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ALLA CONQUISTA DI UN IMPERO

Autore: Salgari, Emilio - Editore: - Anno: 1907 - Categoria: letteratura

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splendidamente vestiti, sul quale sta assisa una giovane principessa che porta sulla fronte una corona reale. Il rajah manda in quell'istante un urlo di belva feroce, seguìto tosto da un altro straziante. Tutti gli spettatori balzano in piedi. Anche il rajah si è alzato guardando, con smarrimento, i suoi ministri che reggono un alto dignitario che barcolla e che ha le labbra imbrattate di una schiuma sanguigna. - Che cosa succede qui? - urla Sindhia. - Signore ... Muoio! ... - risponde il dignitario con voce fioca. Yanez che non capisce nulla di quel colpo di scena, getta uno sguardo presso di sé ed impallidisce a sua volta. Il bicchiere colmo di liquore, che si era messo presso la sedia, era stato vuotato da qualcuno. Un lampo gli attraversa il cervello. - Sono sfuggito alla morte per un vero miracolo. Se l'avessi vuotato io, a quest'ora mi troverei nei panni di quel disgraziato. Cane d'un greco! Mi pagherai questo tiro birbone. Fortunatamente sono più astuto e più prudente di quello che credi. - Nel padiglione la confusione era al colmo. Tutti gridavano e s'affannavano dietro al disgraziato, il quale vomitava sangue insieme a certe materie verdastre e filamentose. Il medico di corte finalmente giunse. Con un solo sguardo capì subito che la sua opera sarebbe stata assolutamente inutile.. - Quest'uomo ha bevuto qualche potente veleno, - disse. Il rajah era diventato livido. I suoi occhi ardenti come carboni, si fissarono ora sugli uni ed ora sugli altri dignitari che occupavano il padiglione e che tremavano come se fossero stati colti da un accesso di febbre. - Qui vi è un colpevole! - gridò il principe. - O lo troverete o vi farò decapitare tutti! Mi avete udito? Probabilmente quel veleno era destinato a me! - O a me, Altezza? - disse Yanez. Il rajah lo guardò con stupore. - Tu credi, mylord? ... - Io non credere niente, però fare notare a S. A. che mio bicchiere non averlo vuotato io. Io averlo trovato senza goccia liquore dentro. Potere essere stato quello avvelenato. - Dov'è quel bicchiere, mylord? - Yanez si curvò per raccoglierlo, ed un'esclamazione di collera gli sfuggì. - Aho! - Il bicchiere era misteriosamente scomparso. - Non essere più accanto sedia, - disse poi. - Noi troveremo il colpevole mylord, te lo prometto. - Grazie, Altezza. - Questo delitto non deve rimanere impunito. Il mio elefante carnefice avrà del lavoro fra qualche giorno. - Poi aggiunse brutalmente: - Lo spettacolo è finito. Che anche il colpevole vada a dormire per l'ultima volta. - I ministri, in preda ad un vivo sgomento, si erano ritirati precipitosamente per fargli largo. Il rajah strinse la mano al portoghese e uscì dal padiglione, colla fronte aggrottata e lo sguardo cupo. Il greco nella sua qualità di primo favorito, stava per seguirlo, quando Yanez fu pronto a trattenerlo. - Ho da dirvi una parola, signor Teotokris. - Me la direte domani, mylord - rispose il greco. - Il principe mi aspetta. - Non ho che da dirvi grazie. - Di che cosa! - Diamine! Di essere ancora vivo ed è un bel piacere, credetelo, Teotokris - disse Yanez, ironicamente. - Credevo però che i greci dell'Arcipelago fossero più furbi. - Mylord! - esclamò il favorito con voce rauca. - Voi m'insultate e questo non è né il luogo, né il momento. - Domani aggiusteremo l'affare; non guastatevi il sangue per ora. - Il greco alzò le spalle e se ne andò frettolosamente. Yanez non credette opportuno trattenerlo. Si sfogò con un "va' al diavolo, briccone!". Chiamò i suoi malesi e lasciò a sua volta il padiglione, ormai deserto. In mezzo al cortile, guardato da una mezza dozzina di servi e coricato su un tappeto, giaceva il cadavere del dignitario, un alto funzionario della corte a quanto sembrava. Il veleno aveva operato rapidamente troncandogli la vita ancora giovane e gagliardo. Il portoghese, più commosso di quanto lo credeva, si levò il cappello, mormorando con ira: - Un giorno, anche tu, povero uomo che mi hai salvata l'esistenza, sarai vendicato. - Stava per salire la scala che conduceva al suo appartamento, quando un uomo gli sbarrò la via, cadendogli ai piedi in ginocchio. Era il calicaren, ossia il capo degli attori. - Sahib, - gli disse, - salvami. Noi domani saremo tutti morti. - Chi? - chiese Yanez sorpreso. - Io ed i miei artisti. - Perché? - In causa della commedia che noi abbiamo rappresentato. Il rajah è furibondo ed ha giurato di farci tagliare il collo allo spuntare del sole. - Chi te lo ha detto? - L'altro uomo bianco - Il favorito? - Sì, sahib. - Vuoi un consiglio? - Dammelo sahib. - Dattela a gambe assieme ai tuoi attori e va' a rappresentare i tuoi drammi nel Bengala. Kubang! - Il capo della scorta si era fatto avanti. - Da' a quest'uomo altre cinquecento rupie, - gli disse Yanez. - Ti bastano per scappare, calicaren? - Tu mi fai un signore, sahib - disse l'attore. - Me ne hai dato altre cinquecento. - Prendi anche queste. - Mi farò costruire un gran teatro. - Come vuoi, purché non ti acciuffino prima che il sole si alzi. - Il rajah non ci prenderà più, sahib. Se posso esserti necessario disponi di me. - Non occorre: corri invece. - Yanez salì la scala ed entrò nel suo appartamento dove lo aspettava il maggiordomo. Per la prima volta in vita sua il portoghese appariva molto preoccupato. - Sbarrate la porta, - disse ai suoi malesi, - e coricatevi colle carabine a fianco. Non so che cosa possa accadere. - Siamo in sei, capitano - rispose il capo della scorta. - Tu puoi dormire tranquillamente perché veglieremo su di te. Vuoi che mandi qualcuno ad avvertire la Tigre? - È inutile pel momento. Lasciatemi solo col maggiordomo. - Si sedette dinanzi al tavolo stappando una bottiglia di gin, la fiutò a lungo, poi empì il bicchiere e lo porse al chitmudgar dicendogli: - Avresti paura tu a vuotarlo? - Perché, mylord? - Sai che con un bicchiere di non so quale liquore hanno mandato, or ora, all'altro mondo uno dei grandi ufficiali del rajah? - Me lo hanno raccontato, sahib - rispose il chitmudgar. - Era il tesoriere del principe. - Sai che quell'uomo ha vuotato il bicchiere che era stato offerto a me? - Che cosa dici, mylord! - esclamò l'indiano stupefatto. - È come te la racconto. - Sicché si cercava di avvelenare te? - Così pare, - rispose Yanez flemmaticamente. - E non hai alcun sospetto? - Chi credi tu, chitmudgar che alla corte abbia qualche interesse a sopprimermi? - Il maggiordomo era rimasto silenzioso. - Il rajah? - No, è impossibile! - esclamò l'indiano. - Egli ti deve troppa riconoscenza per aver ricuperata la pietra di Salagraman e di non aver chiesto alcuna ricompensa. E poi egli ti ammira troppo dopo l'uccisione della kala-bâgh. - E allora? - L'altro uomo bianco. - Il favorito, è vero? - L'indiano ebbe una breve esitazione, poi rispose francamente: - Sì, lui. - Ne ero certo, - disse Yanez. - Egli teme che tu mylord, gli prenda il posto. - Credi tu che questo liquore sia avvelenato? - Questo no; è impossibile! Le bottiglie che io ho portato qui le ho prese nelle cantine del rajah, quindi puoi vuotarle con animo tranquillo. - Bevi allora. - Ecco mylord. - Il chitmudgar vuotò, senza esitare, d'un sol colpo il bicchiere. - È eccellente, mylord. - Allora berrò anch'io, - disse Yanez, empiendo un altro bicchiere. - Va' a riposarti ora: se avrò bisogno di te ti farò chiamare. - Il maggiordomo fece un profondo inchino e si ritirò. Yanez vuotò un altro bicchiere, accese una sigaretta e si stropicciò le mani mormorando: - La giornata è stata pesante, tuttavia non ho perduto il mio tempo inutilmente. Le frutta le raccoglieremo più tardi. La matassa è ancora molto imbrogliata; però spero di dare a Surama la corona che le spetta e di mandare a casa del diavolo Sindhia. Il ragno malefico è quel dannato greco dell'Arcipelago. Domani farò il possibile di darti una terribile lezione. -

12. Un terribile duello

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