Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Fine settimana
Nel luglio 1942, Silvio ed io facevamo un gran parlare del Disgrazia. Per chi, come noi, viveva e lavorava in città, il parlare di montagna, il fare minuziosi programmi, il consultare guide e carte, era un surrogato tollerabile, oltre che poco faticoso e costoso: era insomma una forma di voyeurismo che ritenevamo consentita, date le circostanze. Il fatto che su mezzo pianeta imperversasse una guerra spietata, che su Milano piovessero i bombardamenti, e che le catene delle leggi razziali si stessero stringendo intorno a noi, ci preoccupava senza angosciarci, e non ci impediva di trarre profitto dei nostri venticinque anni. La montagna ci permetteva di trovare gratificazioni che compensassero le molte che ci erano vietate, e di sentirci uguali ai nostri coetanei di sangue meno biasimevole. Venne un sabato pieno di sole: prendemmo il laborioso accelerato di Colico, gremito di sfollati che guardavano malevoli i nostri sacchi da montagna, e ci imbarcammo poi sulla corriera che da Sondrio ci doveva portare a Chiesa in Val Malenco. La corda l' avevamo, le piccozze anche; quanto ai ramponi, per scarsità di quattrini ne avevamo un paio solo, destinato al capocordata. Era rimasto vago se, quella volta, il prestigio e la responsabilità relative sarebbero toccate a Silvio o a me: avremmo deciso sul posto. Sul posto, ma non quella volta, decidemmo poi salomonicamente di calzare un rampone ciascuno, perché occorreva fare una lunga traversata di ghiacciaio a mezza costa. Per quanto eretica, è una soluzione che presenta vantaggi pratici: ma questa è un' altra storia. Quando scendemmo a Chiesa era già quasi notte. Entrammo nel più modesto fra gli alberghi del luogo, consegnammo i documenti e cenammo. Verso le dieci ci ritirammo in camera e ci disponemmo ad andare a letto, poiché ci aspettava una levataccia, ma sentimmo bussare nervosamente alla porta. Era la cameriera, o forse la figlia dei padroni: una ragazza magra ed olivastra, dall' aria zingara, che ci bisbigliò atterrita: _ Ci sono i carabinieri che vi aspettano di sotto. Scendemmo, più incuriositi che allarmati. Nel vestibolo c' era un maresciallo, ed a prima vista ci sembrò che fosse ubriaco: più precisamente, uno di coloro di cui si suole dire che hanno il vino allegro. Aveva in mano un fascicolo e parlava animatamente con l' albergatore. Ci salutò con cortesia, ci indirizzò un sorriso luminoso, e ci disse che eravamo in contravvenzione: ci accorgemmo allora che ubriaco non era, voglio dire non di vino, bensì dell' "esercizio delle sue funzioni"; come è noto, è questo un agente che esalta ed intossica almeno quanto l' alcool. Il fascicolo che aveva in mano era un numero della "Gazzetta Ufficiale" datato di qualche mese prima; ce lo mostrò con entusiasmo professionale, anzi, con toni di gratitudine che ci stupirono, e che comprendemmo solo al procedere del suo discorso: grazie a noi, grazie alle nostre carte d' identità munite della stampigliatura "di razza ebraica" che l' albergatore gli aveva trasmesse, gli era concessa la gioia insolita di tradurre in atto una rara e preziosa disposizione della nominata Gazzetta; un piacere da buongustai. Ecco qui, ai cittadini italiani di razza ebraica non è consentito soggiornare in località di frontiera; e Chiesa, sissignori, è località di frontiera, il confine svizzero è infatti a meno di dieci chilometri. Pochissimo meno di dieci, siamo d' accordo: nove chilometri e novecento metri in linea d' aria, dal Municipio al saliente più vicino, lo aveva controllato lui stesso sulle carte al 25000 dell' Istituto Geografico Militare; comunque meno di dieci. Non era dunque uno zelante funzionario? Pareva che si aspettasse un encomio anche da noi, e si mostrò deluso quando ci lesse in viso piuttosto la contrarietà che l' ammirazione. Il suo sguardo si offuscò, e perfino il suo viso, fino allora lucido di sudore, parve appannarsi lievemente, come uno specchio al di sotto del punto di rugiada. Ci assicurò che contro di noi non aveva alcun risentimento personale, ma che la legge, dura ma legge, non consentiva scappatoie. A Chiesa non potevamo pernottare, era inutile che insistessimo (in realtà, noi non avevamo insistito per nulla), dovevamo tornare indietro; e qui il discorso si fece più complicato. Silvio disse: _ Indietro dove? A quest' ora corriere non ce n' è più. Potremmo scendere a piedi fino a Torre, che è fuori dei dieci chilometri. Il maresciallo meditò, e poi disse: _ Ma chi mi assicura che voi prendereste la strada verso valle? Io uomini per scortarvi non ne ho, e nel buio dell' oscuramento nessuno vi vede. Come facciamo? Io dissi che anche noi avevamo il massimo rispetto per la legge, ma che l' autorità era rappresentata da lui: a lui, e non a noi, spettava decidere il da farsi. Oltre a tutto, il testo noi non lo conoscevamo neppure. A mano a mano che la vicenda si faceva fastidiosa per il maresciallo, diventava divertente per noi; lui trovava irritante e strano che noi, invece di collaborare, andassimo in cerca di cavilli. Ci chiese quali erano le nostre intenzioni per il giorno seguente, e noi, guardandoci bene di parlare del Disgrazia, dichiarammo che eravamo venuti a Chiesa per prendere aria buona; il maresciallo ci pensò su e disse che l' unica soluzione era di portarci in camera di sicurezza, ma l' albergatore intervenne a nostra difesa: eravamo suoi clienti, razza o non razza, e si vedeva subito che eravamo gente per bene, tant' è vero che avevamo pagato il pernottamento in anticipo. Qui Silvio gli fece gli occhiacci: che non gli scappasse detto che lo avevamo fatto perché intendevamo partire l' indomani molto presto per la montagna. L' albergatore era intelligente, e lasciò cadere il discorso; sollevò invece un' altra obiezione, in camera di sicurezza ci stava già un contrabbandiere, tutto il paese lo sapeva, e sul tavolaccio c' era solo posto per due: sarebbe stato disumano. Il maresciallo fece una proposta conciliante: se fossimo rimasti consegnati in albergo? Se l' albergatore si fosse dichiarato disposto a prendere i provvedimenti opportuni affinché noi non evadessimo, la legge sarebbe stata salva, e in fondo anche noi avremmo raggiunto il nostro scopo di respirare aria buona, anche se solo dalla finestra. Silvio obiettò che la consegna in albergo equivaleva ad una reclusione, e che perciò i carabinieri avrebbero dovuto rimborsarci il prezzo del pernottamento; e che anzi rimaneva da discutere se non era a loro carico anche la cena, perché l' avevamo consumata quando l' illecito era già stato commesso, e se non era stato scoperto prima era colpa loro e non nostra. Il maresciallo non si divertiva più: disse che forse, in parte, sotto certi aspetti, potevamo anche avere ragione, ma che del rimborso se ne sarebbe parlato di lì a qualche mese, bisognava fare rapporto alla Tenenza, o magari anche (il caso era nuovo) alla Divisione a Milano, aspettare il mandato eccetera. L' albergatore andò alla cassa, frugò e ci rese i quattrini: disse che così era più semplice e più decoroso. Il maresciallo disse che per lui andava bene; dovevamo perdonarlo, avrebbe mandato uno dei suoi uomini a verificare che noi salissimo effettivamente sulla prima corriera del giorno dopo, quella delle undici, e tutti andammo a letto. Noi due ci svegliammo al mattino dopo freschi e riposati, ed inoltre rallegrati per il fatto di aver dormito a spese dello Stato. Di questa nostra avventura in Val Malenco non restano che due fotografie documentarie. In una si vede Silvio in pigiama, seduto sul davanzale della finestra, sullo sfondo di inutili cime dentate e dell' orologio del campanile che segna le dieci e mezza ; nell' altra ci sono io che mi sto lavando una faccia molto assonnata: l' ora (la stessa) si può leggere sull' orologio a polso ostentato in direzione dell' obiettivo.
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