Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Breve sogno
Fino ad Alessandria lo scompartimento era rimasto vuoto, e Riccardo si preparò per la notte: dormire seduto in treno gli piaceva, e ci era abituato da molto tempo. Ma prima che spegnesse la luce centrale entrò una ragazza; teneva in mano sia il mantello, sia la borsa da viaggio: veniva dunque da un altro scompartimento. Evidentemente da quello contiguo, da cui si sentiva filtrare un confuso vociferare mascolino. Disse: _ Buonasera _ con una curiosa cantilena, sistemò le sue cose e sedette di fronte a lui. A Riccardo la nuova situazione non spiacque. Gli accese immediatamente il ricordo di episodi ferroviari nei racconti di Tolstoj e di Maupassant, di almeno venti storielle ferroviarie grottesche o galanti, di una bella novella, essa pure ferroviaria, di Italo Calvino, e infine di una celebre teorizzazione di Sherlock Holmes a Watson, quella in cui Holmes dimostra come dall' esame di un paio di mani si possa agevolmente risalire al passato, presente, e magari anche futuro del loro titolare. Insieme, provava conflitto e disagio; un suo remoto (e negato) codice di comportamento gli prescriveva di non mandare vano quell' incontro, e invece aveva sonno. Rispose: _ Buonasera _ e si assorbì nel tentativo di ricavare informazioni dalle mani della ragazza. Non ne cavò molto. Non erano né callose né troppo curate, né arrossate dai detersivi né nobilitate dai cosmetici. Erano piuttosto robuste e tozze, con lo smalto delle unghie di un colore smorto, un po' scrostato: forse la donna veniva di lontano, certo non era il tipo che dedica molto tempo alle cure personali. Aveva indosso una giacca a vento, e sotto un maglione nero a giro collo; i pantaloni erano di velluto bruno, abbastanza logori, con due rinforzi di cuoio all' interno delle cosce. Un luogo incongruo: a cosa avrebbero potuto servire? A cavalcare una scopa? Ma non aveva l' aria di una strega: sembrava un tipo piuttosto casalingo. Anche il resto della ragazza era robusto e tozzo: Riccardo calcolò che se si fossero alzati entrambi in piedi lei gli sarebbe arrivata a stento alla spalla. In effetti, lei poco dopo si levò in piedi, ma la verifica non fu possibile perché lui era rimasto seduto. La ragazza dunque si alzò, frugò nella borsa che era sulla reticella, e ne cavò un libro, al che Riccardo si fece tutt' occhi come Argo. Non era un giallo né un romanzo di fantascienza né un Oscar Mondadori: era un vecchio volume dimesso, dalla copertina floscia ed appassita, su cui Riccardo lesse a poco a poco: "Catalogue of the Petrarch Collection, bequeathed by ..." non riuscì a decifrare da chi la collezione era stata bequeathed, e quel bequeathed lo intrigava, ma il resto del titolo gli tolse ogni traccia di sonno. Aveva anche lui un libro nella valigia, ma non si prestava a ricambiare il messaggio, era un tascabile di sesso e orrore: meglio lasciarlo dov' era. Gli vennero in mente le bozze di stampa che doveva consegnare a Napoli, le cavò fuori e si mise a correggerle con ostentazione, quantunque fossero già corrette; ma presto smise di armeggiare perché la ragazza si era addormentata. A poco a poco, nel sonno, la sua stretta sul libro si indebolì; il volume si richiuse, le scivolò fra le ginocchia e finì sul pavimento. Riccardo non osò raccattarlo. Dormiva tranquilla e composta, e Riccardo ne approfittò per un inventario più esteso ed approfondito. Dalle scarpe, pesanti ed informi, sembrava proprio che la ragazza fosse inglese: americana no, aveva un' aria troppo domestica. Il viso però non concordava, non aveva nulla d' inglese: era rotondo ed olivastro, i capelli erano castani con una scriminatura, pulita, all' antica. Un viso dormiente, o comunque un viso che non parla, non esprime molto: può essere indifferentemente rozzo o delicato, intelligente o sciocco; lo puoi distinguere solo quando si anima nella parola. Visto così, si poteva solo dire che era giovanile ed arguto; il naso era corto e volto all' in su, la bocca larga ma ben modellata, gli zigomi e gli occhi di un taglio vagamente orientale. Poco dopo si addormentò anche Riccardo, e subito fu consapevole di essere un grande poeta, pio, colto ed inquieto; era reduce dall' incoronazione in Roma, dove aveva vinto il Premio Strega, ed era in viaggio verso la Valchiusa in un vagone speciale assurdamente suntuoso, dalla tappezzeria costellata d' api e di gigli di Francia. Il materasso su cui riposava, però, frusciava fastidiosamente, perché era pieno di foglie secche di lauro, e di fronde di lauro era piena anche la sua valigia. Ciononostante, la ragazza lì di fronte, che, pur non assomigliandole affatto, coincideva ampiamente con Laura, non si curava né dei suoi trionfi né di lui, anzi, pareva che neppure si accorgesse della sua presenza. Lui si sentiva in qualche modo obbligato a rivolgerle la parola, o almeno a tenderle la mano, ma era impedito da un singolare impaccio. Era un impaccio materiale, quasi comico: insomma, per dirla chiara si sentiva incollato a quel materasso, incollato tutto, dalla testa ai piedi, come una mosca sulla carta moschicida. Stando così le cose, neppure lo desiderava veramente, di parlarle. Di tutti i versi splendidi che a suo tempo aveva scritti per lei, non gliene veniva in mente neanche uno, e d' altronde non era neppure del tutto malcontento di essere incollato, perché quella ragazza era moglie di un cavaliere dal nome sinistro (questo nome tuttavia non riusciva a ricordarlo), famoso per la sua gelosia e la sua crudeltà. C' erano poi altri motivi per sentirsi appiccicati alla cuccetta: in competizione con la giovane straniera esisteva intorno a lui un' altra giovane donna di identità ambigua ; di natura, anzi, decisamente duplice, dal momento che viveva a Torino in via Gioberti nel 1966 e simultaneamente da qualche parte in Provenza nel 1366. Su incongruenze di questo genere lui avrebbe potuto benissimo passarci sopra, ma quella era un tipo che non ammetteva compromessi, e non avrebbe accettato concorrenti, neppure nel 1366. Che fare? Riccardo la ricacciò nel subcosciente: per il momento stava meglio lì. Provava poi anche un disagio più profondo e più serio. Era lecito, era decente per un buon cristiano, inventarsi una donna distillandola dai propri sogni allo scopo di amarne l' immagine per tutta una vita, e adoperare questo amore allo scopo di diventare un poeta famoso, e diventare un poeta allo scopo di non morire del tutto, e insieme frequentare quell' altra di via Gioberti? Non era un' ipocrisia? Già si sentiva pesare addosso la cappa degli ipocriti, dorata fuori, plumbea dentro, quando il treno rallentò e si arrestò in una stazione. Una voce femminile-meccanica, ma sicuramente toscana, annunciò nelle tenebre che quella era la Stazione di Pisa, Stazione di Pisa, e che per Firenze e Volterra si cambiava. Riccardo si svegliò; la ragazza (totalmente ridimensionata) anche: si stirò, sbadigliò con garbo, abbozzò un sorriso timido, e disse: _ Pisa. Vituperio de le genti _. Aveva proprio un forte accento inglese. Riccardo, ancora confuso dal sonno e dal sogno, boccheggiò per un istante, e poi replicò correttamente: _ ... del bel paese là dove il sì suona, _ ma non gli riuscì di rammentare il verso successivo. Era rimasto sbalordito dalla ouverture della ragazza: tuttavia si ripromise di mostrarle la Capraia e la Gorgona, non appena il treno si fosse mosso, e se la luna fosse uscita di tra le nuvole. Ma la luna non uscì, e lui si dovette accontentare della spiegazione teorica: di come cioè le due innocue isolette, viste da Pisa in prospettiva, potessero in effetti fare venire in mente, ad un poeta un po' arrabbiato, l' immagine barocca e truce della diga sulla foce dell' Arno, così che a Pisa si annieghi ogni persona. Secondo ogni apparenza se ne accontentò anche la ragazza, che sembrava abbastanza al corrente della faccenda del conte Ugolino, ma cascava dal sonno. Sbadigliò ancora, guardò l' orologio (lo guardò anche Riccardo: era l' una e quaranta), chiese pro forma: _ Si può distendere le membra? _ e senza attendere la risposta si tolse le scarpe e si sdraiò sul sedile occupando tutti i tre posti. Non portava calze; i piedi erano solidi ma graziosi e freschi, quasi infantili. Riccardo stentò a riprendere sonno. "... dove le belle membra pose colei che sola a me par donna": nessun italiano dirà mai "membra", è una di quelle parole che si possono scrivere ma non pronunciare, per via di un nostro misterioso tabù nazionale. Ce ne sono tante: chi, parlando, direbbe mai "poiché" o "alcuni" o "ascoltare"? Nessuno: lui, per esempio, si sarebbe fatto scuoiare prima, come del resto qualsiasi piemontese o lombardo si farebbe scuoiare vivo prima di usare un passato remoto. Su cinque parole che il lessico riporta, una almeno è ineffabile, come le brutte parole. All' alba, poco oltre Roma, la ragazza si svegliò, anzi, si ridestò. Riccardo le offerte una sigaretta, e lei accese per sé e per lui. Attaccare discorso non fu difficile: in pochi minuti Riccardo apprese l' essenziale. Che lei studiava letteratura moderna; che era in Italia per la prima volta, e con pochi quattrini, ma che una zia sposata ad un italiano l' aspettava a Salerno. La pronuncia italiana l' aveva studiata sui dischi, e tutto il resto sui trecentisti, in specie proprio sul Canzoniere del Petrarca, che era l' argomento della sua tesi. Riccardo si accingeva a raccontare le tristezze e le lotte, le amarezze e le vittorie della sua vita, il suo scoramento ricorrente, e insieme la sua sicurezza profonda che sarebbe diventato un giorno uno scrittore celebre e stimato, e la noia sfibrante del suo lavoro quotidiano (ma non le avrebbe detto che lavorava in un' agenzia pubblicitaria: quello no), però la ragazza non lo lasciò neppure incominciare. Finita la sigaretta, tirò fuori un piccolo specchio, fece una smorfia disinvolta e divertita, disse: _ Faccio proprio paura! _ ed uscì dallo scompartimento: annunciò che andava a pettinarsi e a lavarsi le sembianze. Riccardo, rimasto solo, incominciò a far calcoli. Poteva proseguire anche lui fino a Salerno: avrebbe potuto farle da guida, i luoghi li conosceva bene, quattrini ne aveva; ma c' erano le bozze da consegnare a Napoli e il bozzetto che il cliente doveva approvare. Oppure poteva proporre alla ragazza di scendere a Napoli anche lei: a Napoli il fattore campo sarebbe stato favorevole a lui, del Petrarca non si ricordava più molto (lo rimpianse sinceramente, per la prima volta in vita sua: e poi dicono che la cultura classica non serve!), ma insomma sperava che sarebbe riuscito ad essere più divertente della zia di Salerno. Oppure lasciarla andare a Salerno, e proporle un appuntamento a Napoli per il giorno dopo: sarebbe ritornato a Torino con un giorno (o magari due: perché no?) di ritardo, ma un pretesto l' avrebbe trovato. Uno sciopero: scioperi ce n' è sempre. Ma frattanto la ragazza era rientrata nello scompartimento, e subito dopo il treno cominciò a frenare. Riccardo non era un uomo dalle decisioni rapide e facili: si alzò e tolse la valigia dalla reticella, l' aprì e ne ricompose il contenuto, ma intanto, consapevole dello sguardo curioso della ragazza, andava almanaccando febbrilmente una formula di commiato che non lo impegnasse troppo, e insieme non apparisse definitiva. Quando il treno fu fermo nella stazione di Napoli, si voltò, e si trovò davanti lo sguardo della ragazza. Era uno sguardo fermo e gentile, ma con una connotazione d' attesa: sembrava che lei gli leggesse dentro in chiaro, come in un libro. Riccardo le chiese: _ Perché non scende a Napoli con me? _ La ragazza fece di no con il capo. Lo guardava fisso, sorrideva, ed anche lei aveva l' aria di almanaccare, di andare inseguendo una risposta che non si lasciava acchiappare. Si rosicchiava un dito, in atteggiamento infantile; poi, agitandolo solennemente, scandì: _ Quanto piacce al mondo è breve sogno. _ Si pronuncia "sogno", _ disse Riccardo, e si avviò nel corridoio per discendere dal vagone.
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