ALLA CONQUISTA DI UN IMPERO
Autore: Salgari, Emilio - Editore: - Anno: 1907 - Categoria: letteratura
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e di benafuli (11).
- Non s'addormenterà di più invece? - No, signore: la renderà furibonda e parlerà. Il benafuli modera l'azione dell'oppio. - Che si possa tentare la prova? - Quando tu vorrai, signore. - Tu mi assicuri che la principessa non soffrirà. - Rispondo io pienamente. - Agisci allora. - Il chitmudgar prese da una mensola una fiala di cristallo che conteneva un liquido giallastro, un piccolo coltello d'argento e s'avvicinò a Surama. - Bada di non farle male, - disse il ministro. - Noi non sappiamo ancora chi sia, ed il rajah desidera che si usi la più grande prudenza. - Non temere, signore - rispose il maggiordomo. Aprì le labbra di Surama, introdusse leggermente, con somma precauzione, la punta del coltello fra gli splendidi dentini che erano strettamente chiusi, poi facendo un piccolo sforzo li aprì. Subito un lungo sospiro sfuggì alla fanciulla; però gli occhi rimasero chiusi. Il chitmudgar prese la fiala e versò parecchie gocce nella gola della bella dormente. - Dieci - contò. - Bastano. - Aveva appena terminato di parlare, quando un fremito scosse il corpo di Surama. Pareva che fosse stata toccata da una scarica elettrica. - Si sveglia, signore - disse il chitmudgar. - Fra poco tu saprai tutto quello che vorrai. - Un secondo fremito, più intenso del primo, aveva fatto sussultare la giovane indiana. - Odi come respira più libera, signore? - disse il maggiordomo che non staccava gli sguardi da Surama - È segno che il suo sonno sta per finire. - D'un tratto Surama s'alzò di colpo a sedere, aprendo gli occhi. Il suo viso, sotto l'influenza di quella strana pozione somministratale dal chitmudgar era alterato e le sue pupille apparivano straordinariamente dilatate. Si guardò intorno con vivo stupore, fermando poi lo sguardo sui due uomini che le stavano presso, muti ed immobili. - Dove sono io? - chiese. - Questa non è la mia stanza! - Parve però che quel lampo di lucidità subito si spegnesse, poiché si portò una mano alla fronte, come se cercasse di risvegliare dei lontani ricordi. - Yanez! Mio sahib bianco! - esclamò dopo alcuni istanti. - Perché non ti vedo presso di me? Il rajah ha sempre bisogno di te? - Yanez! - mormorò il ministro, guardando il chitmudgar. - Chi sarà? - Taci signore e lasciala parlare per ora - rispose il maggiordomo. - La interrogherai più tardi. - Surama continuava a passarsi e ripassarsi la destra sulla fronte. I suoi occhi parevano seguissero qualche visione, perché li teneva sempre fissi dinanzi a sé. - Yanez, - riprese dopo un nuovo e più lungo silenzio. - Perché non vieni? Ho fatto un triste sogno l'altra notte, mio adorato sahib bianco. Un brutto uomo, un fakiro, è entrato nella mia casa e mi ha guardato a lungo. Diceva che un nemico aveva lanciato su di me il mal occhio! Che sia vero? Vieni amico, io ho paura, molta paura. La pietra di Salagraman e la kala bâgh non ti saranno fatali? Le corone costano troppo care! - Le corone! - mormorò il ministro aggrottando la fronte. - Di quali intende parlare questa fanciulla? Chitmudgar apri bene gli orecchi. - Non perdo una sillaba. - Surama aveva avuto in quel momento un improvviso accesso di collera. - Maledetto fakiro! - aveva gridato tendendo le pugna. - Non era vero che quel vecchio sconosciuto aveva gettato sulla mia casa il mal occhio! Tu eri stato pagato dal rajah o dall'avventuriero che cerca la rovina del mio sahib bianco! - Odi? - chiese il ministro. - Sì, - rispose il chitmudgar. - L'avventuriero deve essere il favorito. - Certo, signore. Taci, lasciala parlare. - Surama continuava a passarsi la destra sulla fronte che appariva imperlata di sudore. Il bâng operava, esaltandola a poco a poco. Vi fu un altro lungo silenzio, poi la giovane ravviandosi con una mossa nervosa i lunghi capelli neri continuò, guardando sempre dinanzi a sé: - Perché la Tigre della Malesia e Tremal-Naik non vengono in mio aiuto? Sono uomini forti che hanno vinta e uccisa la Tigre dell'India, il terribile Suyodhana che faceva tremare anche il governo del Bengala! Uscite dal tempio sotterraneo, venite, uccidete, distruggete! Yanez vuole la corona dell'Assam per darla a me! Chi vincerà voi che avete fatto tremare l'intero Borneo? Il Re del Mare è stato vinto, ma a quale prezzo? Voi siete degli eroi della Sonda! - Riesci a comprendere qualche cosa tu, chitmudgar? - chiese il ministro del rajah che cadeva di sorpresa in sorpresa. - No, signore. - Che il tuo bâng l'abbia fatta impazzire? - È impossibile. - Che cosa dice dunque questa fanciulla? - Aspettiamo. - Parla d'una corona però. - E di quella dell'Assam. - Che mistero è questo? - Abbi pazienza, signore. Forse si spiegherà meglio. - Surama si era nuovamente alzata ed i suoi sguardi si erano fissati, per la seconda volta, sul ministro. - Tu non sei il sahib bianco - gli disse. - Che cosa fai qui? - Il chitmudgar fece un segno come per dire: - Interroga pure. - No, - disse il ministro - io non sono il sahib bianco, però sono un suo fedelissimo amico. - Perché non vai allora ad avvertire la Tigre della Malesia? - Chi è? - Il più formidabile uomo delle isole della Sonda, - rispose Surama. - Le isole della Sonda! Dove si trovano quelle terre? - Là dove il sole nasce. - Quell'uomo viene dunque da lontano. - Molto da lontano: il Borneo non è vicino all'India. - E che cosa faceva quell'uomo laggiù? - Combatteva sempre. - Col sahib bianco? - No, contro gli inglesi ed i thugs di Rajmangal. - Il ministro che non comprendeva nulla, non essendo gli indiani troppo forti in geografia, guardò il chitmudgar, ma questi gli fece un segno imperioso che voleva dire "continua". - Rajmangal? - proseguì il ministro. - Dov'è? - Nel Bengala - rispose Surama. - Ed il sahib bianco ha ucciso il capo dei thugs? - Non lui: è stata la Tigre della Malesia. - E dov'è questa Tigre? Io non l'ho veduta alla corte del rajah. - Oh no! È nella pagoda sotterranea coi suoi malesi. - Dov'è questa pagoda? - Di fronte all'isola ... a quell'isola dove hanno rubata la pietra di Salagraman. - Chi l'ha rubata? - Yanez. - Ancora questo nome misterioso, - mormorò il ministro. - Chi sono dunque quegli uomini? - Poi alzando la voce proseguì: - Sai il nome di quella pagoda? - No: so solo che è scavata in una collina che strapiomba nel fiume. - Di fronte alla pagoda di Karia, è vero? - Sì, sì, così mi hanno detto. - Chi l'abita? - Degli uomini che non sono indiani. - Molti? - Non lo so, - rispose Surama. - Perché sono venuti qui? - Per la corona. - Quale corona? - Dell'Assam. - Il ministro ed il chitmudgar si guardarono l'un l'altro con spavento. - Una qualche congiura si sta certamente tramando contro il rajah - disse il primo. - Continua a interrogarla, signore - rispose il secondo. - Ho paura di saper troppe cose. - Si tratta forse della vita del rajah. - Il ministro si rivolse verso Surama la quale non cessava di guardare dinanzi a sé. - Signora, - le disse, - chi guida quegli uomini? - Questa volta Surama non rispose. - Mi hai udito? - chiese il ministro. La giovane agitò le labbra come se volesse parlare, poi ricadde pesantemente sul letto, chiudendo gli occhi. - Il sonno l'ha ripresa, - disse il chitmudgar. - Non potrai sapere più nulla, signore. - E domani? - Bisognerebbe somministrarle una nuova dose di bâng e di benafuli, ma io non oserò. - Perché? - Potrebbe non risvegliarsi più mai. Non si può scherzare impunemente coll'oppio. - Ne so abbastanza d'altronde, - mormorò il ministro. - Andiamo ad avvertire subito il favorito e prendiamo le nostre misure per sorprendere quei misteriosi congiurati. Fortunatamente abbiamo i seikki e quelli sono guerrieri che non hanno paura di nessuno. - Date prima i vostri ordini, signore - disse il maggiordomo. - Lasciala riposare tranquilla e se si sveglia trattala coi dovuti riguardi. Può essere sotto la protezione del governatore del Bengala ed il rajah non ha alcun desiderio di far entrare gli inglesi in questa faccenda. Domani puoi venire alla corte? - Sì, mio signore. Ho un fratello che fa il chitmudgar. - Veglia attentamente. - Tutti i servi sono stati armati. - Il ministro uscì accompagnato dal maggiordomo e scese nel giardino che si estendeva dietro alla casa. Otto uomini, tutti armati, stavano intorno ad uno di quei palanchini chiamati dâk con due portatori di torce. - Al palazzo del rajah, - comandò il ministro. - Presto: ho molta fretta. -
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