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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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La ragazza del libro

Umberto non era più tanto giovane. Aveva qualche guaio ai polmoni, e la Mutua lo aveva mandato in riviera per un mese. Era il mese di ottobre, ed Umberto detestava la riviera, le mezze stagioni, la solitudine, e soprattutto la malattia; perciò era di pessimo umore, e gli pareva che non sarebbe mai guarito, che anzi la sua malattia si sarebbe aggravata, e che lui sarebbe morto lì, in mutua, in mezzo a gente che non conosceva; morto di umidità, di noia e di aria marina. Ma era un uomo d' ordine, che stava dove lo mettevano; se lo avevano mandato in riviera, era segno che doveva starci. Ogni tanto prendeva il treno e tornava in città per passare la notte con Eva, ma poi se ne ripartiva al mattino tutto triste, perché gli sembrava che Eva stesse abbastanza bene anche senza di lui. Quando uno è abituato a lavorare, gli fa pena perdere tempo, e per non perderne troppo, o per non avere l' impressione di perderne, Umberto faceva lunghe passeggiate sui lungomare e per le colline dell' interno. Fare una passeggiata non è come fare un viaggio; in un viaggio fai grandi scoperte, in una passeggiata ne fai magari molte, ma piccole. Granchiolini verdi che, anche loro, vanno a spasso sugli scogli, e non è vero che camminino all' indietro, ma piuttosto di fianco, in una maniera buffa: simpatici, ma Umberto si sarebbe fatto tagliare un dito piuttosto che toccarne uno. Norie abbandonate, ma avevano ancora intorno la pista circolare dove aveva camminato l' asino, chissà quanti anni prima e per quanti anni. Due osterie straordinarie, dove si trovava vino e pasta di casa che a Milano neanche te li sogni. Ma la scoperta più curiosa era stata la Bomboniera. La Bomboniera era una villa minuscola, candida, quadrata, di due piani, appollaiata su un rilievo. Non aveva facciata, ossia ne aveva quattro, identiche fra loro, ognuna con una porta di legno lucido e con intricati stucchi e decorazioni in stile Liberty. I quattro spigoli finivano in alto in quattro graziose torrette che avevano la forma di corolle di tulipano, ma di fatto erano gabinetti; lo dimostravano i quattro tubi di grès, malamente incassati nella muratura, che scendevano fino al suolo. Le finestre della villa erano sempre chiuse da persiane dipinte in nero, e la targa sul cancelletto portava un nome impossibile: Harmonika Grinkiavicius. Anche la targa era strana, il nome esotico era circondato da una tripla cornice ellittica, su cui, dall' esterno verso l' interno, si susseguivano i colori giallo, verde e rosso. Era questa l' unica nota colorata sull' intonaco bianco della villa. Quasi senza accorgersene, Umberto prese l' abitudine di passare tutti i giorni davanti alla Bomboniera. Non era disabitata: raramente visibile, ci abitava una signora anziana, linda e smilza, dai capelli candidi come la villa e dal viso un po' troppo rosso. La signora Grinkiavicius usciva una sola volta al giorno, sempre alla stessa ora, con qualunque tempo, ma per pochi minuti; portava abiti di buon taglio ma fuori moda, un ombrellino, un cappello di paglia a larga tesa, e un nastro di velluto nero che le cingeva la gola sotto il mento. Camminava a piccoli passi decisi, come se avesse fretta di raggiungere una meta, ma invece percorreva il solito itinerario, rientrava e subito si richiudeva la porta alle spalle. Alle finestre non si affacciava mai. Dai bottegai non ricavò molte notizie. Sì, la signora era una straniera, vedova da almeno trent' anni, istruita, ricca. Faceva molta beneficenza. Sorrideva a tutti ma non parlava con nessuno. Andava a messa la domenica mattina. Non era stata mai dal medico e neppure dal farmacista. La villa, l' aveva comperata il marito, ma di lui nessuno si ricordava più, forse non era neppure un vero marito. Umberto era incuriosito, e inoltre soffriva di solitudine; un giorno si fece animo e fermò la signora col pretesto di chiederle dov' era un certo vicolo: la signora rispose brevemente, con precisione e in buon italiano. Dopo di allora Umberto non seppe immaginare altri artifici per varare una conversazione; si limitò a manovrare in modo da incrociarla nel suo giro mattutino, la salutava, e lei gli rispondeva sorridendo. Umberto guarì e ritornò a Milano. A Umberto piaceva leggere. Si imbatté in un libro che lo divertiva: erano le memorie di un soldato inglese che aveva combattuto contro gli italiani in Cirenaica, era stato fatto prigioniero e internato presso Pavia, ma poi era evaso e aveva raggiunto i partigiani. Non era stato un grande partigiano; gli piacevano di più le ragazze che le armi, descriveva diversi suoi amori effimeri ed allegri, ed uno più lungo e tempestoso con una profuga lituana. Su questo episodio il racconto dell' inglese passava dal passo al trotto e poi al galoppo: sul fondo teso e buio dell' occupazione tedesca e dei bombardamenti alleati, si delineavano pazze fughe a due in bicicletta per le strade oscurate, in barba alle ronde e al coprifuoco, e temerarie avventure nel sottobosco del contrabbando e della borsa nera. Della lituana emergeva un ritratto memorabile; instancabile e indistruttibile, brava a sparare quando occorreva, portentosamente vitale: una Diana-Minerva innestata sul corpo opulento (e diffusamente descritto dall' inglese) di una Giunone. I due indemoniati si perdevano e si ritrovavano per le valli dell' Appennino, impazienti di ogni disciplina, oggi partigiani, domani disertori, poi partigiani di nuovo; consumavano cene vertiginose in bivacchi e caverne, ed a queste facevano seguito notti eroiche. La lituana veniva rappresentata come un' amante senza eguali, impetuosa e raffinata, mai distratta: poliglotta e polivalente, sapeva amare nella sua lingua, in italiano, in inglese, in russo, in tedesco, ed in almeno altre due lingue su cui l' autore sorvolava. Questi amori torrentizi si dipanavano per trenta pagine prima che l' inglese si preoccupasse di svelare il nome della sua amazzone: se ne ricordava alla trentunesima, e il nome era Harmonika. Umberto sobbalzò e chiuse il libro. La coincidenza del nome poteva essere casuale, ma gli ritornava sullo schermo della memoria quel cognome curioso e l' ellissi colorata che lo circondava; quei colori dovevano pure avere un senso. Cercò invano per casa una documentazione, la sera dopo andò in biblioteca, e trovò quanto desiderava sapere: la bandiera dell' effimera repubblica lituana, fra le due guerre mondiali, era gialla verde e rossa. Non soltanto: alla voce "Lituania" dell' enciclopedia gli cadde l' occhio su Basanavicius, fondatore del primo giornale in lingua lituana, su Slezavicius, Primo Ministro negli anni venti, su Stanevicius poeta settecentesco (dove non si trova un poeta settecentesco!) e su Neveravicius romanziere. Possibile? Possibile che la taciturna benefattrice e la baccante fossero la stessa persona? Da allora in poi Umberto non fece che pensare a un pretesto per tornare in riviera, fino ad augurarsi una leggera ricaduta della sua pleurite; non ne trovò alcuno plausibile, ma raccontò una fandonia a Eva, e un sabato partì lo stesso, portandosi dietro il libro. Si sentiva ilare e intento come un bracco sulla pista della volpe; marciò dalla stazione alla Bomboniera con passo militare, suonò il campanello senza esitazioni, ed entrò subito in argomento, con una mezza bugia fabbricata all' istante. Lui abitava a Milano ma era della Val Tidone: aveva sentito dire che la signora conosceva bene quei paraggi, aveva nostalgia, gli sarebbe piaciuto parlarne con lei. La signora Grinkiavicius ci guadagnava ad essere vista da vicino ; la fronte era rugosa ma fresca e ben modellata, e dagli occhi traspariva una luce ridente. Sì, ci era stata, molti anni prima; ma lui, da dove aveva saputo quelle notizie? Umberto contrattaccò: _ Lei è lituana, vero? _ Ci sono nata; è un paese infelice. Ma ho studiato altrove, in diversi altri luoghi. _ Così parla molte lingue? La signora era ormai visibilmente sulla difensiva, e si impuntò: _ Le ho fatto una domanda, e lei mi risponde con altre domande. Voglio sapere da dove lei ha saputo questi fatti miei: mi pare lecito, non le sembra? _ Da questo libro, _ rispose Umberto. _ Me lo dia! Umberto tentò una parata e una ritirata, ma con scarsa convinzione; si era reso conto in quel momento che lo scopo vero del suo ritorno in riviera era stato proprio quello: vedere Harmonika in atto di leggere le avventure di Harmonika. La signora si impadronì facilmente del volume, sedette vicino alla finestra e si immerse nella lettura: Umberto, sebbene non invitato, sedette anche lui. Sul viso di Harmonika, ancora giovanile ma rosso per le molte venuzze dilatate, si vedevano passare i moti dell' animo come le ombre delle nuvole su una pianura spazzata dal vento: rimpianto, divertimento, stizza, ed altri meno decifrabili. Lesse per una mezz' ora, poi gli tese il libro senza parlare. _ Sono cose vere? _ chiese Umberto. La signora tacque talmente a lungo che Umberto temette si fosse offesa; ma poi sorrise e rispose: _ Mi guardi. Sono passati più di trent' anni, e io sono un' altra. Anche la memoria è un' altra; non è vero che i ricordi stiano fermi nella memoria, congelati: anche loro vanno alla deriva, come il corpo. Sì, ricordo una stagione in cui io ero diversa. Mi piacerebbe essere la ragazza del libro: mi accontenterei anche solo di esserlo stata, ma non lo sono mai stata. Non ero io a trascinare l' inglese; io ricordo me stessa molle nelle sue mani, come argilla. I miei amori ... sono questi che le interessano, vero? Ecco, stanno bene dove sono: nella mia memoria, scoloriti e secchi, con un' ombra di profumo, come fiori in un erbario. Nella sua sono diventati lucidi e chiassosi come giocattoli di plastica. Non so quali siano i più belli. Scelga lei: via, si riprenda il suo libro e se ne torni a Milano.

Lilit 1981