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Vita letteraria

Autore: Sacchetti, Roberto - Editore: - Anno: 1881 - Categoria: letteratura

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VITA LETTERARIA

Per le vie di Milano, alle esalazioni grasse e succulente degli zamponi fumanti, delle luganeghe, delle mortadelle, alle fragranze acute della selvaggina, all'aroma dei tartufi e de' pasticci esposti in copia maravigliosa ad ogni passo, si marita sempre il sito dell'inchiostro tipografico. È un odore oleoso con una punta di forte che ributta la gente volgare e stuzzica piacevolmente i nervi olfattóri dello studioso. L'inaspettata convivenza delle industrie del ventre con le industrie dello spirito allarga subito il cuore al giovinetto, piovuto, come il Maffei, il Prati, il Tarchetti, sul lastrico della grande città con un grosso manoscritto in tasca. Che gli volevano far credere ch'erano nemiche irreconciliabili, se vivono tanto bene insieme? Non già ch' egli non sia agguerrito e corazzato d'ideali, contro gli strapazzi della miseria; ma non gli spiace di trovare nella realtà le officine della letteratura fiancheggiate confortevolmente dalle osterie e dalle botteghe dei cervelèe Accetta però la buona apparenza, si guarda bene dal fare scandaglio pericoloso, e muove i primi passi nella vita nuova con un coraggio che dianzi non s'era sentito mai. Nel labirinto della vecchia Milano ritrova delle reminiscenze letterarie, raccatta dei frastagli di biografie illustri, coroncine di mortificazioni col gloria in capo, pezzettini di prismi attraverso ai quali anche il riflesso del rigagnolo piglia i più bei colori ; nelle viuzze tortuose, nei tetri passaggi raffigura la Parigi di Balzac e, dietro le anguste vetrine il ceffo arcigno di qualche Douriat oscuro. Ci sono delle case editrici anche nelle vie belle e grandi e sono anzi le più famose, ma il giovine autore inedito, non è ancora abbastanza franco per arrischiarsi senza arrossire a sostenere un giudizio in uno studio bene illuminato e frequentato dai principi delle lettere. Fa la ronda davanti alle porticine fracide di vetustà, agli anditi ciechi e lubrici di pattume, ai cortiletti equivoci dove la letteratura, come la bellezza, si può offrire e mercanteggiare tra gente che non si conosce senza molesto pudore. E finalmente dopo lunghe e tormentose esitanze, un giorno ben caliginoso trova l'ardire di metter piede nello stambugio temuto. Il Minosse, sollevando gli occhiali dalle bozze di un qualche medico di sè stesso che ristampa alla macchia, dà una sbirciata punto incoraggiante all'autore novellino, ascolta tra un ordine al proto e un rabbuffo al garzone dormiglioso, le sue proposte e piglia tempo a rispondere. Il manoscritto, tesoro così gelosamente custodito, scompare in un cassetto profondo, sarà dimenticato fra le cartacce condannate o ne uscirà intatto per finire tra le fiamme nel camino dell'autore disilluso. È la sorte, sovente meritata, di tutti i primi lavori. Ma che importa? Il gran passo è fatto ; non c'è quanto vedere l'idolo da vicino per guarire della superstizione. La fiducia rinasce da quel primo disinganno: lo scrittore che brucia il suo scartafaccio ne farà certo e presto un secondo, sono gli impotenti che lo confermano, e con un po' di pazienza e di modestia, se si deciderà a barattare alcuno de' suoi talenti massicci in moneta spicciola, se alle meditazioni dei grandi lavori, vorrà interporre qualche scrittarello d'attualità, troverà modo di risolvere tre o quattro delle sette incognite rappresentanti i sette desinari della settimana. I giornali politici sono, come le parrocchie, certi giorni una cameruccia di soccorso a pianterreno, e i corrieri di ciancie, le rassegne d' ogni genere, le novelle anonime o pseudonime per abbondanza vi trovano ospitalità cortese ed anche generosa. Se non temessi di scandalizzare le pudibonde fantasie dei giovinetti che dalla remota provincia si sollevano all'adorazione della gloria letteraria, direi che di sotto allo strettoio del lavoro utile e obbligatorio scaturisce più copiosa la vena dell'ispirazione. Le difficoltà della forma combattute e vinte ogni giorno affilano ed aguzzano la penna. Anche Salvatore Farina e Paolo Ferrari scrissero rassegne drammatiche settimanali per degli anni parecchi e ciò non fece il minimo torto alla elevatezza dei loro lavori più spontanei e più schiettamente artistici. Emilio Praga, idealista inconscio, ma incorreggibile, che diceva « la lirica è la sola arte vera perchè inutile, » non sdegnava,nei giorni di sconforto e di bisogno, il mestiere letterario; macchinava di far vivere la sua poesia purissima a spese del giornale e del teatro, « trastulli ed intelligenze inferiori. » Progettista sfrenato ed impenitente scoccava de' tiri scellerati alla supposta buaggine del pubblico e quando credeva aver trovato l'idea di qualche nuova, fenomenale mistificazione strizzava l'occhio maliziosamente e con una perfidia estremamente ingenua sclamava: « Ah mio buon pubblico, tu hai a portare l'arte mia, come la mula porta l'arcivescovo; ora ti metterò io la cavezza! » Il guaio era che lui s' invaghiva di quelle sue burle, ci profondeva il sangue vivo del cuore, le ricchezze del suo grande talento ed era lui stesso la prima, l' unica vittima delle sue infernali ciurmerie. Il pubblico recalcitrava e fischiava invariabilmente i suoi drammi. Credereste che lui ne soffrisse. Ma che! artista sempre, abbandonava lui primo la causa dell'autore! mentre la burrasca imperversava in teatro e gli attori rientravano barcollanti, sbalorditi dagli urli e cacciati dai proiettili lanciati dalla platea, Praga si contorceva dalle risa, e pigliava uno spasso infinito dal comico della propria disgrazia; non serbava rancore al pubblico anzi gli acquistava stima per lo spirito che aveva dimostrato accoppando il suo aborto. Fallito il tiro, ne mulinava un altro. Una volta fece, in collaborazione con Arrigo Boito, una commedia, intitolata, credo, Le madri galanti e fu recitata al Carignano di Torino da una compagnia la cui prima donna era analfabeta e bisognava metterle in gola la parte. I due poeti confidavano tanto nel successo che avevano portato con sè, per la rappresentazione, le loro famiglie. Subito al primo atto scoppiò il finimondo. Arrigo Boito, bravo fino alla temerità s'era avanzato tra le quinte più sulla scena, e là, le mani nelle tasche dei calzoni, una sigaretta sfatta tra le labbra sottili, gli occhi aguzzi luccicanti dietro gli occhiali, ritto, impassibile sfidava l'uragano. Praga venne a prenderlo per il braccio dicendo: « Vieni, Arrigo, prima che ci accoppino » e discesero al vicino caffè del Cambio e cenarono allegramente mentre a due passi si faceva della commedia l'estremo scempio. Però mi ricordo che Praga conservava una particolare tenerezza per questa commedia e non diceva, come dell'altre sue, « era una famosa porcata, » ci aveva messo mano il suo Arrigo, per il quale ebbe sempre una devozione fraterna e un'ammirazione senza limiti. Gli amici, ai quali raccontava i particolari buffi dei propri rovesci, sanno che non perdonò mai al pubblico della Scala la condanna del Mefistofele e dopo sei anni il suo sdegno per quel sacrilegio aumentava ancora. Non sapeva rider bene che di sé stesso. Emilio Praga scrisse parecchi libretti per musica, e in questi soventi lo aiutò il Boito, perché il poeta delle Penombre capace di passare una notte intorno al congegno di una strofa, non poteva assolutamente far cosa che richiedesse l'attività continuata e regolare di qualche settimana. Respinto dal teatro si rivolgeva al giornale: aveva nella stampa degli amici dispostissimi a pubblicare qualunque cosa sua, perchè gli volevano bene e perchè il suo nome era pur sempre un valore. Si metteva con ardore a imbastir novelle e racconti per appendice ; era sicuro del fatto suo, avrebbe guadagnato tesori, ci contava, e ne disponeva: offriva generalmente a' suoi più intimi a Boito, a Fontana, a Torelli di collaborare con lui ; un giorno ch' io ero in angustie mi propose candidamente di fare insieme un romanzo per lettera come fosse una miniera da scavare. Lui scrisse la prima lettera; io passai la notte a far la seconda, se la pose in tasca e non se ne parlò più. Il mestiere non era cosa per lui; l' arte ci s'infiltrava a sua insaputa, ci metteva, come dissi, troppo del suo, gli costava più fatica delle sue liriche migliori, e tirati i conti questa pretesa letteratura alimentare non serviva che ad alimentare le sue illusioni. In quindici anni menò a fine, credo, due novelle pubblicate dal Pungolo nel 1867 cominciò nell' appendice della Platea un romanzo, le Memorie del Presbiterio Alla settima appendice il romanzo fe' una sosta: il giornale morì e Praga vendette il romanzo incominciato al Pungolo Per nove anni di seguito ad ogni Natale egli portava al Fortis lo scartafaccio e ne riceveva una cinquantina di lire, poi passato il primo dell' anno lo ritirava per finirlo, l'allungava d' un paio d' appendici e lo lasciava lì. Veniva una cosa ineguale, stravagante, stiracchiata dalle idee più lontane e diverse, ma ricca d'immagini, di pagine splendidissime; l'intreccio gli si arruffava sotto mano sempre più: e lui si compiaceva di smarrirsi in quel labirinto di poesia. Quando era in angustie si risolveva ad un tratto d' uscirne. Avesse campato cent'anni non ne sarebbe mai venuto a capo. Voleva ch' io lo aiutassi a sbrigarsene alla peggio: poi lo diede a Ferdinando Fontana, e questi, quando il nostro povero amico morì nel novembre del 1875, restituì lo scartafaccio sempre monco al Pungolo Anche I. Ugo Tarchetti collocava i suoi romanzi nelle appendici del Pungolo ed era riuscito ad averne trecento lire caduno. Se la tisi e il tifo non lo avessero ucciso a ventinove anni, ora glieli pagherebbero tre volte tanto. L'uno e l'altro ebbero indole schiettamente ed esclusivamente poetica, furono i temperamenti più refrattari agli inviti della realtà. Pure incontrarono sovente le buone occasioni ; perchè Milano è un mercato letterario dove, seguendo le leggi della domanda e dell'offerta, si può procacciarsi colla penna una discreta posizione; lo scrivere non è qui, come altrove, una mania solitaria, ma una professione riconosciuta e quasi regolare. E se il compenso non è tanto, ciò dipende dalla poca estensione della coltura in Italia, dalla scarsità del pubblico che legge e dalla nessuna espansione della nostra lingua all'estero. Ma sarebbe ingiusto l'ostinarsi in un pessimismo senza fondamento, mentre le condizioni dei letterati vanno rapidamente migliorando. A Milano hanno conquistata una decorosa agiatezza Salvatore Farina, Giuseppe Ghislanzoni e altri parecchi; a Milano mandano i loro scritti Ruggero Bonghi, De Amicis, Bersezio, Carducci, Guerrini, Verga, Capuana, quasi tutti i veri scrittori italiani, e sono bene accolti e discretamente retribuiti. * Risolta la quistione dei mezzi di sussistenza, lo scrittore trova qui ogni maniera d'incoraggiamenti e di conforti. E prima la notorietà facile e pronta. Giovanni Verga aveva pubblicato a Torino, a Napoli, a Firenze parecchi racconti senza che il suo nome fosse uscito dalla cerchia de' suoi amici; nel 1873 venne qui, diede al Treves i manoscritti dell' Eva e della Storia d'una capinera e pochi giorni dopo le due maggiori case editrici milanesi si disputarono i suoi romanzi. Luigi Capuana, scrisse per degli anni stupende rassegne settimanali nella Nazione di Firenze, quando Firenze era la capitale, e fuori nessuno lo conosceva: soltanto la sua grande sincerità gli aveva attirato le inimicizie e i sarcasmi solitari di qualche autore impermalito; ebbene ora scrive nel Corriere della Sera e tutti i giovani colti sanno che il Capuana è il più dotto, il più pensatore, il più coraggioso e sincero critico letterario che abbia l'Italia. Milano è finora la sola città nostra dove ci sia un vero pubblico la classe colta coi novantamila italiani delle diverse regioni vi formano un tutto omogeneo, armonico, che vibra e risponde tutto insieme, ad un tratto alla stessa commozione, alla stessa provocazione. Basta un titolo felice, un tratto di spirito, una parola opportuna, un aneddoto piccante, un'arguzia, magari una sciocchezza un po' gustosa per indicarvi all'attenzione di tutti ; uno è subito conosciuto per quel che merita e si può spendere per il suo valore. Certo queste notorietà durano quel che possono durare; vi sono delle glorie d'un anno e delle riputazioni d'un giorno: il pubblico spazza e butta i cocci che gli hanno dato tutto il diletto che contenevano; però è un gran bene quello di non dover lottare e languire nell' indifferenza, di non dover profondere un tesoro di vergini forze nei tentativi sterili, ignorati; il poter misurarsi col giudizio del pubblico, il potente interrogare dà agli spiriti timidi, agli intelletti schivi una giusta misura della propria capacità li rinfranca, li preserva dalle divagazioni solitarie, dagli smarrimenti che avviliscono. La facile notorietà non può far male che ai vanesi, i quali, perchè un bel giorno si sono spinti a galla, credono di poterci rimanere. Milano crea delle riputazioni effimere, ma non dimentica le meditate. Il nome di Manzoni non ha perduto raggio della sua apoteosi; tutti gli anni al 23 di maggio una folla riverente visita la palazzina in via del Morone. Il nome di Carlo Cattaneo conserva tutta la sua autorità; quello del Rovani è pronunziato in tutte le discussioni artistiche : i giovani ricordano con tenerezza Praga e Tarchetti. Al Cimitero monumentale, ne' giardini rialzati c'è una colonnetta mozza con l'epigrafe: Qui giace un poeta e il poeta che giace là è l'autore della Fosca Un brav' uomo di custode mi diceva l'anno passato: Chi insci gh ven semper gent, di giovin, di donn e ghoo vist de quii bei dolor!... Milano, profondamente ignara di quanto accade fuori del dazio, conosce bene tutti i suoi e predilige in particolar modo gli artisti : questa bohême di principi del pensiero, che hanno l' aria di amare l'incognito, ha una grande ansietà, anzi un bisogno assoluto e continuo della pubblica attenzione. Praga, più ingenuo e più sincero di tutti i suoi confratelli diceva: « Io bacerei chi mi loda; » la lode è la vera rugiada dell' ingegno. Qui lo scrittore trova non solamente degli stimoli e dei compensi ai travagli dell'ingegno ma anche dei sollievi continui per la vita d'ogni giorno; una schietta bonarietà, una sincera illimitata indulgenza per le sue ineguaglianze di condotta, per le sue inevitabili incoerenze per le sue necessarie stravaganze di artista. E, quando egli lascia questa città, s'accorge, per la dolorosa esperienza del contrario, come gli fosse necessaria questa amorosa, questa benedetta tolleranza lombarda, e quanto conferisse alla feconda operosità del suo spirito. In nessun altro luogo come qui si combina l'attenzione con la tolleranza; il rispetto con l' indulgenza. Oggi voi fate un marrone, un' imprudenza, e tutti vi gridano la croce addosso: stringetevi nelle spalle, lasciate passar l' uragano ; l' indomani nessuno vi rinfaccia più l'errore della vigilia, qualcuno lo rammenta scherzando, i più lo dimenticano; fate qualcosa di buono e tutti daccapo a ricantare le vostre lodi, tutti premurosi a ridonarvi la considerazione di prima, a risarcirvi dello strapazzo inflittovi momentaneamente. Eppoi nessuna rigidezza aristocratica, nessuna sciocca burbanza borghese: qui tutte le persone educate si conoscono, formano una società sola dove gli artisti non solo sono ammessi ma godono di particolari immunità e si perdona loro volentieri qualche infrazione alle leggi della moda e delle convenienze. Tutti, uomini politici e uomini di affari, nobili e borghesi, avvocati, banchieri, impiegati ricercano la compagnia degli artisti, degli scrittori, dei giornalisti, s' interessano alle loro passioni, si riscaldano alle loro discussioni, vengono ogni sera a pigliare una scintilla alla fiamma sempre viva dei loro ideali, a interrompere la monotonia delle proprie faccende con la cronaca delle loro eccentricità, a ritemprarsi nella loro giovialità schietta e rumorosa. Basta che due di loro si trovino alcune sere di seguito al caffè, alla birreria, alla fiaschetteria perchè tosto si formi intorno ad essi un crocchio composto de' più svariati elementi. In qualche altra città, dove pure la vita artistica prospera e cresce da parecchi anni, gli artisti fanno società a parte. La società che s'intitola da sè stessa la buona società, si degna bensì di ricorrere al loro spirito per interrompere la noia sempiterna delle proprie futilità; ma solo di tanto in tanto, in giorni determinati, giorni di saturnali nei quali ci si permette una certa mescolanza, e in luoghi neutri di dove si esce senza impegni ulteriori : ed anche lì gli artisti si chiamano per precauzione col titolo cavalleresco, ne hanno oramai tutti qualcuno, si antepone al loro nome illustre, la volgarità di un cavaliere, commendatore magari avvocato ed essi hanno la bontà di prestarsi a questa mascherata umiliante, di accettare un formalismo perfettamente grottesco. A Milano non si commette la ridicolaggine di chiamare il conte Maffei, il cavaliere Boito, il cavaliere Ponchielli, il cavaliere Verga. Si dice Boito, Verga .... e si crede di dir molto. Conversazioni esclusivamente letterarie, come a Firenze, non ce ne sono: ma la letteratura non è esclusa mai. Nelle sale della Krammer, in quella società squisitamente mondana s'incontravano Guerzoni, Giovanni Visconti Venosta, Verga, Navarro della Miraglia, la signora Torelli-Viollier più nota col pseudonimo di marchesa Colombi, la signora Speraz (Bruno Sperani) ed altri. Alle domeniche di Cesare Cantù in via dei Morigi ci vanno medici, avvocati, professori d'ogni scienza, il nipote Celso, ufficiale dei bersaglieri ci porta qualche volta dei compagni d'arme, ci vanno delle giovinette, delle mammine, e delle nonne venerande, e tutti si trovano bene nella compagnia degli accademici più laureati. Nel celebre crocchio della contessa Maffei tutte le arti hanno oramai delle tradizioni, perchè da quasi mezzo secolo quei due salottini modesti e ricchi di preziosi ricordi hanno ospitato tutte le notorietà italiane e tutti gli stranieri distinti che sono venuti a Milano. Nel 1835 c'è stato il Balzac; egli ha dedicato alla contessa Clara Maffei uno dei suoi più squisiti lavori La fausse maîtresse e le ha mandato poi le bozze corrette di un altro suo racconto; era, dice lui stesso, il regalo che serbava per i suoi intimi. In que' due salottini sono passate d'allora in poi le generazioni d'illustri che ci hanno lasciato qualche scintilla del loro genio, qualche fine parola, qualche arguzia profonda, qualche aneddoto piccante. La loro memoria è colà viva e famigliare la signora li rammenta con un dolce e tranquillo rammarico come fossero parenti perduti da molti anni. Però questo cumulo di passato non opprime il presente: la conversazione non vi è punto invecchiata, si rinnova sempre e comprende e rispetta e favorisce le idee nuove. Uomini diversissimi per animo, intelletto, occupazioni, divisi nel terreno dell'arte, della scienza, delle convinzioni, degli interessi, s' incontrano in casa della contessa e diventano garbati fra loro, quasi cordiali. Molti non si parlarono mai altrove che fra quelle pareti; fuori di là non si conoscono più. Il ricevimento degli ospiti distinti avviene senza preparativi, senza cerimoniale, senza le solite freddure plebee, colle quali anche in molte case per bene si disgustano gli amici più cari per far la corte al personaggio. Non si offende la modestia nè l'amor proprio di nessuno; ci vanno dei giovani, dei ricchi signori, di quelli che vivono del proprio lavoro, e sono tutti ricevuti allo stesso modo ; nemmeno si annunzia ; entrate e la signora vi porge la mano con una bontà sempre uguale per tutti e vi presenta a quelli che non conoscete. Certe sere trovate la marchesa Visconti, e la Tessero, le nipoti di Manzoni e qualche povera musicista venuta a Milano per tentare un concerto. La presentazione in casa Maffei non implica alcun formalismo, alcun vincolo; la contessa riceve ogni giorno dalle due alle cinque e poi dalle otto alla mezzanotte invariabilmente tutto l' anno salvo tre mesi di estate : ci andate quando volete ; non si è tenuti nè a visite periodiche, nè ad assiduità impossibili. Molti, distolti dalle occupazioni non ci vanno che un paio di volte l' anno: ma l'ultima sera dell'anno tutti i suoi conoscenti ci vanno non fosse che un minuto per augurare alla contessa tutte le prosperità che si merita e a quel suo crocchio gentile un altro mezzo secolo di vita. Colla morte del Tarchetti, del Rovani e di Emilio Praga che in diverso modo e con diversissimi intenti rappresentarono la lotta contro l' indifferenza e il pregiudizio, si sciolsero i tre crocchi che si raccoglievano intorno a loro. Iginio Ugo Tarchetti morì nel 1869. Giuseppe Rovani l'ho visto una volta sola al caffè Gnocchi, nel gennaio del 1874 pochi giorni innanzi che si mettesse in letto dell'ultima malattia: disfatto, appena l'ombra, mi dissero, di quel ch'era stato; pure quel viso accigliato e accidioso aveva ancora uno strano fascino di simpatia e quell'occhio ottenebrato de' baleni che non dimenticherò mai. Alla fine di quel mese in una triste giornata invernale che veniva un' acquetta gelida e penetrante l' accompagnammo accompagnammo al Cimitero Monumentale. C'era anche il Praga, il quale mi ricordo fece una scenata che poteva aver conseguenze, perché un tale recitando l'elogio sulla bara del defunto voleva con l'esempio d' Orazio scusarne « le classiche voluttà dell' intemperanza » e lui, infuriato, si mise a gridare : te voeut fenilla, o asen! Per fortuna il discorso era finito davvero, portavano il feretro nel Famedio, tutti si movevano e l'oratore non intese l'apostrofe. Emilio non ammetteva che si dicesse di uno che aveva il vizio di bere, neppure per iscusarlo. Il povero Praga allora in un periodo di serenità, l' ultimo che abbia avuto, voleva persuadermi e certo era riuscito a credere egli stesso d'essere un uomo ordinato, sobrio, d'abitudini regolari e casalinghe. Teneva la cattedra d'estetica drammatica al Conservatorio di musica - misera cattedra che gli fruttava novanta lire al mese! - e in quel tempo passavamo insieme quasi l' intera giornata; ma lui ad ogni momento, a proposito d' ogni appuntamento ch'io gli chiedevo: « Aspetta che pensi se non è giorno di lezione. » Aveva scritto - e scriveva - un dramma in versi intitolato Altri tempi cinque atti lunghi lunghi, e carezzava amorosamente lo scartafaccio voluminoso. Lo leggeva volentieri a tutti, la sera in quel suo salotto decorato all'antica con mobili Louis XV al lume tremolante d'un candeletto e come la fiammella anche la sua voce aristocratica dolcemente blesa aveva delle incertezze fantastiche, affiochiva di quando in quando, s'addormentava in un mormorio che dava una malinconia profonda e nessuno ardiva interrompere. La sua bella mano si smarriva allora in un gesto vago, come l' ala spossata di una rondine che ripiega il volo: poi ad un tratto egli la portava vivamente alla fronte, se la passava sul viso e, con una facezia meneghina, rompeva l'incanto. Si trattava di un soggetto spagnolo quanto mai, un intrigo di uno studente, di Salamanca intende, con la figlia d' un conte, superbo come un ragno, fiancheggiata della indispensabile duena e il dramma aveva lieto fine. In mezzo a questo polveroso arsenale di logora scenografia, l'autore che a poco a poco s' era innamorato dell'opera sua aveva messo qua e là della vera e splendida poesia; la bizzarra e briosa ispirazione ispirazione rinchiusa in quella bottega di rigattiere, fioriva i davanzali di rose fresche ed odorose. C'era poi una buona vena di comico due personaggi figli prediletti di quel suo umorismo dolce e malinconico, un vecchio zio mezzo scemo o, come il Praga avvertiva, spiritíco; poi un Pilade gobbo, maniaco di classicismo e ubriacone convinto, il quale ne faceva di cotte e crude e quando l'autore s'accorgeva dai nostri occhi che i tiri birboni e le stramberie del suo originale passavano il segno s'affrettava a soggiungere: Te set l'è goeub Con quest'immagine di disunità fisica ch'egli coloriva incurvando le spalle, ribatteva e preveniva tutte le nostre obbiezioni. Venuta la bella stagione trovò un'ortaglia vicino a Monforte, dietro il palazzo Cicogna e là, dopo pranzo, si passava qualche ora allegramente a giocare alle boccie o a fare una partita di chiacchiere in compagnia d'artisti, bravi giovani sempre cordiali e sempre di buon umore. A due passi dalla Prefettura, a dieci dal Corso Vittorio Emanuele, pareva d'essere in fondo a una campagna remota. Alcuni vecchi alberi bellissimi che forse una volta appartenevano al parco del palazzo vicino avevano, là dimenticati, disteso i loro rami da tutte le parti e per questo piacevano all'autore dei Paesaggi che trovava in quella libertà di fronde una certa somiglianza con la immaginosa abbondanza del suo stile. C'era a completare la scena campestre una rustica osteria, ma aveva una usanza deplorevolmente urbana; faceva credito agli avventori e rincarava il conto ai morosi. Praga cominciò coll' andarci anche alla mattina e finì col passarci le intere giornate; voleva rimettersi a dipingere, riprendere il filo da lunghi anni interrotto degli studi pittorici nei quali aveva esordito con lavori che sono pregevoli ancora, e si lusingava di far scontare ai pennelli la improduttività dei suoi versi. "Avrei dovuto far unicamente il pittore, diceva, questa almeno è arte che frutta da mantenere una famiglia. " Ed inutile è soggiungere che non ne fece nulla. In quell'ortaglia si fecero le più care festicciole ch'io abbia mai goduto. Quando venivano amici di fuori li menavamo là a desinare; mi ricordo di una volta che vennero da Torino il Giacosa, il Molineri, il Faldella ed erano con noi il Boito, il Torelli Viollier, Ferdinando Fontana, che fece in fin di tavola questa terribile dichiarazione: « Sono socialista e ne ho il diritto: è l'unica protesta della monade umana contro il dualismo sociale. » Praga era felice perchè Molineri, Giacosa e Torelli sapevano a mente le sue Penombre e Torelli per canzonarlo si mise a recitare i versi Brianza con la monotona e frettolosa cantilena dello scolare che sa la lezione. Povero amico, noi ci accorgevamo che il suo ingegno s'andava spegnendo e non viveva più che nei ricordi. Verso il fine delI' estate, andò in villa dalla Dandolo e ne tornò in uno stato deplorevole già preso dal male che poi lo finì. Mi mandò a chiamare, andai a casa sua in via della Cerva e trovai presso al letto il Cavallotti, col quale era da un pezzo un po' freddo. Il Praga gli leggeva il suo dramma: quando ebbe finito il Cavallotti se n'andò dicendogli qualche amichevole parola e lui poi sclamò tutto commosso: L'è un bon fioeu Lo accompagnammo dopo alcuni giorni a quella stessa Casa di salute dove l'anno prima era morto il Rovani. Tuttavia si riebbe ancora, in primavera esso prese casa fuori Porta Vittoria e ci sfuggiva; al principio dell'inverno, nel novembre 1875 morì ed è sepolto nel piccolo cimitero di Porta Magenta. * Il Teatro Milanese, fondato da alcuni dilettanti che si proponevano modestamente d'imitare a Milano l'esempio del torinese Toselli, e trasformato poi da Carlo Righetti in una regolare compagnia di autori ed attori col titolo solenne di Accademia, era, a dispetto del titolo, un ritrovo di matta e spiritosa scapigliatura. Il Righetti che ha trovato questa felicissima versione italiana della bohême e ci ha dato nel suo noto romanzo scene gustose della nostra vita letteraria, dovrebbe raccontare le vicende, almeno quelle che si possono dire, di quel crocchio del quale fu magna pars egli stesso. Uscito il Righetti, smessi gli intenti, o se volete le illusioni letterarie, il Teatro Milanese è, come locale il ritrovo della galanteria prezzolata, grossa e minuta, come repertorio il piedistallo d'un grande artista e quando questi ne scenderà, perderà ogni importanza. Bisogna però notare che per esso il Duroni scrisse qualche buona commedia e il Fontana vi fece le sue prime armi con la famosa Statoa del sur Incioda. * Ora i superstiti della scapigliatura milanese si raccolgono nel piccolo Caffè del Teatro Manzoni, dove convengono dei repubblicani e dei socialisti tranquilli e bonari come Napoleone Perelli e capita qualche volta, quando è a Milano, anche Ulisse Barbieri sempre in guanti chiari e sempre disperato d'aver ne' suoi drammi fatta strage di tutte le individualità storiche e mitologiche, non escluso il Padre Eterno. Ma il tipo del genere è Fulvio Fulgonio, predestinato fin dal battesimo alla letteratura dei libretti d'opera, ottima pasta d'uomo, indulgente con tutti, anche con la fortuna che lo maltratta da oltre quarant'anni, chè è sempre al verde e tien nota scrupolosa de' suoi debiti. Qualche anno fa aveva un conto piuttosto inveterato col caffettiere, e questi una sera gli fè negare il solito caffè : allora lui s'appressò al banco e avuta spiegazione e conferma dell'ordine disumano con tutta serietà gli disse : « Mi dia dunque venti centesimi perchè possa andarlo a prendere in un altro posto. » Alcune settimane dopo negoziò una buona transazione per un amico ricco che gli regalò, in premio, 2500 lire : lui pagò tutti i suoi creditori e la sera venne in caffè vestito di novo, colla borsa leggera e il cuore più leggero ancora. Ha un figlio in collegio e un suo parente paga per mantenervelo una pensione di ottocento franchi: Fulvio Fulgonio riscuote lui il semestre e lo spedisce regolarmente: non toccherebbe quei danari fosse digiuno da due giorni. Al suo stoicismo sereno fa contrapposto la malinconia curiosa di Cesare Tronconi l' autore di Passione maledetta e delle Madri per ridere perpetuamente in collera contro i critici che maltrattano i suoi romanzi e più contro quelli che non ne parlano. Fulgonio sorride, Tronconi sospira: l'uno fa il suo mestiere alla giornata, senza darsi fastidio del poi, l'altro è in pensiero del poi e se ne amareggia il presente. Nè questo è il solo contrasto di quel piccolo mondo : tutti fanno l' opposizione alle idee, ai sistemi, alle autorità riconosciute; opposizione di massima senz'altro impegno. Del resto tante idee quanti cervelli, e vogliono tutti dire la sua e ne nascono delle dispute che ogni sera ricominciano e non fluiscono mai. Però basta un'ondata di sentimenti per trascinarli tutti. La sera del 9 gennaio 1878 un repubblicano intransigente prese là dentro la difesa di Vittorio Emanuele contro un giornalista radicale e la compagnia gli battè le mani. Però le discussioni, per quanto vivaci, non trascendono in attacchi, non lasciano mai dietro a sé ombra di rancore; e questo è merito della bonarietà milanese. Anche la la massima tolleranza e cortesia: ci va Samuele Ghiron il moderatissimo Violino di spalla del Fanfulla a far pesca di barzellette e di aneddoti e tutti gli vogliono bene. Aforista, apologista, evangelista della compagnia è Felice Cameroni il Pessimista del Sole giornale commerciale, che, in grazia sua, ha accoppiato le rassegne drammatiche e le bibliografie ai listini di borsa e ai bollettini de' mercati senza l'intromissione della politica, acquistando una particolare competenza in materie così diverse da quelle che formano si può dire il suo vero ed unico intento. Tutte le sere verso l'otto il Cameroni è al suo posto, dentro il caffè d'inverno, e fuori l'estate colla faccia volta al pilastro dove sta il cartello del teatro : d'inverno prende un capiler, d'estate una marena invariabilmente. Perchè non conobbi mai uomo più metodico ed esatto di questo apostolo della rivoluzione verista in letteratura e della ribellione sociale in politica. Vorrebbe sovvertire il mondo ma non sarebbe capace di mancare alla garbatezza più scrupolosa; impiegato modello alla Cassa di Risparmio non froda l'orario d'un minuto: le sere di prima recita paga il supplente. E si assicura che questo partigiano della filosofia sensista più desolante, questo apologista degli scrittori che negano la famiglia è un figliuolo modello. Ve ne darò una prova ma non gliel'andate a dire chè gli farebbe dispiacere, non osava leggere a tavola per rispetto a sua madre : e fu lei a pregarlo di fare il suo comodo. Morto il Manzoni la società che si radunava tutte le sere da lui nella famosa casetta di via del Morone si sciolse. I suoi componenti non si vedono quasi più. Giulio Carcano, salvo qualche rara apparizione in Consiglio comunale, fa vita da sè, con la famiglia e alcuni vecchi e fidati amici. Il Cantù riceve, com'ho detto, tutte le domeniche in casa sua: frequenta qualche poco il teatro. Alle prime rappresentazioni lo si vede al Manzoni nel palchettone di seconda fila sopra l' ingresso della platea, e non perde sillaba della recita: quella testolina scarna, eretta, vivace, coi lineamenti fini, marcati, con quella ricca zazzera che appena comincia a incanutire, non è la testa d'un settantenne: ha l'espressione, l'energia fugace, la volontà, la fermezza d'una virilità forte che si direbbe, immortale. Certe volte, quando sulla scena il dramma di qualcuno dei nostri autori più in voga tira innanzi alla meglio, un sorriso arguto brilla nei suoi occhietti azzurri e increspa le sue labbra sottili. Allora, a guardarlo, mi piglia uno strano sgomento: mi pare che egli debba, giudice severo e implacabile, sopravvivere alla nostra generazione e che abbia il còmpito di sotterrarla e giudicarla come ha fatto delle due precedenti. Singolare destino il suo: egli non fu mai bene del suo tempo e la sua vita laboriosa è rimasta sempre in una solitudine morale che avrebbe fiaccato qualunque fibra pieno possente della sua. Per i letterati suoi coetanei, spiriti tranquilli, indulgenti, più studiosi che operosi era troppo giovane ed irrequieto: è era troppo rigido ed austero per i giovani. M' immagino che Cesare Cantù soffra, come altri illustri scrittori, la malinconia di credersi trascurato. Ma la nuova generazione, che, forse egli suppone sconoscente e irriverente, ha tutto il rispetto per lui, venera in lui l'artefice della più vasta opera storica del tempo nostro e non domanderebbe di meglio che poterlo conoscere più davvicino. * Il professore Giovanni Rizzi tiene un crocchio che è anche una scuola perchè composto quasi esclusivamente di allievi e di allieve. Fra queste, due signorine la Sormani e l'Albini, sono, la prima con due commedie, la seconda con alcune novelle, entrate onorevolmente nella vita letteraria. * Però i letterati seguono anch'essi la corrente positiva del tempo: si vedono meno tra loro e vivono un po' più cogli altri. Gli interessi, le faccende e la politica, a Milano specialmente, li separa più che un tempo li unisse la comunanza di studi e di aspirazioni. Il Cavallotti vive quasi esclusivamente co' suoi amici della Democratica. Paolo Ferrari dedica le sue giornate all'Accademia e al Consiglio comunale, le sue sere al bigliardo della Società, patriottica e le sue notti ai lavori drammatici: nessuno sa meglio di lui metter d'accordo nella vita il serio ed il comico, la barzelletta e l' assioma professorale. Al tempo preistorico, mitologico della tenebrosa Consorteria delle F (Fortis, Ferrari, Filippi, Faccio, Fano) il Ferrari era l' ordinatore di beffe graziose e solenni, n' ha fatte tante e così originali che ce ne sarebbe da fare un intero novelliere: ora, non si permette più d' insanire che semel in anno in martelliani al Risotto annuale della Patriottica. * Filippi si trova dappertutto, di giorno al Caffè delle Colonne, al Biffi, al Cova; la sera in tutti i teatri, dalla Scala al Milanese e al Santa Radegonda, entra col suo enorme cappello in testa, v'infligge un aneddoto che deve essere sempre nuovo, ed è detto con tanto garbo che lo si sente volentieri anche per la decina volta; se nel palco c' è un posto buono lo piglia senza farselo dire, ma non è indiscreto; fatta la sua comparsa, spacciato il suo frizzo, s' alza e se ne va senza salutare, se gli stendete la mano ve la stringe sbadato, se allungate un piede ve lo pesta, non vi chiede scusa e tira via sempre collo stesso passo posato e maestoso, collo stesso faccione sereno e sorridente di cuor contento. Perciò i giovani che non lo conoscono, lo credono superbo: a torto, perchè egli è molto più fiero della bellezza molto discutibile delle sue mani che non del suo talento incontestabile. Non ha goccia di fiele: è una buona pasta, e, non ostante la prima apparenza, alla mano con tutti; se fa bene una cosa, se ne compiace per il primo, se la fa notare, e la dimentica; se piglia un granchio, lo confessa, non si sgomenta nè ride, e lo dimentica. Vi rende servigio se può, piglia il suo bene dove lo trova, se lo gode, non invidia quello degli altri. Quando in quando scompare, e qualche giorno dopo compaiono sulla Perseveranza sue corrispondenze da Parigi, da Monaco, da Londra, magari da Madrid o dal Cairo; poi ritorna sempre fresco e tranquillo: egli ha girato così mezzo mondo senza scomporsi, senza affaccendarsi ; il suo cappellone lucido non ha un pelo arruffato, il suo gesto, il suo viso non serbano traccia di stanchezza o di fatica. Non manca ad alcuna festa, ad alcuna allegria: non ha fretta mai ed arriva a tutto e sempre in tempo. Egli è certo l' uomo più felice ch'io conosca, perchè è contento di sè e si contenta degli altri. Buontempone e girellone com'è, dove piglia il tempo di scrivere un articolo o due al giorno e delle appendici di quasi cinquecento linee l'una? Ma chi lo sa? Forse il segreto della sua attività, sensitiva, intellettiva, produttiva a moto continuo sta in questo : non si perde nel fantasticare che, dice bene il Goethe, fiacca l'energia della mente. Il lavoro non gli costa nulla; l'ho visto io dopo una giornata di strapazzo, che avevamo girato molte ore in una città di provincia, con una pioggia torrenziale, e c'eravamo rifugiati in un caffeino pieno di fango e di confusione, pigliare la penna e scrivere difilato quindici cartelle faceziando, facendoci pregustare i frizzi che andava trovando man mano. I suoi articoli hanno, a differenza di tanti altri più raffinati, un gran merito di sincerità e sono spacciati colla naturalezza che dimostrano. Che età ha il Filippi? L' età di chi non vuole invecchiare. Da giovane pareva, dicono persone per la loro età degne di fede, mostrare mostrare più anni di quel che avesse ; ma s'è fermato presto e da un gran pezzo. * Se, tra mezzogiorno e la una, vedete un brougham alla porta del Caffè Cova, è certo che aspetta Leone Fortis, che lo fa aspettare delle volte un buon paio d' ore. Se glielo rammentaste risponderebbe che non può tener carrozza propria. Ed è una vera ingiustizia, perché egli è nato per fare il gran signore. A quell' ora o mangia in silenzioso raccoglimento la sua bistecca quotidiana innaffiata con dei sorsellini del non meno quotidiano bordò, o fa il chilo, una gamba sull' altra, la mano sinistra sul polpaccio o magari sullo stivale, la destra che fa di quando in quando un gesto largo e ricade, la persona abbandonata , il ventre arrotondato, la testa rovesciata sulla spalliera in atto di noia suprema. È un atleta in riposo. Parla di rado e a pause, durante le quali, alza il labbro inferiore e si beve i baffi. Così pure sta la sera nel suo palco al Manzoni. Come tutti gli uomini d'indole dominatrice non è mai solo: è corteggiato come si conviene alla sua potenza. Molti che gli dicono dietro le spalle ira di Dio sono con lui manierosi e gentilissimi; lui non s'illude menomamente sulla sincerità di queste garbatezza, ma, sovrano indulgente, si contenta del loro omaggio ufficioso e lascia correre. Certe volte, quando qualcuno che ce l'ha con lui, affetta di non vederlo, gli pianta gli occhi addosso ed è ben difficile che non riesca a farsi salutare. Non ho mai visto alcuno passargli vicino proprio indifferente. Così stracco, tediato, uggito - queste sono le tre gradazioni della sua accidia apparente - sembra non si interessi a nulla, si secchi dell'universo mondo - eppure non gli sfugge parola del discorso e del gesto degli interlocutori ; spesso non vuol vedere - ma vede e osserva istintivamente e dopo anni ed anni vi riproduce il personaggio o la scena più impercettibile con un' esattezza prodigiosa. Se l'argomento è vivo e interessante davvero, v'accorgerete dall'articolo che scriverà l'indonmani che egli lo ha afferrato nelle mezze tinte più fine e delicate. È un lavoratore a scatti; sonnecchia un poco, ma quando si sveglia è d'una attività formidabile, scrive due, tre, quattro articoli di seguito con quella sua mano lenta, sdegnosa, risoluta, s'abbandona ma dice esattamente quel che vuole o come vuole, e trova degli accorgimenti, delle sottigliezze, che affascinano gli avversari e fanno qualche volta disperare gli amici politici. Nei giorni di lotta fa tutto il giornale lui e non c'è nè spazio, nè orario che peni: se non bastano quindici colonne si fa il supplemento e se il giornale non esce alle quattro escirà alle cinque, alle sei, alle sette - gli abbonati di provincia non lo ricevono, ma sta pur certo che in città lo leggono tutti e ciò gli basta: il suo regno è Milano, egli vi ha inaugurato la sovranità della stampa, la tiene e non dà segni di voler abdicare. Ci sono a Milano dei giornali solitamente più dotti e più precisi o più piacevoli; ma al tempo delle elezioni, o di una qualche viva quistione amministrativa o economica, o teatrale, o artistica, che stuzzichi particolarmente il sentimento, l' interesse, o anche solo la curiosità del pubblico - il Pungolo è ancora com' era quindici o vent' anni addietro, il leader della situazione. È articolista, polemista, critico tutto a modo suo e sempre impareggiabile. L'Illustrazione italiana era un foglio noto per i suoi disegni unicamente; dacchè il Fortis vi scrive quello sue famose Conversazioni è diventato anche un periodico letterario. Leone Fortis, Leo fortis come lo chiamava il Bianchi Giovini, un tempo suo avversario, è un nome felicissimo, tanto felice che par trovato apposta per lui: esprime tutto l' uomo. Infatti egli è buono, indulgente, tollerante, ha degli abbandoni d'una bonomia commovente, ma guai a stuzzicarlo, guai poi a cascargli sotto. Però perdona e, se non dimentica, trascura. Egli vuol bene a 'suoi amici, nessuno sa rendere un servigio con maggior garbo di lui e non lo rinfaccia. Quelli che non gli voglion bene lo temono o perchè ne hanno paura o perchè ne hanno bisogno. È entrato da quindici anni nel partito moderato non come recluta ma come capitano, anzi come potenza alleata; ha le sue schiere e ne dispone dispone, ha i suoi ufficiali e li impone. Alla Costituzionale benché s' inquietino della sua indisciplina e lo tengano quasi come uno eresiarca, gli fanno volentieri delle concessioni, perché sarebbe malagevole combattere senza di lui, e sarebbe causa disperata combattere contro di lui. In mezzo al parapiglia politico è rimasto l' artista del Cuore ed Arte ama le forme e un po' la scena, va tutte le sere al teatro, non scrive più drammi, drammatizza la vita per suo conto, e così la gusta in grazia della forma che lui gli sa dare. Detesta il realismo - se diventasse realista si annoierebbe troppo. * Al Cova nello stanzino in fondo si trovano la sera alcuni scrittori e ispiratori della Perseveranza il direttore Landriani, la modestia personificata, che si nasconde, scompare nell'opera sua tanto che molti lettori del suo giornale ignorano il suo nome e la sua esistenza; l' avvocato Zambaldi, gentilissima persona, moderato estremo, scrittore mordacissimo; Camillo Boito, il dotto critico artistico, architetto, novelliere, scrittore possente, a cui la Costituzionale ruba molte ore che l'arte saprebbe rendere più utili. La politica li unisce troppo tra loro e li divide troppo dagli altri. * Al Cova, verso le quattro ci va anche Arrigo Boito e vi si trattiene una mezz'ora. Fuori di lì non lo si vede in nessun posto eccetto che a casa sua in via Principe Amedeo n. 1 dove del resto non è facile penetrare : i suoi amici picchiano in un certo modo convenuto alla finestra del suo stanzino che è a terreno verso strada. Perchè Arrigo Boito, con tutta la riputazione di pigrizia che s' è fatto, lavora indefessamente tutti i giorni dalle nove alle quattro ; chi passa sotto la sua finestra è quasi sicuro di sentire la voce flebile del suo pianoforte che gli ripete le armonie di Bach e ne riceve le gelose confidenze delle sue ispirazioni. Non già che abbia il lavoro stentato, tutt'altro, prova ne sia che l' anno passato ha scritto in poche settimane il libretto del Jago per il Verdi, ma è incontentabile dell'opera sua e il Nerone fu rifatto già tre o quattro volte da capo a fondo. Se parlate con lui lo trovate pieno di condiscendenza: non fa nè teorie nè dissertazioni, nè sproloqui d'arte; approva tutto quel che gli dite con dei frequenti: benissimo, perfettamente, sicuro, pronunziati con quel suo accento originale, marcato, sensibilmente enfatico, e forse pensa ad altro. Non discute che con sè stesso; si direbbe che, stanco della lotta quotidiana colle due mura che lo inebbriano e lo tiranneggiano, non voglia fare uno sforzo inutile per contraddirvi. La sua camera stretta e profonda, incomoda, con delle raffinatezze impercettibili, ha una scrivania su cui trovate una Bibbia, una raccolta di pentasdruccioli, i volumi di Bach e di Marcello e un diavolino di Cartesio, rappresenta bene le due faccie di quel suo prodigioso talento: la severità e la bizzarria. * Uno degli intimi suoi è Luigi Gualdo, il romanziere gran signore, che non pensa a ricavar guadagni dal suo lavoro per l'invidiabile ragione che ha da vivere del suo, ma che senza alcun scopo di lucro, lavora non per vanità, per un vero bisogno d'artista. Per Milano lo si vede di rado anche lui, qualche volta l' inverno verso le quattro quando fa bel tempo esce a fare un giro sul Corso tutto solo, le mani nelle tasche, astratto, pensoso, e per questo e per la sua singolare maniera di vestire, ha l'aria d'un forestiere. Vive solitamente rinchiuso, la sera fa delle visite. D'estate va sul lago, ogni anno passa alcuni mesi a Parigi e scrive da qualche anno in francese, per non commettere - dice lui - de' francesismi. * Lo scrittore più mondano dopo il Filippi è senza dubbio Giovanni Verga, che abita qui a intervalli, vi conosce e frequenta la società più aristocratica ma solamente quella. La prima volta che lo vidi fu in casa Maffei una domenica sera che le due salette erano piene di signore tra cui sei o sette giovani e molto belle, e queste lo circondavano in modo ch'io non mi potei appressare a lui. Lui stava lì contegnoso in silenzio in mezzo al vivace cicalio, e sorrideva di quel suo sorriso serio, a fior di labbra che fa malinconia. Per questo suo fare riservato misterioso che dimostra patimenti profondi non meno che per la eleganza squisita del suo sentimento artistico dicono che abbia delle avventure. Non gliene state a chiedere a lui ; è così poco vanesio che non ve ne direbbe nulla, anzi vi riderebbe discretamente sul viso. Però anche a Milano, nella più allegra e socievole città d'Italia, gli scrittori non fanno più la vita scioperata d'una volta. Gli è che la letteratura è diventata un lavoro e che lavoro aspro indiavolato! Non basta più scrivere qualche centinaio di versi e nemmeno un volume, per guadagnarsi un vitalizio di considerazione. Il pubblico è più vasto, legge di più, ma dimentica più facilmente. Anche a Milano s' è smesso il vizio di girellare tutto il giorno da un caffè all' altro e prima delle quattro sarebbe difficile trovare nella galleria altri che i soliti cantanti a spasso. Ci sono degli scrittori tuffati da mane a sera e tutto l'anno nell'opera propria, e ci dicono che il tempo passa troppo presto. Esempio: Luigi Archinti, il brioso e competentissimo critico artistico del Corriere della Sera non va in nessuna società, nessuno sa che vita faccia: o piuttosto si sa benissimo, lavora indefessamente: la scrittrice che tutta Italia conosce col pseudonimo di Neera e di cui ben pochi sanno il nome vero è una modesta madre di famiglia, molto seria benchè di carattere vivace e giovanissima, vive unicamente per la famiglia, lavora per la famiglia e come: tre o quattro romanzi all'anno, articoli per il Fanfulla, per il Corriere del mattino per la Gazzetta Letteraria per sei o sette giornali minori, e si lamenta che gli editori non gliene stampino quanto si sentirebbe di farne. * Uno che non s'incontra mai a ciondolarsi o ad ammazzar il tempo è Salvatore Farina. Si può quasi dire che non sta a Milano. Evita assolutamente le società letterarie: l'anno passato aveva preso gusto al giuoco del bigliardo e per soddisfarlo senza avere il rischio d' imbattersi con de' confratelli si associò a un certo circolo commerciale ed agricolo tutto di fittaioli, di bottegai in ritiro e mercanti di grano : ci andò per tre o quattro mesi tutte le sere un'oretta a far la sua partita beatissimo del suo supposto incognito. Ma una sera ch' era nata una discussione intorno a certa frase di giornale, dove si vanno a ficcare i critici! uno della compagnia si appressò a lui e lo interpellò: ch' el disa on po' lu che l'è on scritor an lu?... Inutile aggiungere che d' allora in poi non l' hanno più visto. È innamorato della propria casa e spende tutte le sue cure, tutti i cari momenti d' ozio per farla bella, comoda, confortevole e godersela in santa pace. Sarebbe felice se ci fossero dei felici a questo mondo: Salvatore Farina ha come tutti gli uomini soddisfatti del bene che hanno, il timore di perderlo; soffre di iponcondrie periodiche ora per il polmone, per gli occhi, per il ventricolo e che so io. Quando lo pigliano coteste malinconie consulta medici di cui non eseguisce le prescrizioni, butta via le loro ricette, si sottopone a delle cure eroiche di sua invenzione e naturalmente guarisce sempre. La famiglia non è soltanto il suo ideale letterario, è l'obiettivo, il sentimento dominante di tutta la sua vita. Se siete tristi, se avete la famiglia lontana, se gli svaghi soliti non vi soddisfano, se le solite conoscenze sono in disaccordo col sentimento dell'animo vostro e Milano vi sembra una rumorosa solitudine, in questi momenti di sconforto e di accidia andate da lui e troverete la una vera famiglia, quasi un profumo di casa vostra, una buona e amorevole intimità, la migliore intimità, quella che non esclude i riguardi e implica la reciproca stima. Salvatore vi darà del lei, non mancherà di usarvi tutte le garbatezze ma per di più si interesserà alle cose vostre, potrete contargli i vostri fastidi, le vostre pene come a un fratello e a un amico d'infanzia. E lui s' interessa veramente a quel che gli direte e vi parlerà senza finte compassioni, senza tenerezze convenzionali, allegramente con franca e delicata giovialità, magari vi condurrà a scherzare del vostro sconforto; fatto sta che uscirete col cuore più leggero e quasi quasi non vi rammenterete le vostre pene. È uomo di spirito ma altrettanto buono: sarebbe difficile ingannarlo, conosce bene, da subito, le persone, ma per temperamento ha bisogno di crederle oneste e sincere. Ha poi la benevolenza memore ed operosa ; se gli confidate un bisogno, dopo qualche settimana quando credete se ne sia dimenticato e forse non ci pensate più, trovate alla porta un suo biglietto. Egli s'è ricordato di voi ed ha cercato e trovato il modo di rendervi il servigio che vi bisogna e che forse non gli avrete neppure domandato. In casa Farina il sabato sera, si riuniscono alcuni amici, tutte conoscenze della famiglia; ci va Eugenio Torelli Viollier, direttore del Corriere della Sera con la sua signora, la marchesa Colombi Giovanni De Castro, i due Ghiron e qualche altro. Non si parla nè di politica, nè di letteratura. Si fanno dei discorsi casalinghi, si parla di cucina, del tempo, dei figliuoli. Torelli ha sempre in tasca qualche nuovo rompicapo, egli è, lo si sa, appassionato degli indovinelli e delle mistificazioni innocenti, ciò che non gli impedisce d'essere un brillantissimo scrittore, un giornalista serio, dotto, studioso, coscienzioso come ce n'ha pochi; si dicono delle barzellette decenti, si gioca una partita a campana e martello, si fanno magari quattro salti e si concerta qualche desinaretto per le grandi solennità. * Ma non tutti hanno il temperamento, gli agi, i conforti necessari per vivere continuamente da sè; e Milano ha questo di buono che mentre potete star nascosto dei mesi e sottrarvi completamente alle molestie, agli oziosi, ai seccatori, se ad un tratto vi piglia, come piglia a molti lavoratori solitari, il bisogno assoluto e repentino di veder gente, voi potete a qualunque ora, dalle quattro della sera alle quattro del mattino trovare buona e gaia e confaciente compagnia. E, ne converrete, una facilità preziosa e che non si ha dappertutto. Il forestiere, chi è rimasto lontano molto tempo è sicuro di trovar qualche amico, qualche compagno che lo rimette al punto della vita milanese. Gualdo, Verga, capitano così al Biffi dopo mesi e anni di assenza e non manca mai chi alle tre del mattino li accompagni fin sull'uscio di casa loro. Al Biffi per tre o quattro anni è durato un crocchio dei più gioviali e dei più svariati; ci veniva, come ho detto, un po' di tutto; impiegati, avvocati, professori dell'Accademia, superstiti redattori del giornale la Vita Nuova giovani letterati, che sono usciti dalla vita letteraria, che non hanno ancora trovato il sentiero buono d'entrarne, il romanziere e critico Virgilio Colombo, DeMarchi poeta e scrittore valente e troppo modesto, Giovanni Pozza grande inventore di romanzi e di novelle bellissime, già tanto belle in embrione che è un vero peccato scriverle. Ma l'anima, o per meglio dire il pontefice di questo sinedrio era Luigi Capuana; difatti c'è in lui il misticismo, l'eloquenza, l'unzione del teurgo e del filosofo: conosce tutto, legge tutto; e se lo mettete sul discorso sa parlar di tutto e bene e profondamente. È perpetuamente innamorato, ma quando un intrigo gli va per le lunghe e gli riesce difficile - lui ha bell' e pronta una catastrofe di suo genio e ne fa .... una novella. Però tutte quelle sue novelle famose sono tutte cominciate in terra e terminate nelle nuvole; noi, per burla, lo chiamavamo il vecchio dacchè ha capelli pochi e canuti e baffi candidissimi in flagrante contraddizione non solo coi suoi quarant' anni ma col viso florido e giovanile. Qualche maligno aggiungeva che portava bene i suoi annetti, difatti a prima giunta ha l'aspetto di un vecchietto ben conservato. Poi lo si presentava come il nostro papà e lui pigliava la canzonatura con spirito. Ora la bella compagnia è un po' sbandata, ma se ne formano continuamente delle nuove, allo stesso posto, e al Gnocchi e alla fiaschetteria Toscana: e Samuele Ghiron ha la sera il suo da fare per girare dall' uno all'altro per cercare aneddoti, e spacciare quelli che ha raccolto. * Scontenti di Milano non ne conosco che uno: Dario Papa, l'irrequieto e valoroso dp del Corriere. È uno spirito ansioso di operosità febbrile, di progressi fulminei e colossali, desidera un mondo nuovo e sogna continuamente di andare in America. E ci anderà un giorno e forse troverà che somiglia ancora troppo a questo suo mondo vecchio, ma buono, e tornerà a desiderare e a ritrovare la sua Milano che ha saputo apprezzarlo e lo stima per quel che vale e gli darà certo l'avvenire che si merita. Fatto sta che quando siete stato un anno a Milano vi ci affezionate e la grande città vi ha adottato per sempre: lontano, voi avete sempre istintivamente dei confronti in suo favore, penserete ad essa come al paese veramente vostro perchè scelto da voi e se ci ritornate vi accoglierà come uno de' suoi figliuoli. ROBERTO SACCHETTI. Il 31 gennaio scorso, Roberto Sacchetti mi spediva da Roma questa monografia sulla Vita letteraria a Milano e mi dimostrava desiderio di vederne le bozze di stampa. Povero amico! Io riceveva le bozze da Firenze proprio il giorno in cui il telegrafo recava la triste notizia della sua morte che tanto addolorò quanti l'avevano conosciuto ed avevano avuto campo di pregiarne l'animo mite, l'aperto intelletto e le tante virtù. G. OTTINO.

Vita letteraria