottame si trovava lontano trenta e anche più. A mezzodì anche quel leggerissimo alito di vento venne a mancare, e il Washington rimase immobile a ventidue o ventiquattro chilometri di distanza. Però verso le tre, quando il gran calore, che aveva raggiunto la spaventevole cifra di 42o, cominciò a scemare, s'alzò una brezza mi po' fresca, che lo spinse con la velocità di otto chilometri all'ora. Fortunatamente non aveva cambiato direzione, e il Washington continuava ad abbassarsi. In un altro momento quella discesa sarebbe stata rimpianta dagli aeronauti: ora invece la benedicevano, poiché permetteva loro di abbordare il rottame senza sacrificare l'idrogeno. Alle quattro pomeridiane l'oceano non era che a centocinquanta metri e la nave a soli dieci chilometri. A così breve distanza, con l'aiuto del cannocchiale, l'ingegnere e l'irlandese potevano scorgerla nettamente. Era un veliero della portata di forse milleduecento tonnellate, di forme svelte, dipinto di nero. I suoi alberi pareva fossero stati tagliati rasente la coperta, poiché non si vedevano che due corti tronconi; qua e là, disperse a prua e a poppa, pennoni, lembi di vele e cordami. Dalle barcacce di babordo e di tribordo si vedevano pendere in acqua i paterazzi, le sartie e le griselle. Quella nave, che doveva essere stata attrezzata a brick o a brigantino, era inclinata sul babordo. Pareva che il suo carico si fosse improvvisamente spostato, forse durante qualche grande tempesta. Sul ponte non si scorgeva persona alcuna: però si vedeva correre da prua a poppa una forma nera che non si poteva ancora ben distinguere. "Che sia qualche animale?" chiese O'Donnell. "Sarà forse un cane" rispose l'ingegnere. "Abbandonato dell'equipaggio?" "Certamente." "Allora il disastro deve essere recente: se risalisse a qualche settimana, quel povero animale sarebbe già morto di fame." "Lo credo anch'io." Alle cinque il Washington si trovava a soli tre chilometri dalla nave. Il venticello lo spingeva proprio sopra di essa. L'ingegnere fece attaccare l'ancorotto a patte alle guide-rope e calò quasi a fior d acqua: per maggior precauzione fece calare anche i due coni, per fermare prontamente l'aerostato, se il vento lo avesse sospinto al largo. Alle cinque e un quarto il Washington si trovava a poche decine di passi dal rottame, il quale era immobile come un cadavere abbandonato in mezzo ad un bacino d'acqua tranquilla. Sul ponte, un cane enorme, dal pelame nero, guardava con due occhi ardenti il pallone che s'avvicinava, facendo udire dei sordi brontolii. "Attento all'àncora. O'Donnell" gridò l'ingegnere. "Fila dritta sulla baraccia di babordo e prenderà fra le sartie pendenti o le gru delle imbarcazioni" rispose l'irlandese. Il Washington si trovava proprio sopra la nave. Ad un tratto provò una forte scossa, i due grandi fusi s'abbassarono bruscamente, poi virarono su di loro e rimasero immobili. L'àncora, guidata dal braccio dell'irlandese, aveva preso, fissandosi fra le sartie e le griselle pendenti della barcaccia poppiera di babordo. Il cane, un enorme molosso, s'avventò rabbioso verso l'àncora, emettendo minacciosi ululati. "Diavolo!" esclamò O'Donnell. "Sarà un po' difficile ammansire quel guardiano! Se la prenderà coi nostri polpacci, Mister Kelly." "Lo uccideremo, O'Donnell. Ma ... " "Che cosa?" "Non sentite delle pestifere esalazioni salire fino a noi?" "Per mille merluzzi! E odore di morti questo!" esclamò l'irlandese, impallidendo. Ed era vero. Da quel vascello abbandonato sull'oceano, senza alberi, senza vele, semirovesciato, preda sicura del primo uragano, saliva un tanfo di carne corrotta che appestava l'aria. Si sarebbe detto che portava un carico di cadaveri: come un sinistro cimitero galleggiante!" L'ingegnere e O'Donnell, entrambi in preda a grand'emozione, cercavano di discernere qualcosa attraverso il boccaporto maestro, che era spalancato come la bocca d'una tenebrosa voragine, ma invano. "Gran Dio!" esclamò l'irlandese. "Quale lugubre scoperta abbiamo fatta! Che sia questo il vascello fantasma dell'olandese maledetto, o la nave-feretro?" "Siete coraggioso, O'Donnell?" chiese l'ingegnere. "Lo credo" rispose l'irlandese. "Allora seguitemi!" "E Simone?" "Rimarrà a guardia dell'aerostato. Un altro spavento lo farebbe impazzire." "Non fidatevi, Mister Kelly. Guardate i suoi occhi e il suo viso." L'ingegnere si volse verso il negro e lo vide curvo sul bordo della scialuppa, con gli occhi fissi sulla nave; ma quegli occhi tradivano una paura orribile, e il volto era diventato grigio, cioè pallidissimo. "Simone!" disse l'ingegnere. Il negro non rispose e non abbandonò la sua posa. Pareva che cercasse d'indovinare la causa di quelle esalazioni pestifere, che salivano fino all'aerostato, a ondate. "Simone," ripetè "cosa fai?" Questa volta il negro alzò il capo e guardò il padrone con due occhi smarriti. "Dei morti?" chiese, battendo i denti. "Io paura." "Ma quali morti, pauroso?" "Là! Là!" balbettò il negro, rabbrividendo e indicando il boccaporto. "È la nave dei morti!" "Tu sogni, Simone" "No" disse l'africano con strana energia. "Rimanete a guardia del Washington Mister Kelly" disse l'irlandese. "Quel povero pazzo può farci un brutto scherzo." "Quale?" "Può tagliare la fune e lasciarci su quella nave del malanno." "Rimanete qui voi, O'Donnell. Scenderò io." "Ma laggiù vi è un carnaio, signore, e un cane idrofobo." "Non ho paura. Rimanete a guardia di Simone e, se vi sarà bisogno d'aiuto mi raggiungerete." "Ah no, signore. Voi siete il capitano qui e non dovete abbandonare l'aerostato ed esporvi a dei pericoli." Poi, prima che l'ingegnere pensasse a opporsi, il bravo irlandese superò il bordo della scialuppa, s'aggrappò alla fune e si lasciò scivolare. "Badate al cane" gridò l'ingegnere. "Ho la rivoltella" rispose O'Donnell. Di mano in mano che scendeva, il puzzo diventava così orribile che si sentiva asfissiare. Gli pareva di scendere in una immensa fossa di cadaveri putrefatti. Giunto all'ultimo nodo, si fermò e guardò sotto di sé. L'enorme molosso stava presso all'ancora e lo guardava con due occhi che mettevano paura, mandando dei sordi brontolii. Aveva il pelo arruffato, la coda penzoloni e delle lunghe bave alla bocca. "È idrofobo!" esclamò O'Donnell che si sentì correre un brivido per le ossa. "Bel guardiano a questa nave dei morti!" Impugnò la rivoltella con la mano destra, mentre con la sinistra si teneva aggrappato alla fune, e scaricò quattro colpi contro quel cagnaccio, il quale stramazzò sul ponte della nave. "È morto?" gli chiese l'ingegnere, dall'alto. "Lo credo" rispose O'Donnell. "Se si rialza ho altri due colpi." Si lasciò andare e cadde sulla tolda. "Corna di cervo!" esclamò. "Che profumi! Ma che cos'è accaduto qui? Che l'equipaggio si sia scannato?" S'avvicinò al cane e vedendolo ancora agitarsi lo fulminò con una quinta palla in un orecchio; vincendo la ripugnanza che lo invadeva e coprendosi il naso con una pezzuola, avanzò verso il boccaporto maestro, che era, come si disse, aperto. Guardò in quella voragine e vide che era semipiena di botti accatastate confusamente le une sulle altre e addossate alle pareti di bordo. In mezzo ad esse, scorse il cadavere di un marinaio in piena putrefazione. "Non può essere quello solo che manda queste pestifere esalazioni" mormorò. Si diresse verso il quadro di poppa, e sulla ruota del timone lesse queste parole: Benito Juarez. Vera Cruz. "È una nave messicana" gridò, volgendosi verso l'ingegnere, che lo guardava con ansietà. "Vi sono dei morti?" chiese l'ingegnere. "Ho veduto un solo marinaio; ma temo che nel quadro e nella camera di prua ve ne siano ben altri, dalla puzza orribile che qui si sente." "Udite nessun rumore, nessun gemito?" "Regna un silenzio di tomba. Mister Kelly. Qui devono essere tutti morti, e forse da qualche settimana." "Temo un grave pericolo, O'Donnell." "Bah! I morti non si muovono." "Ma avvelenano, uccidono." "Ho la pelle dura" rispose l'irlandese, che forse non aveva compreso l'allusione dell'ingegnere. Senza aggiungere parola, scese coraggiosamente la scaletta che metteva nel quadro, malgrado la puzza orrenda che ne usciva. La sua assenza fu breve. L'ingegnere lo vide risalire rapidamente, coi capelli irti, il viso sconvolto, pallido come un cadavere, e precipitarsi verso l'ancora, che con un colpo di mano staccò dai paterazzi e dalle griselle. "Fuggiamo, Mister Kelly, fuggiamo!" gridò con accento di terrore. S'aggrappò alla guide-rope e, senza rispondere all'ingegnere per non perdere tempo, si mise a salire facendo sforzi sovrumani per far più presto che poteva. In un minuto superò la distanza e si issò sulla scialuppa, ripetendo con voce atterrita: "Fuggiamo, Mister Kelly, fuggiamo!" "Ma che cosa avete veduto, O'Donnell?" chiese l'ingegnere. "Siete pallido e sconvolto." "Ho ... che forse noi, che abbiamo respirato ... quei miasmi, ... siamo perduti." "È scoppiata una epidemia su quella nave?" "Sì, e forse la più tremenda: la febbre gialla!" "Fuggiamo" ripeté l'ingegnere, il quale, nonostante il suo coraggio, aveva provato un brivido. Rovesciarono i coni, che mantenevano il pallone prigioniero, e gettarono un sacco di zavorra. L'aerostato, scaricato di quel peso, s'innalzò rapidamente, fuggendo dalle mortali esalazioni che irrompevano da quel cimitero galleggiante.

6 Un salto nell'oceano

ATTRAVERSO L'ATLANTICO IN PALLONE