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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Sulla base della mia coscienza e sensibilità di verniciaio, proibirei la vendita di quelle fantastiche bombolette che spruzzano smalto alla nitrocellulosa e servono a ritoccare le carrozzerie danneggiate. Se servissero solo a questo scopo, pazienza; se servissero anche (come infatti almeno una volta sono servite) a dipingere di giallo un pubblico ufficiale protervo, pazienza ancora; sarà magari vilipendio, ma basta lavarsi con acetato di etile e tutto ritorna come prima. Ma non mi pare ammissibile che sia consentito il loro uso per scrivere sui muri. I nostri nonni dicevano che "la muraglia è la carta della canaglia", e forse questa è una generalizzazione troppo severa. Si possono immaginare, anzi, esistono senza dubbio, stati d' animo individuali o collettivi davanti a cui ogni giudizio sul lecito e l' illecito deve restare sospeso, ma questo vale, appunto, per condizioni estreme, tempestose, extra-ordinarie: allora tutte le regole vengono travolte, e non solo si scrive sui muri, ma si fanno le barricate. A molto maggior ragione, in questo clima passano inavvertiti il disagio e la fatica che il verniciare comporta. Prima dell' era delle bombolette, scrivere sui muri era un' impresa di un certo impegno. Andare per strada col secchiello della vernice, la pennellessa che sgocciola, e il solvente per lavare la pennellessa, è faticoso e scomodo, specie se di notte; richiede un' attrezzatura vistosa e ingombrante, che si presta male ad operazioni tendenzialmente clandestine ed intralcia le fughe; sporca le mani e gli abiti, il che, oltre a tutto, rende identificabili gli operatori; infine, richiede anche un minimo di abilità manuale, se non si vogliono mettere alla luce scritti e segni deformi, e quindi autolesivi. Insomma, è un' attività che non si intraprende senza una motivazione forte, come è giusto che sia: non è bene che si arrivi in cima al Cervino, o si scolpisca una statua, o si cucini una cena, senza una certa fatica. I frutti gratis non erano buoni, come è noto, neppure nel Paradiso Terrestre; nella nostra condizione terrestre attuale, che non è più paradisiaca, conducono ad un nocivo appiattimento dei valori e dei giudizi, e ad una proliferazione di manufatti che, se non proprio nociva, è almeno fastidiosa. Le arti e le scienze non vanno incoraggiate; anzi, scoraggiate, per limitare l' irruzione dei soi-disant e dei dilettanti poco dotati. Per accumulare le acque selvagge, ossia per accumulare energia e renderla sfruttabile, ci vogliono le dighe. Queste opinioni e considerazioni biliose mi sono venute in mente in un tardo pomeriggio d' estate, mentre scendevo a piedi una strada di collina: alla loro origine stava una palina stradale, con la croce di Sant' Andrea che annuncia un incrocio, in cui ai quattro bracci della croce erano stati aggiunti quattro baffi ortogonali di vernice verde scuro, trasformandola così in una svastica. Il segnale successivo aveva subito lo stesso ritocco; invece le paline orientate al contrario, e cioè visibili a chi sale, erano rimaste intatte. Era chiaro che il verniciatore abusivo veniva dall' alto. Continuando a scendere, ho trovato un paracarro con un' altra svastica, ed un muro su cui era dipinta la bipenne stilizzata di Ordine Nuovo, e scritto accanto "Cinesi, ancora pochi mesi". Poco oltre, sulla fiancata di una cappella, si leggeva "W le SS", con le due S irrigidite nella loro forma runica a seggiolina, quella prediletta e prescritta da Hitler e da Rosenberg, e di cui erano munite le linotypes e le macchine per scrivere del Terzo Reich. Ancora più avanti, e sempre con la stessa vernice verde scuro, stava scritto "A noi!" A questo punto vorrei chiarire il mio sentimento. Non solo le scritte fasciste, ma tutte le scritte sui muri mi rattristano, perché sono inutili e stupide, e la stupidità danneggia il consorzio umano. A parte le eccezioni rivoluzionarie di cui parlavo prima, sono ammissibili soltanto se opera di ragazzini, o di chi ha l' età mentale dei ragazzini: più in generale, di chi non sa antivedere l' effetto dei propri atti. Infatti, questo veicolo di propaganda così ingombrante e untidy non ha mai fatto mutare opinione a nessuno, neppure al lettore più sprovveduto, neppure sull' eccellenza di una squadra di calcio; o se sì, nel senso opposto alle intenzioni dello scrivente, come avviene per la pubblicità forzosa al cinematografo. Mi irritano anche più le scritte (ma sono rare) di chi pensa cose che anch' io penso, perché degradano idee che io ritengo serie. Insomma, le scritte sui muri mi spiacciono, specie se sono idiozie fasciste. Ho proseguito nel mio cammino, trovando ancora diverse svastiche tutte destrogire, cioè ottenute incrociando la n e la s iniziali di Nazionalsocialismo. Ora, chi disegna svastiche a caso è probabile che ne farà metà destro e metà levogire: il fatto che fossero tutte destre era dunque un segno, il sintomo di un minimo di preparazione storica o ideologica. Tanto peggio. Allo sbocco sulla Provinciale c' era ancora la scritta "W SAM", poi le tracce si perdevano, sia verso destra sia verso sinistra: forse qui il verniciatore aveva ripreso l' auto o la moto. Ho sbrigato al capoluogo le faccende che dovevo sbrigare ed ho risalito la stessa strada. Le scritte avevano ancora un leggero odore di solvente, dunque non potevano essere molto vecchie: al massimo due giorni. I punti più spessi erano ancora molli. Mentre salivo lentamente, cercavo di ricostruire sugli indizi la personalità del verniciatore, il che è sempre un mestiere pieno di fascino. Giovane, senza dubbio, per le ragioni dette prima. Alto, non tanto: le svastiche sulle paline erano state spruzzate di sotto in su, si vedeva dalle sbavature. Robusto, probabilmente sì: è noto che cosa i nazisti pensavano dei non-robusti, ed è da presumere che dai non-robusti (a meno di aberrazioni) lo stesso sentimento venga ricambiato. Intelligente no certo. Neppure esperto nella spruzzatura delle vernici, come si vedeva dalla scarsa uniformità dei tratti, e dalle colature e macchie in corrispondenza dei cambiamenti di direzione dei tratti stessi. Colto ed educato? difficile dirlo: errori di grafia non ce n' erano, la scrittura sembrava sciolta. Diciamo una terza media. Riassumendo, l' immagine (ampiamente arbitraria) che avevo ricavata era quella di uno studente sui 15 anni, muscoloso e tarchiato, "di buona famiglia", emotivamente instabile, introverso, tendente alla sopraffazione ed alla violenza. Quanto all' anamnesi famigliare, i dati erano scarsi: forse fascista anche il padre, perché fra le scritte verdi c' era anche un "A noi!", universale nel ventennio ma screditato fra le giovani generazioni; e questo padre doveva possedere un' auto verde-bruno, perché se uno si compra una bomboletta solo per scrivere sui muri è più facile che se la scelga rossa o nera. Era più plausibile l' ipotesi che il padre avesse comprato la bombola verde per ritoccare l' auto verde, e che poi l' avesse ceduta al figlio, o che il figlio se ne fosse appropriato. Rivoltando confusamente questi ragionamenti, come si fa camminando, ero arrivato sulla piazza di B.. Ho subito scartato l' idea di denunciare le svastiche ai carabinieri: sono abbastanza bravi ad acciuffare i ladri di galline, ma certe altre faccende, grosse o piccole, non destano i loro riflessi d' agguato, di caccia e di cattura. Invece, sono andato dal "casalinghi", l' unico negozio di B. che venda vernici: si capisce che la bombola poteva anche venire da molto lontano, ma perché non provare? La signora casalinghi è stata efficiente (lo è in tutte le sue cose, la conosco da un pezzo); senza visibili sforzi di memoria, mi ha risposto che sì, negli ultimi tempi aveva venduto una bomboletta sola, Verde Alfa 12004, venerdì scorso, al signor Fissore, alle dieci del mattino. Perfetto. A B. ci conosciamo tutti. Fissore è un assicuratore, buongustaio e bellimbusto, un po' fanfarone, scettico e credulone insieme, maldicente più per leggerezza che per malvagità; un tipo fuori del suo tempo, in ritardo di ottant' anni, e nei nostri anni infatti si muove a disagio, nega tutto, non vuole vedere le cose, si barrica nei week-end come i pionieri nei fortini. Non è uomo da svastiche. Per questo non avevo pensato a lui, né alla sua Giulia, che è proprio verde. Ma i suoi figli? I figli degli altri non mi interessano tanto. Mi interesserebbero se potessi entrare in contatto con loro, ma questo è impossibile. Sono amebe, nuvole; sono indescrivibili, ogni anno, ogni mese, mutano abiti, abitudini, linguaggio, viso; a maggior ragione le opinioni. A che scopo entrare in dimestichezza con Proteo? Lo loderai per la sua bianchezza, e te lo troverai davanti nero come la pece. Avrai pietà dei suoi dolori e ti strozzerà. Fissore ha un figlio e una figlia, ma questa era fuori questione: era in Scozia da un mese. Il figlio si chiama Piero, e corrisponde male all' immagine tentativa che mi stavo fabbricando, se non per il fatto di avere quindici anni. È magro, timido, miope, e non mi risulta che si occupi di politica: lo posso dire perché l' estate scorsa gli ho dato qualche lezione di algebra e geometria, e chi ha provato sa che le lezioni private sono mirabili strumenti di indagine, sensibili come sismografi. Non è neppure un introverso tipico, perché parla parecchio: è piuttosto un lamentoso, uno di quelli che tendono a vedere il mondo come una vasta rete di cospirazioni al loro danno, e se stessi al centro del mondo, esposti a tutti i soprusi. Da questa tendenza, che è debilitante, è difficile guarire, perché i soprusi esistono. Io penso che a questi perseguitati sia bene insegnare che ai soprusi non sono esposti loro soli, e soprattutto che lamentarsi non serve; occorre difendersi, individualmente o collettivamente, con tenacia e intelligenza, e anche con ottimismo. Senza ottimismo le battaglie si perdono, anche contro i mulini a vento. Ho incontrato Piero pochi giorni dopo: per caso, perché non mi era sembrato che valesse la spesa di pedinarlo, o di stare fuori del suo cancello in agguato come un leopardo. Gli ho chiesto come era andato con la scuola: primo errore. Male, era andato: aveva storia a ottobre, e anche matematica; me lo ha detto con aria di rimprovero, come se fosse stata colpa mia: non in quanto ex precettore, ma in quanto altro, in quanto non-Piero, e quindi membro della congiura ai suoi danni. Ne ho ricavato una vaga sofferenza, costituita da uno strato superficiale di dispetto, e da uno più profondo che mi sembrava rimorso, un rimorso impreciso, senza indirizzo, da analizzare poi: la sua evidente infelicità, e il gesto di cui lo sospettavo, potevano proprio essere colpa mia. Dare lezioni di geometria a un adolescente non è solo uno strumento di diagnosi, è anche, o può essere, una terapia drastica: può essere la prima rivelazione, in una carriera scolastica, della severa potenza della ragione, del coraggio intellettuale che respinge i miti, e della salutare emozione di ravvisare nella propria mente uno specchio dell' universo. Può essere un antidoto contro la retorica, l' approssimazione, l' accidia; può essere, per il giovane, una verifica allegra della sua muscolatura mentale, o l' occasione per svilupparla. Forse, di questa terapia avevo fatto uso scarso, o nullo, o inadatto a lui. L' ho guardato bene, da vicino. È piuttosto ossuto che magro, gli occhi dietro gli occhiali sono incerti, malfermi, come esitanti sull' oggetto su cui puntarsi. Non sapevo da dove incominciare per la mia indagine; alla fine, pensando che la via diretta era la migliore, gli ho chiesto se aveva visto le scritte verdi giù sulla strada. _ Le ho fatte io, _ mi ha risposto con semplicità. _ Ne ho abbastanza, è ora di finirla. _ Abbastanza di cosa? _ Di tutto. Della scuola. Di avere quindici anni. Di questo paese. Della matematica: a cosa vuole che mi serva? Tanto io farò l' avvocato; anzi, il magistrato. _ Perché il magistrato? _ Per ... così, per fare giustizia. Perché la gente paghi; ognuno paghi i suoi conti. Ci eravamo seduti su un muretto e Piero giocherellava con una mano nella tasca dei calzoni, che era stranamente gonfia. A poco a poco, macchinalmente, ne ha cavato una pallina da ping-pong, poi una caramella, una fotografia appallottolata, due sigarette contorte, un distintivo rosso e nero che non sono riuscito a identificare, una pinza per biancheria, un fazzoletto con due nodi, un pettinino fermacapelli. In silenzio, ha disposto tutto sul muretto, fra me e lui: fingeva di essere distratto, ma ho capito che si trattava di una scena, di una recitazione indirizzata a me. Infine ha detto: _ Anche lei mi ha piantato _; ha preso il pettine e con uno scatto iroso lo ha buttato nel rio che scorreva profondo, ai piedi del muretto, fra erbacce e imballaggi sfondati. Non mi è sembrato opportuno spingere più oltre l' indagine. Piero guardava nel vuoto rosicchiandosi le unghie: poi ha lasciato cadere nel rio, ad uno ad uno, anche gli altri simboli, per me indecifrabili, ad eccezione del fazzoletto, che ha rimesso in tasca. Io pensavo che, per quanto dipendeva da lui, i cinesi avrebbero potuto sopravvivere a lungo. Pensavo anche alla essenziale ambiguità dei messaggi che ognuno di noi si lascia dietro, dalla nascita alla morte, ed alla nostra incapacità profonda di ricostruire una persona attraverso di essi, l' uomo che vive a partire dall' uomo che scrive: chiunque scriva, anche se solo sui muri, scrive in un codice che è solo suo, e che gli altri non conoscono; anche chi parla. Trasmettere in chiaro, esprimere, esprimersi e rendersi espliciti, è di pochi: alcuni potrebbero e non vogliono, altri vorrebbero e non sanno, la maggior parte né vogliono né sanno. Ma pensavo anche alla misconosciuta forza dei deboli, dei disadatti: nel nostro mondo instabile, un fallimento, anche un risibile fallimento come quello di Piero quindicenne rimandato a ottobre e piantato dalla ragazza, ne può provocare altri, a catena; una frustrazione, altre frustrazioni. Pensavo a quanto è sgradevole aiutare gli uomini sgradevoli, che sono i più bisognosi d' aiuto; e pensavo infine alle migliaia di altre scritte sui muri italiani, dilavate dalle piogge e dai soli di quarant' anni, spesso sforacchiate dalla guerra che avevano contribuito a scatenare, eppure ancora leggibili, grazie alla viziosa pervicacia delle vernici e dei cadaveri, che si corrompono in breve, ma le cui spoglie ultime durano macabre in eterno: scritte tragicamente ironiche, eppure forse ancora capaci di suscitare errori dal loro errore, e naufragi dal loro naufragio.

Lilit 1981