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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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_ Ne ho abbastanza, _ mi ha detto. _ Cambio. Mi licenzio, mi trovo un lavoro qualunque, magari ai mercati generali a scaricare la roba. Oppure parto, me ne vado; se uno viaggia, spende meno che a stare a casa, e per strada qualche modo di guadagnare si trova sempre, ma in fabbrica non ci vado più. Gli ho detto che ci pensasse su, che non bisogna mai prendere decisioni a caldo, che un posto in fabbrica non è da buttare via, e che ad ogni modo era meglio se mi raccontava le cose da principio. Rinaldo è iscritto all' università, ma fa i turni in fabbrica: fare i turni è spiacevole, si cambia orario e ritmo di vita tutte le settimane, bisogna insomma abituarsi a non abituarsi. In generale, ci riescono meglio le persone di mezza età che i giovani. _ No, non è questione di turni: è che mi è partita una cottura. Otto tonnellate da gettare. Una cottura che parte, vuol dire che solidifica a metà strada: che da liquida diventa gelatinosa, o anche dura come il corno. È un fenomeno che viene descritto con nomi decorosi come gelazione o polimerizzazione precoce, ma è un evento traumatico, brutto da vedersi anche a parte i quattrini che fa perdere. Non dovrebbe succedere, ma qualche volta succede, anche se si sta attenti, e quando succede lascia il segno. Ho detto a Rinaldo che piangere sul latte versato è inutile, e subito mi sono pentito, non era quella la cosa giusta da dirgli; ma che dire alla persona per bene che ha sbagliato, che non sa ancora come, e che si porta la sua colpa sulla schiena come una gerla piena di piombo? L' unica è offrirgli un cognac e invitarlo a parlare. _ Non è per il capo, vedi, e neppure per il padrone. È per la faccenda in sé, e per come è andata. Era una cottura semplice, l' avevo già fatta almeno trenta volte, tanto che la prescrizione la sapevo a memoria e non la guardavo neanche più .... Anche a me sono partite diverse cotture nel corso della mia carriera, e così so abbastanza bene di cosa si tratta. Gli ho chiesto: _ Non sarà mica per questo, che è successo il guaio? Credevi di sapere tutto a memoria, e invece hai dimenticato qualche dettaglio, o sbagliato una temperatura, o hai messo dentro qualche cosa che non ci andava? _ No. Ho controllato poi, e tutto era regolare. Adesso c' è il laboratorio che ci sta lavorando sopra, per cercare di capire il perché; io sono l' imputato, insomma, ma mi piacerebbe che se ho fatto uno sproposito venisse fuori. Te lo giuro, mi piacerebbe: preferirei che mi dicessero "disgraziato, hai fatto questo e quest' altro e non dovevi", piuttosto che stare qui a farmi delle domande. Ed è poi fortuna che non è morto nessuno, nessuno si è fatto male, e non si è neppure storto l' albero del reattore. C' è solo il danno economico, e se avessi i soldi, parola, lo pagherei io volentieri. Dunque. Toccava a me il turno del mattino, ero montato alle sei, e tutto era in ordine. Prima di smontare, Morra mi ha lasciato le consegne. Morra è uno vecchiotto, che viene dalla gavetta; mi ha lasciato il buono di produzione con tutti i materiali spuntati alle ore giuste, le schede della bilancia automatica, insomma non c' era niente da dire: non è certo uno che ti faccia degli imbrogli, e poi non aveva motivo, dal momento che tutto andava bene. Incominciava appena a fare giorno, si vedevano le montagne che sembravano a due passi. Io ho dato un' occhiata al termografo, che marcava giusto; sulla curva c' era perfino una gobba alle quattro del mattino, segnava quindici gradi in più, è una gobba che viene fuori tutti i giorni, sempre alla stessa ora, e né l' ingegnere né l' elettricista hanno mai capito perché; via, come se avesse preso l' abitudine di dire tutti i giorni la sua bugia, e capita appunto come ai bugiardi, che dopo un poco nessuno ci fa più caso. Ho dato un' occhiata anche dentro la specola del reattore: non c' era fumo, non c' era schiuma, la cottura era bella trasparente e girava liscia come acqua. Non era acqua, era una resina sintetica, una di quelle che sono formulate per indurire, ma solo dopo, negli stampi. Insomma io me ne stavo tranquillo, non c' era motivo di preoccuparsi. C' era ancora da aspettare due ore prima di cominciare coi controlli, e ti confesso che io pensavo a tutt' altro. Pensavo ... beh sì, pensavo a quella confusione di atomi e di molecole che c' erano dentro a quel reattore, ogni molecola come se stesse lì con le mani tese, pronta ad acchiappare la mano della molecola che passava lì vicino per fare una catena. Mi venivano in mente quei bravi uomini che avevano indovinato gli atomi a buon senso, ragionando sul pieno e sul vuoto, duemila anni prima che venissimo noi col nostro armamentario a dargli ragione, e siccome quest' estate, al campeggio, la ragazza mi ha fatto leggere Lucrezio, mi è tornato anche in mente "Còrpora cònsta-bùnt ex pàrtibus ìnfi-nìtis", e quell' altro che diceva "tutto scorre". Ogni tanto guardavo dentro la specola, e mi sembrava proprio di vederle, tutte quelle molecole che andavano in giro come le api intorno all' alveare. Insomma tutto scorreva e io avevo tutte le ragioni di stare tranquillo; anche se non avevo dimenticato quello che ti insegnano quando ti affidano un reattore. E cioè, che tutto va bene finché una molecola si lega con un' altra molecola come se ognuna avesse solo due mani: più che una catena, un rosario di molecole, non si può formare, magari lungo, ma niente di più. Però bisogna sempre ricordarsi che, fra le tante, ci sono anche delle molecole che di mani ne hanno tre, e questo è il punto delicato. Anzi, ci si mettono apposta: la terza mano è quella che deve far presa dopo, quando vogliamo noi e non quando vogliono loro. Se le terze mani fanno presa troppo presto, ogni rosario si lega con due o tre altri rosari, e in definitiva si forma una molecola sola, una molecola-mostro grossa come tutto il reattore, e allora si sta freschi: addio al "tutto scorre", non c' è più niente che scorre, tutto si blocca e non c' è più niente da fare. Lo stavo osservando, mentre raccontava, ed evitavo di interromperlo, benché mi stesse dicendo cose che so. Raccontare gli faceva bene: aveva gli occhi lustri, forse anche per effetto del cognac, ma si stava calmando. Raccontare è una medicina sicura. _ Bene: come ti stavo dicendo, io davo uno sguardo ogni tanto alla cottura, e pensavo alle cose che ti ho detto, e anche ad altre che non c' entrano. I motori ronzavano tranquilli, la camma del programmatore girava piano piano, e il pennino del termografo disegnava sul quadrante un profilo uguale preciso a quello della camma. Dentro al reattore si vedeva l' agitatore che girava regolare, e si vedeva che la resina a poco a poco diventava più spessa. Verso le sette incominciava già ad appiccicarsi alla parete e a fare delle bollicine: questo è un segno che ho scoperto io, e l' ho anche insegnato a Morra e a quello del terzo turno, che siccome cambia sempre non so neanche come si chiama; è segno che la cottura è quasi buona, e che è ora di prendere il primo campione e provare la viscosità. Scendo al piano di sotto, perché un reattore da ottomila non è un giocattolo, e sporge due metri buoni sotto il pavimento; e mentre sono lì e armeggio col rubinetto del prelievo, sento che il motore dell' agitatore cambia nota. Cambia di poco, forse neanche un diesis, ma era un segno anche questo, e un segno mica bello. Ho sbattuto via il provino e tutto, in un attimo ero sopra con l' occhio incollato alla specola, e si vedeva un gran brutto spettacolo. Tutta la scena era cambiata: le pale dell' agitatore tagliavano una massa che sembrava polenta, e che veniva sempre più su a vista d' occhio. L' agitatore l' ho fermato, tanto oramai non serviva più a niente, e sono rimasto lì come incantato, con le ginocchia che mi tremavano. Cosa fare? Per scaricare la cottura, non c' era più tempo, e neppure per chiamare il dottore, che a quell' ora era ancora a letto: e del resto, quando una cottura parte è come quando muore uno: i rimedi buoni vengono in mente dopo. Veniva su una massa di schiuma, lenta ma senza pietà. Venivano a galla delle bolle grosse come una testa d' uomo, ma non rotonde: storte, di tutte le forme, con la parete striata come di nervi e di vene; scoppiavano e subito ne nascevano delle altre, ma non come nella birra, dove la schiuma scende, ed è raro che esca dal bicchiere. Lì continuava a salire. Ho chiamato gente, sono venuti in diversi, anche il caporeparto, e ognuno diceva la sua ma nessuno sapeva che cosa fare, e intanto la schiuma era già a mezzo metro sotto la specola. Ogni bolla che scoppiava, volavano degli sputacchi che si appiccicavano sotto il cristallo della specola e lo impiastravano; di lì a poco non si sarebbe visto più niente. Ormai era chiaro che indietro la schiuma non tornava: sarebbe salita a intasare tutti i tubi del refrigerante, e allora addio. Con l' agitatore fermo, c' era silenzio, e si sentiva un rumore che cresceva, come nei film di fantascienza quando sta per capitare qualcosa di orribile: un fruscio e un borbottio sempre più forti, come un intestino malato. Era la mia molecola grossa otto metri cubi, con dentro intrappolato tutto il gas che non riusciva più a farsi strada, che voleva venir fuori, partorirsi da sé. Io non me la sentivo né di scappare né di restare lì ad aspettare: ero pieno di paura, ma mi sentivo anche responsabile, la cottura era mia. Ormai la specola era accecata, si vedeva soltanto un chiarore rossiccio. Non so se ho fatto bene o male: avevo paura che il reattore scoppiasse, e allora ho preso la chiave e ho aperto tutti i bulloni del portello. Il portello si è sollevato da solo, non di scatto ma piano, solenne, come quando si scopron le tombe e si levano i morti. È venuta fuori una colata lenta e spessa, schifosa, una roba gialla tutta gnocchi e nodi. Abbiamo fatto tutti un salto indietro, ma appena si è raffreddata sul pavimento si è come seduta e si è visto che come volume non era poi gran che; dentro al reattore la massa è scesa di un mezzo metro, poi si è fermata lì e a poco a poco è diventata dura. Così lo spettacolo è finito; ci siamo guardati uno con l' altro e non avevamo delle belle facce. La mia poi doveva essere la più brutta di tutte, ma specchi non ce n' erano. Ho cercato di tranquillizzare Rinaldo, o almeno di distrarlo, ma temo di non esserci riuscito, e questo per una buona ragione: fra tutte le mie esperienze di lavoro, nessuna ne ho sentita tanto aliena e nemica quanto quella di una cottura che parte, qualunque ne sia la causa, con danni gravi o scarsi, con colpa o senza. Un incendio o un' esplosione possono essere incidenti molto più distruttivi, anche tragici, ma non sono turpi come una gelazione. Questa racchiude in sé una qualità beffarda: è un gesto di scherno, l' irrisione delle cose senz' anima che ti dovrebbero obbedire e invece insorgono, una sfida alla tua prudenza e previdenza. La "molecola" unica, degradata ma gigantesca, che nasce-muore fra le tue mani è un messaggio e un simbolo osceno: simbolo delle altre brutture senza ritorno né rimedio che oscurano il nostro avvenire, del prevalere della confusione sull' ordine, e della morte indecente sulla vita.

La valle di Guerrino

Lilit 1981