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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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La valle di Guerrino

Risalire a piedi o in bicicletta una valle di montagna, una di quelle che abbiamo percorso frettolosamente dozzine di volte in automobile o con i mezzi pubblici, è un' impresa talmente remunerativa, e così poco costosa, da domandarsi perché siano così rari quelli che ci si risolvono. Di solito, si tende all' alta valle, agli alti luoghi del turismo: la valle bassa rimane sconosciuta, eppure proprio qui la natura e le opere dell' uomo portano più distinte e leggibili le impronte del passato. In una di queste valli il ricordo di Guerrino, a chi lo sappia rintracciare, è ancora ben vivo: Guerrino, l' eremita girovago, scomparso verso il 1916, nessuno mai seppe come. Solo i vecchi ormai si ricordano di lui, e sono ricordi sbiaditi, stinti, spesso ridotti ad un solo episodio o ad una sola citazione, come sono appunto le memorie che conservano gli anziani di chi era già anziano nella loro giovinezza. Ma le sue memorie materializzate, quelle che Guerrino disseminò con regale prodigalità per tutta quella valle, anche nelle sue diramazioni più appartate, e nelle due valli adiacenti, quelle sono nitide e perenni, accessibili a chiunque: voglio dire, a chiunque appunto sappia ancora viaggiare da pellegrino, ed abbia conservato l' antico talento di guardarsi intorno e di interrogare le cose e le persone con umiltà e pazienza. Del resto, il suo nome sopravvive in alcune similitudini di uso locale, destinate ad estinguersi presto, già ora stereotipe e mal comprese dai giovani: in quella valle c' è ancora chi dice "brutto come Guerrino", "povero come Guerrino", ed anche "fare a qualcuno il servizio di Guerrino" per indicare una rappresaglia macchinata ed elaborata; ma si dice anche "libero come Guerrino". Eppure, fra chi ancora parla così, pochi sanno che il libero e povero Guerrino è realmente esistito, e pochissimi conservano di lui un ricordo concreto. Della sua giovinezza nessuno sa più nulla, né da dove fosse piovuto in valle, perché piemontese era, ma non indigeno. È ricordato come un uomo tarchiato, dalle guance incavate e dalla mandibola prominente, dalla barba grigia incolta e arruffata, sporco, trasandato, ben piantato sulle gambe ercoline; indossava sempre, estate e inverno, una stessa casacca di taglio vagamente militare, e un paio di pantaloni di velluto nero, spelacchiati e lisi, mal sostenuti dalla cintura che egli teneva sotto la pancia obesa, e contribuiva a reggere anche quella. Come un filosofo cinico, portava con sé tutte le sue cose: esse consistevano nella sua attrezzatura professionale di pittore di madonne (barattoli di vernice e di tempera, pennelli, spatole, raschietti, cazzuole), in un lungo carrettino a due ruote che gli serviva per trasportare questa attrezzatura ed occasionalmente per dormirci, e in un cane da pagliaio ispido e selvaggio che rimorchiava il carrettino ed era perpetuamente incatenato ad esso. Nei trasferimenti, lui seguiva a piedi, con lo sguardo al cielo e alle montagne, perché era un uomo torvo e ipocondriaco, ma amante delle cose create. Il suo mestiere era di affrescare chiese, cappelle e cimiteri. All' occasione, faceva anche decorazioni profane e restaurava intonaci, opere murarie e tetti, ma accondiscendeva a queste attività solo se aveva fame o se gli accendevano la fantasia. Se non ne aveva né voglia né bisogno, stava all' osteria a bere in silenzio, o sulle rive a fumare la pipa. Nella valle i suoi dipinti non si contano. Non sono firmati, ma è facile distinguerli per i contorni pesanti, per il predominare dei toni caldi, rossi e violetti, e per una peculiare stilizzazione e simmetria delle sue figure. Aveva sangue di pittore: se avesse studiato, o almeno avuto occasione di vedere opere illustri d' altri tempi, il suo nome non sarebbe dimenticato. Comunque, non dovrebbe essere dimenticata almeno una delle sue opere, un Giudizio Universale dipinto sul frontone di una chiesetta sperduta fra i larici. È costruito con un equilibrio sapiente, con una rustica vigorosa precisione, ed è fitto di simboli macabri e strambi, al limite fra la pietà e l' ironia, che germogliano come gemme mostruose, frammiste ai corpi degli innumerevoli risorti, dal terreno bruciato e sconvolto: germogliano gigli e carciofi, piccoli scheletri gobbi, cannoni, falli, una gran mano dal pollice mozzo, una forca, un cavalluccio marino. Una delle anime che si aggirano alla ricerca affannata delle proprie spoglie è un fantasma diafano con gli occhi ciechi rivolti al cielo nero: sta indossando la sua pelle ritrovata col gesto domestico di chi infila una giacchetta. Questa pianura costellata di aneddoti buffoneschi o ribaldi è illuminata da una luce obliqua e livida, come un lampo pietrificato, e si perde verso un orizzonte d' uragano su cui troneggia la figura statuaria del Redentore. Il Redentore ha folti capelli e barba grigi, gli occhi sbarrati, e stringe in mano una spada che sembra piuttosto un coltello. È il suo autoritratto. Tutti i dipinti di Guerrino contengono almeno un ritratto, e molti ne contengono più d' uno. Sono rozzi ma pieni di espressione, alcuni quasi caricaturali. Si distaccano dagli altri visi, che invece sono di maniera, tutti simili, senz' anima, senza tensione creativa, e ognuno dei ritratti ha una sua storia. Come molti suoi confratelli più illustri, Guerrino ritraeva i suoi committenti. Se lo pagavano e lo trattavano bene, gli metteva l' aureola e li panneggiava da santi. Se lo pagavano poco, o facevano questione, o stavano a guardarlo mentre dipingeva e criticavano il suo lavoro, in un batter d' occhio li sbatteva sulle due croci dei ladroni, o nei panni dei fustigatori di Nostro Signore: ma erano loro, riconoscibili da lontano, solo con un' espressione più bestiale, o col naso da porco, o le orecchie d' asino. C' è, in una nicchia del cimitero, una sua Crocifissione in cui l' uomo che inchioda ha la testa di Re Umberto, ed il sacerdote che assiste impassibile ha, sotto la tiara il viso di Leone-XIII. C' è un altro suo dipinto di cui i vecchi valligiani vanno fieri. È una Natività, piuttosto dimessa e convenzionale, come se ne vedono a centinaia in tutta Italia, salvo che il bue ha fattezze quasi umane, anzi, è la caricatura feroce ed ingegnosa di una fisionomia che nella valle è tuttora abbastanza comune. Secondo la storia che si tramanda, è il ritratto del sindaco: era venuto a vedere, a lavoro finito; si era permesso di dire che i buoi non sono mica così, e non aveva neppure invitato Guerrino a bere, come è usanza. Guerrino non aveva risposto (pare che non aprisse bocca quasi mai), ma in piena notte, che era una notte di luna, si era levato scalzo, senza che neppure un cane abbaiasse, e in pochi minuti aveva dipinto la testa del sindaco al posto del muso del bue: però le corna le aveva lasciate. In effetti, i colori e le ombre di questa testa sono stridenti e maldestri: non doveva essere facile riconoscere i barattoli delle tinte al chiaro di luna. E il sindaco doveva essere un uomo di spirito, perché aveva lasciato le cose come stavano, e come stanno tuttora. Amava rappresentare se stesso sotto le spoglie di san Giuseppe: c' è addirittura una Sacra Famiglia, in alta valle, in cui il santo lavoratore, in luogo del martello o della sega, tiene nella destra una pennellessa, e nello sfondo scuro dell' officina si intravede una frattazza, cioè quella tavoletta di legno, con un manico su una faccia, che serve a lisciare gli intonaci. Altre volte, come ho già accennato, non aveva esitato a conferire i suoi tratti a Cristo medesimo: in una cappella votiva c' è un Cristo Deriso membruto e aggrondato, dalle spalle e dagli zigomi larghi, dagli occhi volpini sotto sopraccigli a cespuglio, dalla folta barba grigia. È ben piantato sul pavimento su due gambe solide come colonne, e guarda i suoi persecutori come se volesse dirgli: "questa me la pagherete". In verità, se la sua identificazione con Giuseppe è giustificata solo in piccola misura, quella con Cristo è offensiva. Guerrino doveva essere un tipo da prendere con le molle: secondo tutte le testimonianze raccolte, beveva, era rissoso, vendicativo, aveva il coltello facile, e gli piacevano le donne. Intendiamoci, quest' ultima qualità non è un difetto: le donne, o almeno alcune donne, sono piaciute a tutti i grandi di ogni tempo e paese, e un uomo a cui non piacciano le donne, o a cui del resto non piacciano gli uomini, è un infelice e tendenzialmente un individuo nocivo. Ma a Guerrino le donne piacevano solo in un certo modo, gli piacevano troppo e gli piacevano tutte, tanto che non c' è villaggio o frazione in cui non vengano indicati ai forestieri uno o più suoi figli presunti. Poi, tanto per dirla chiara, gli dovevano piacere particolarmente le bambine, ed anche questo si può leggere nelle sue pitture murali: le sue madonne (sono le sue creazioni migliori: dolcissime, ieratiche eppure vive, spesso accurate e nitide su fondi informi o non finiti, come se tutta la sua volontà e il suo estro si fossero concentrati sul loro viso) sono tutte diverse fra loro, ma tutte hanno tratti sorprendentemente infantili. Infatti, è fama che Guerrino condensasse in un ritratto ognuno dei suoi innumerevoli incontri, e che nessuna delle sue figure di donna sia di maniera: ognuna sarebbe un souvenir, forse una ricompensa gradita o magari sollecitata, un dono di maschio soddisfatto; o forse solo invece un item, un punto in più, una tacca nel suo calendario di fauno. Esplorando la valle, ho notato che si trovano sovente affreschi insignificanti, d' altro autore o di mano ignota, su cui una testa femminile è stata aggiunta o sovrapposta più tardi, spesso fuori posto o fuori tema: agli Inversini ne ho trovata una addirittura in una stalla, isolata in mezzo alla parete fiorita di salnitro. Forse era stato quello il luogo dell' incontro. In borgata Robatto, alla confluenza dei due torrenti, c' è una Madonna in trono col Bambino e Santi, sul fondo di un cielo azzurro che il tempo ha sbiadito sul verde. In questo cielo si affacciano quattro angioletti, secondo un modello risaputo e stanco: ma uno di questi reca un sensibile viso di fanciulla, dallo sguardo rivolto al suolo, e con le labbra sigillate in un sorriso ermetico evocatore di lontanissime immagini funerarie che Guerrino non poteva assolutamente conoscere. A terra, in primo piano, è inginocchiato di profilo un santo erculeo dalla barba grigia che tende una spiga verso il viso dell' angelo: santo ed angelo, corposi sul fondo manierato, portano il segno robusto della mano di Guerrino. Due di queste madonne bambine hanno il viso nero, come la Madonna di Oropa, di cui Guerrino può bene avere avuto notizia, e quella di Czestochowa: è questo, a quanto si dice, il rudimento di un mito remoto, etrusco prima che cristiano, in cui la Madre di Dio si confonde con Persefone, la dea degli Inferi, a significare il ciclo del seme, che ogni anno viene sepolto e muore per risorgere in frutto, e del Giusto che viene sacrificato per risorgere a nostra salvazione. Sotto l' effigie di una di queste vergini funeree Guerrino aveva scritto un motto sibillino, "Tout est et n' est rien". Non può che stupire il contrasto fra la gentilezza delle sue opere e la ruvidezza barbarica dei suoi modi. È fama che quegli incontri, da cui nascevano le sue immagini aeree, fossero poco meno che stupri, assalti panici nel fitto dei boschi o sugli alti pascoli, sotto lo sguardo attonito delle pecore, fra i latrati furiosi dei cani. Non era certo lui il solo: l' agguato alla pastorella è il motivo dominante della cultura popolare di queste valli, la pastorella vi compare come un oggetto sessuale per eccellenza, ed almeno metà delle canzoni che si cantano qui svolgono in diverse varianti il tema della bergera spiata, desiderata, conquistata, o della sua seduzione ad opera del ricco signore che viene dalla città, o del forestiero che l' abbaglia con la sua pompa esotica. Di Guerrino mi è stata raccontata una storia struggente. Si era innamorato, quando era già sulla quarantina, di una giovane molto bella: se n' era innamorato senza mai parlarle, né toccarla, né pure vederla da vicino, ma solo guardandola affacciata alla finestra. La finestra mi è stata mostrata, ed anche la donna: nel 1965 era una vecchina dai tratti minuti e dagli occhi chiari, rugosa e serena; portava con tranquilla dignità la canizie nobile delle donne che sono state bionde. Lei, dalla finestra, l' aveva costantemente rifiutato. Aveva passato l' intera vita a rifiutarlo, prima da ragazza, arrossendo e ridendo, poi da sposa, infine da vedova, e lui aveva trascorso la sua vita a ripeterle il suo invito senza speranza. Quando Guerrino passava per quella borgata, si fermava sotto la finestra e gridava: _ Madamina, son sempre qui _; lei, senza mai andare in collera, gli rispondeva: _ Andate, Guerrino, fate la vostra strada, _ e lui andava, taciturno e solo. Molti pensano che solo per quella donna, e per quel suo amore perenne, testardo e scontroso, Guerrino sia diventato Guerrino. Questa donna, la sua donna vera, Guerrino non l' ha dipinta mai. Come dicevo, il pittore di madonne è sparito verso la fine della prima guerra mondiale. Nessuno ricorda il suo cognome, ed anche il nome è incerto: Guerrino potrebbe essere uno stranome, come usa qui, perciò una ricerca d' archivio si prospetta come un' impresa disperata. Sulla sua fine non esiste che una traccia. Il vecchio Eliseo, già bracconiere, oggi guardacaccia, mi ha raccontato che verso il 1935, in una grotta, o piuttosto in una fenditura frequentata un tempo dai cercatori di quarzo, aveva trovato lo scheletro di un uomo e quello di un cane e su una delle pareti di roccia un disegno non finito, che a lui era parso rappresentasse un grande uccello dentro un nido infuocato. Non aveva denunciato nulla, perché a quel tempo aveva debiti con la giustizia. Ci sono ritornato sotto la sua guida, ma non ho trovato più niente.

Lilit 1981