ALLA CONQUISTA DI UN IMPERO
Autore: Salgari, Emilio - Editore: - Anno: 1907 - Categoria: letteratura
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Un giorno fui principe e anche ricco e potente e lo sarei ancora se gli inglesi non avessero distrutti tutti i principati dell'India meridionale. - Gli inglesi! Sempre quei cani, quei nemici ostinati della nostra razza! Oh sahib! - Lascia stare quella gente e veniamo al mio affare, - disse Sandokan. - Che cosa vuoi tu, signore? - Io so che il tuo padrone è potentissimo alla corte del rajah e vengo a chiedere il suo appoggio per ottenere una occupazione. - Ma signore ... - Io ho potuto salvare qualche centinaio di rupie, - disse Sandokan, interrompendolo prontamente - e saranno tue se potrai indurre il tuo padrone a raccomandarmi al rajah. - Udendo parlare d'argento, il maggiordomo fece un profondissimo inchino. - Il mio padrone mi vuol bene, - disse - e non rifiuterà un così piccolo favore, trattandosi di procurare il pane ad un principe disgraziato. Alla corte vi è posto per tutti. - Vorrei però ora chiederti un piacere, sempre pagando. - Parla signore. - Io qui non ho né amici e né parenti, quindi avrei bisogno d'una stanza, sia pure un bugigattolo: potresti offrirmela? Io non ti darò alcun fastidio e ti pagherò una rupia al giorno vitto compreso. - Il maggiordomo pensò un momento, poi rispose: - Posso accontentarti, signore, purché tu finga di essere un servo ed eseguisca qualche piccolo lavoro. Ho una stanzuccia presso la varanga del secondo piano che può fare per te. - Sandokan tirò fuori quindici rupie e le depose sul tavolo che gli stava dinanzi, dicendo: - Tu sei pagato per due settimane. Se mi potrai occupare prima non ti chiederò la restituzione. - Tu sei generoso come un principe - rispose il maggiordomo. - Conducimi o fammi condurre nella mia stanza. - Il chitmudgar aprì la porta e fece avanzare il giovane servo indiano, che pareva fosse lì in attesa de' suoi ordini. - Condurrai questo sahib nello stanzino che si trova accanto la seconda varanga e lo tratterai, fino a nuovo ordine, come un mio ospite. - Poi volgendosi verso Sandokan: - Seguilo, signore - gli disse. - Io mi occuperò questa sera del tuo affare. - Vai a visitare il favorito del rajah? - Devo ricevere i suoi ordini. - Gli fece colla mano un cenno come per raccomandargli la massima prudenza e uscì da un'altra porta. - Eccomi nel cuore della piazza, - mormorò Sandokan. - È un'altra giornata guadagnata. Conducimi, giovanotto. - Seguimi, sahib. - Salirono una scala riservata ai domestici e attraversata la varanga superiore entrarono in una minuscola stanzuccia dove non si trovavano che un letto e due sedie. - Ti va sahib? - chiese il sudra. - Benissimo, - rispose Sandokan. - D'altronde non mi fermerò qui che pochi giorni. - Non vi è certo il lusso del bengalow di fermata. - Sandokan gli posò una mano sulla spalla, dicendogli gravemente: - Tu m'hai promesso di essere muto come un pesce, quindi non devi parlare con nessuno di quell'albergo. - Sì, sahib. - Ora ho bisogno ancora di te, se vorrai guadagnare altri pezzi d'argento. - Parla sahib; tu sei più generoso del mio padrone. - Dove si trova la giovane donna che hanno portata qui di notte? - Il sudra pensò un momento poi passandosi una mano sulla fronte disse: - Mi ricordo, quantunque avessi molto bevuto, che tu m'hai detto essere il fratello di quella signora. - È vero. - E ... che cosa vuoi fare, sahib? - Non occuparti di questo. - Io servendo te corro il pericolo di venire cacciato e anche bastonato. - Né l'uno né l'altro, perché io ti prenderò ai miei servigi con doppia paga e cento rupie di regalo. - Il giovane spalancò gli occhi fissandoli su Sandokan e chiedendosi se sognava. - Tu mi prendi al tuo servizio, sahib! - esclamò finalmente, - e con doppia paga! - Sì. - Io sono tuo corpo e anima. - Non mi occorrono, - rispose Sandokan. - A me per ora basta la tua lingua. - Che cosa vuoi sapere? - Dove si trova la giovane indiana. - È più vicina di quello che tu credi. - Dimmelo. - Il sudra aprì una porta che era nascosta da una tenda e che era sfuggita a Sandokan e gli mostrò uno stretto corridoio. - Questo conduce nella stanza della giovane che hanno rapito - disse a voce bassa. - L'harem del padrone è al secondo piano. - Vedo infatti là in fondo un'altra porta. Sarà però chiusa, suppongo. - Sì, però io posso farti avere la chiave. - È quella che mi occorre. - Fra mezz'ora l'avrai, sahib. - Tu m'hai detto che oggi sei libero. - È vero. - Sicché puoi recarti al bengalow di passaggio. - A qualunque ora. - Sandokan trasse da una tasca un libriccino, strappò una pagina e con una matita scrisse alcune righe. - Tu consegnerai questa carta all'uomo che mi teneva compagnia, quando ti offersi da bere. Lo riconosceresti ancora? - Oh sì, sahib. - Portami la chiave, una bottiglia di qualche liquore e lasciami solo. - Sì, sahib. - Quando il giovane sudra fu uscito, Sandokan s'inoltrò in punta di piedi nel corridoio ed esaminò la porta che metteva nell'harem del greco. Come la maggior parte delle porte indiane, era laminata in bronzo; tuttavia accostando un orecchio alla toppa, Sandokan poté udire due voci di donna. - Surama! - esclamò subito. - Che io abbia la chiave ed una fune e il colpo sarà fatto. Mio caro greco, vedremo chi di noi due sarà più furbo. Vi è qualcuno che discorre con Surama. Bah! Se non starà zitto con un colpo di pugnale gli chiuderò per sempre la bocca. - Ritornò nel suo bugigattolo, si sdraiò sul letto, e, acceso il cibuc, si mise a fumare immergendosi in profondi pensieri. Aveva appena terminata la prima carica di tabacco, quando il giovane sudra ricomparve tenendo in mano una bottiglia ed un bicchiere di metallo dorato. - Ecco, sahib - gli disse. - È il maggiordomo che ti manda questo. - E la chiave? - L'ho presa senza che nessuno se ne accorga. - Tu sei un bravo ragazzo. Ora dimmi se mia sorella è sola o in compagnia di qualche altra donna. - Questo lo ignoro, non potendo io entrare nell'harem del mio signore. - Non importa, - disse Sandokan dopo un momento di riflessione. - Che cosa devo fare ora? - Portare la carta che ti ho dato al mio amico e procurarmi per questa sera una solida corda. - Che cosa vuoi fare sahib? - chiese il sudra spaventato. - T'ho detto che ti prendo al mio servizio con doppia paga: non ti basta? - È vero, sahib. - Vattene. - Attese che il rumore dei passi fosse cessato, poi tornò nel corridoio e tenendo in mano la chiave che il giovane gli aveva dato, accostò di nuovo un orecchio alla toppa. - Non parlano più, - mormorò. - Facciamo la nostra comparsa: Surama mi rivedrà ben volentieri. - Introdusse la chiave e aprì. Un grido, a mala pena represso, rispose allo stridio del chiavistello. - Taci, Surama! - disse Sandokan. - Sono io!
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