Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Un testamento
Figlio mio diletto, non te ne saranno sfuggiti i segni, la mia vita mortale volge al fine: il sangue mi scorre per le vene pallido e lento, nei miei polsi il vigore di un tempo è venuto meno. Troverai questa lettera fra le mie carte, insieme col mio testamento olografo, ed è un testamento anche questo. Non ti inganni la sua concisione: ogni parola che leggerai è gravida di esperienza; le parole vuote, quelle di cui sono stato così prodigo in vita, le ho cancellate ad una ad una. Non dubito che tu seguirai le mie tracce, e sarai cavadenti come io sono stato, e come prima di me lo sono stati i tuoi maggiori. Se tu non lo facessi, sarebbe per me una seconda morte, e per te un errore: non esiste altra arte che si avvicini alla nostra nel lenire il dolore degli umani, e nel penetrarne il valore, i vizi e le viltà. È mio intento dirtene qui i segreti. Dei denti. Nella sua sapienza Dio ha creato l' uomo a sua immagine e somiglianza, come tu leggi nelle Sacre Scritture: osserva, a sua somiglianza, non a sua identità. La figura umana diverge da quella divina per alcuni aspetti, e fra questi prima è la dentatura. Dio ha donato all' uomo denti più corruttibili di ogni sua altra parte affinché egli non dimentichi di essere polvere, ed affinché prosperi la nostra corporazione: vedi dunque che il cavadenti che abbandona il suo ufficio è in abominio a Dio, in quanto si spoglia di un privilegio da Lui donato. I denti sono fatti d' osso, di carne e di nervo; essi si distinguono in molari, incisivi e canini; un nervo congiunge i denti canini agli occhi; nei molari più riposti, che sono i denti del giudizio, spesso si annida un vermiciattolo. Queste ed altre qualità dei denti le potrai trovare descritte sui libri profani, e non occorre che io vi insista qui. Della musica. Che Orfeo con la sua lira ammansisse le fiere e i demoni dell' abisso, e placasse le onde del mare in tempesta, ti sarà stato insegnato dai tuoi maestri. La musica è necessaria all' esercizio del nostro ufficio: un buon cavadenti si deve portare dietro almeno due trombettieri e due tamburini, o meglio due suonatori di grancassa, ed è bene che tutti costoro vestano splendide livree. Tanto più vigorosa e piena si spande la fanfara sulla piazza ove tu opererai, tanto più tu verrai rispettato, e di altrettanto si attenuerà il dolore del tuo paziente. Lo avrai notato tu stesso, assistendo bambino al mio lavoro quotidiano: le grida del paziente non si sentono più, il pubblico ti ammira con reverenza, ed i clienti che aspettano la loro volta si spogliano dei loro segreti timori. Un cavadenti che lavori senza fanfara è indecoroso e vulnerabile come un corpo umano ignudo. Ora ascolta quanto ti annuncio nella mia preveggenza di morente: verrà un giorno in cui questa mirabile virtù della musica sarà riscoperta dal ceto sciocco e superbo dei medici, ed essi sillogizzeranno sottili argomenti per spiegarne la ragion fisicale. Guardati dai medici: nella loro alterigia essi disdegnano i frutti della nostra esperienza, e si arroccano come in una fortezza per entro gli sterili dettati del loro Aristotele. Fuggili, così come essi fuggono noi. Degli errori. Non dimenticare, figlio, che errare è umano, ma ammettere il proprio errore è diabolico; ricorda, d' altra parte, che il nostro mestiere, per sua intrinseca natura, è propenso agli errori. Cercherai dunque di evitarli, ma in nessun caso confesserai di avere estratto un dente sano; anzi, trarrai profitto dal frastuono dell' orchestra, dallo stordimento del paziente, dallo stesso suo dolore, dalle sue grida e dal suo agitarsi convulso, per estrarre subito dopo il dente malato. Ricorda che un colpo rapido e franco sull' occipite acquieta il paziente più riottoso senza soffocarne gli spiriti vitali e senza essere percepito dal pubblico. Ricorda altresì che, per queste necessità o per altre simili, un buon cavadenti ha cura di avere il carro sempre pronto, non discosto dal palco, e con i cavalli attaccati. Del dolore. Dio ti guardi dal diventare insensibile al dolore. Solo i pessimi fra noi si induriscono al punto di ridere dei loro pazienti quando soffrono sotto la nostra mano. L' esperienza insegnerà anche a te che il dolore, anche se forse non è l' unico dato dei sensi di cui sia lecito dubitare, è certo il meno dubbio. È probabile che quel sapiente francese di cui mi sfugge il nome, e che affermava di essere certo di esistere in quanto era sicuro di pensare, non abbia sofferto molto in vita sua, poiché altrimenti avrebbe costruito il suo edificio di certezze su una base diversa. Infatti, spesso chi pensa non è sicuro di pensare, il suo pensiero ondeggia fra l' accorgersi e il sognare, gli sfugge di tra le mani, rifiuta di lasciarsi afferrare e configgere sulla carta in forma di parole. Ma invece chi soffre sì, chi soffre non ha dubbi mai, chi soffre è ahimè sicuro sempre, sicuro di soffrire ed ergo di esistere. È mio augurio che tu divenga un maestro nell' arte nostra, e che tu non abbia mai ad esserne l' oggetto passivo; ma se mai questo ti dovesse accadere, come a me è accaduto, il dolore della tua carne ti fornirà la brutale certezza di essere vivo, senza che tu debba attingerla alle sorgenti della filosofia. Abbi dunque in istima quest' arte: essa farà di te un ministro del dolore, ti farà arbitro di porre termine ad un lungo dolore passato per mezzo di un breve dolore presente, e di prevenire un lungo dolore di domani grazie alla trafittura spietata inferta oggi. I nostri avversari ci scherniscono dicendo che noi siamo buoni a trasformare il dolore in denaro: stolti! È questo il miglior elogio del nostro magistero. Del discorso suadente. Il discorso suadente, detto anche imbonimento, conduce alla decisione i clienti che esitano fra il dolore attuale ed il timore delle tenaglie. È di somma importanza: anche il più inetto fra i cavadenti si industria bene o male a cavare un dente; l' eccellenza nell' arte si manifesta piena invece nel discorso suadente. Esso va profferito con voce alta e ferma e con viso lieto e sereno, come di chi è sicuro, e spande sicurezza intorno a sé; ma, al di fuori di questa, non si dànno altre regole certe. A seconda degli umori che fiuterai fra gli astanti, potrà esso essere giocoso o austero, nobile o scurrile, prolisso o conciso, sottile o crasso. È bene in ogni caso che esso sia oscuro, perché l' uomo teme la chiarezza, memore forse della dolce oscurità del grembo e del letto in cui è stato concepito. Ricorda che i tuoi ascoltatori, quanto meno ti capiranno, tanto maggior fiducia avranno nella tua sapienza e tanta più musica sentiranno nelle tue parole: così è fatto il volgo, e al mondo non è se non volgo. Perciò intesserai nel tuo sermone voci di Francia e di Spagna, tedesche e turchesche, latine e greche, non importa se proprie ed attinenti; se pronte non ne avrai, abituati a coniarne sul momento di nuove, mai prima udite; e non temere che te ne venga sollecitata una spiegazione, perché ciò non avviene mai, non troverà il coraggio di interrogarti neppure quello che salirà il tuo palco con piede sicuro per farsi cavare un molare. E mai, nel tuo discorso, chiamerai le cose col loro nome. Non denti dirai, ma protuberanze mandibolari, o qual altra stranezza ti venga in capo; non dolore, ma parossismo od eretismo. Non chiamerai soldi i soldi, e ancor meno chiamerai tenaglie le tenaglie, anzi non le nominerai affatto, neppure per allusione, ed al pubblico e massimamente al paziente non le lascerai vedere, tenendole nascoste nella manica fino all' ultimo istante. Del mentire. Da quanto hai letto or ora, potrai dedurre che la menzogna è peccato per gli altri, per noi è virtù. Il mendacio è tutt' uno col nostro mestiere: a noi conviene mentire con la favella, con gli occhi, col sorriso, con l' abito. Non solamente per illudere i pazienti; tu lo sai, noi miriamo più in alto, e la menzogna è la nostra vera forza, non quella dei nostri polsi. Con la menzogna, pazientemente appresa e piamente esercitata, se Dio ci assiste arriveremo a reggere questo paese, e forse il mondo: ma questo avverrà solo se avremo saputo mentire meglio e più a lungo dei nostri avversari. Tu forse la vedrai, non io: sarà una nuova età dell' oro, in cui noi soltanto in necessità estreme ci indurremo ancora a cavar denti, mentre per il governo dello Stato e per l' amministrazione della cosa pubblica ci basterà con larghezza la menzogna pia, da noi condotta a perfezione. Se ci dimostreremo capaci di questo, l' impero dei cavadenti si estenderà dall' oriente all' occidente fino alle isole più remote, e non avrà mai fine.
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